29 Febbraio 2008, Il Web @ 17:37

Alzare il circolante e ridurre la moneta creditizia

Perche’ ne’ FED ne’ BCE riusciranno a risolvere il drammatico problema finanziario che incombe

La via percorsa dalla FED è in netta contrapposizione al dogma monetaristico adottato da decenni da tutte le banche centrali sotto la direzione della BRI di Basilea (una sorta di collettore per tutte le banche centrali).

Anche la BCE non è in linea con quel dogma friedmaniano.

Ricordo che negli anni ’70 l’Argentina si trovò nella medesima situazione inflazionistica e la Banca Centrale di quel Paese alzò acriticamente i tassi fino a valori inconcepibili. Ecco una breve ricostruzione di ciò che avvenne in quello sventurato Paese. (1)

“A partire dal marzo del 1976, José Alfredo Martinez de Hoz, sotto la protezione del Governo militare e dotato di “pieni poteri”, assunse la guida dell’economia in Argentina; costui, senza essere un economista, asserì di prendere a modello i dettami di Milton Friedman e subito dopo diede corso ad un programma decisamente deleterio per il Paese, i cui risultati sono sin troppo evidenti.

Naturalmente, il Prof. Friedman non solo si astenne dal negare la propria paternità riguardo al “Piano Martinez de Hoz”, ma contribuì in vari modi a dargli il suo “appoggio”, convincendo mezzo mondo del fatto che effettivamente il menzionato Ministro, audace e improvvisatore oltre ogni limite, era un fedele discepolo della “Scuola di Chicago”. Centinaia di pubblicazioni giornalistiche lo confermano.

Come prova di quanto affermato, basterà segnalare che nel 1977 il settimanale più popolare in Argentina pubblicò un’intervista con Milton Friedman, con l’intento precipuo di consultarlo sui problemi di quel Paese; tale servizio, abbondantemente corredato da fotografie del “Premio Nobel”, definito come “una delle più grandi autorità del mondo in materia di Economia”, occupa nientemeno che tredici pagine della suddetta pubblicazione (Gente” , Buenos Aires, n. del 2 giugno 1977, pp. 32-45.).

In questa intervista, il Prof. Friedman avalla, direttamente o indirettamente, quanto Martinez de Hoz stava compiendo in Argentina.

I tassi di interesse bancario, che in quel periodo superavano il 200% annuo, non turbano assolutamente Friedman, che si limita a raccomandare la notoria restrizione monetaria “per controllare o ridurre l’inflazione” ed auspica al contempo, nel miglior stile “classico-liberale”, che l’Argentina produca quegli articoli in cui essa, in relazione al loro costo, gode di “vantaggi competitivi”…

Con tutto ciò, il quadro dell’inflazione in Argentina continuava ad aggravarsi sensibilmente e non per l’incremento della massa monetaria, ma per ragioni assolutamente estranee a questa causa a cui Friedman attribuiva, “sempre e dovunque”, la responsabilità di quell’anomalia.

Come abbiamo fatto notare in vari studi pubblicati in anni recenti, i principali fattori d’inflazione in Argentina non avevano nulla a che fare con l’incremento della moneta.

In altri termini ciò che Friedman propone come “dogma monetarista” è la stabilità ad oltranza della massa monetaria. Per conseguire questo fine, non importa che i tassi di interesse superino qualsiasi livello, non importa neppure l’entità della spesa fiscale.”

Quindi se FED e BCE avessero seguito la “purga” friedmaniana ora ci troveremmo con il TUR al 10% e gli statunitensi al 30%; per chi non fosse convinto è sufficiente guardare la nostra storia recente. (2)

Quei numeri non sono casuali; sono prossimi agli incrementi annui degli aggregati monetari M3 dichiaratamente posti a punto di riferimento per governare l’inflazione. (3)

La BCE li dichiara con teutonica precisione mentre la FED non li dichiara da parecchi anni; sono però disponibili anche per gli USA stime sufficientemente attendibili.

A fronte di aumenti di M3 superiori al 30% annuo la FED porta i tassi dal 4,25 al 3,5 al 3,0 percento in una settimana. Evidentemente le cure di Friedman vanno bene per gli argentini ma non vanno bene per gli statunitensi (anche perché se venissero effettivamente praticate ci troveremmo in pochi giorni nel clima del ’29 – dal punto di vista dei pesi economici un conto è che si mandi a picco l’Argentina, un altro è che si mandino gli USA).

A fronte di aumenti di M3 prossimi al 10% annuo la BCE mantiene i tassi al 4,0 percento. Ancora: le cure di Friedman vanno bene per gli argentini ma non vanno bene per gli europei. La BCE è più prudente della FED, ma non è così “rigida” nell’acefalo dogma friedmaniano come comunemente si intende. Si potrebbe dire che sta alla finestra.

Si può concludere che in questi giorni la FED pratica una Politica Monetaria decisamente antimonetarista mentre la BCE pratica una PM non monetarista.

Premesso che la PM della BCE è quella dell’attesa (della serie: “va avanti te che a me viene da ridere”), qual è la PM della FED? È keynesiana?

NO!

Definire keynesiano il semplice “deficit spending” con bassi tassi di interesse è un insulto al grande economista britannico. (4)

I parametri principali della Politica Monetaria sono:

1) la quantità di circolante (M0), intrinsecamente NON oneroso; (5)

2) la quantità di moneta creditizia (M3-M0), intrinsecamente onerosa.

Gli strumenti principali per operare sui suddetti parametri sono:

a) la definizione della quantità di circolante M0;

b) la definizione del coefficiente di Riserva Obbligatoria per modulare il moltiplicatore bancario; (6)

c) il TUR.

In un momento come questo una PM ragionevole (keynesiana), oltre che regolamentare i derivati, oltre che far intervenire la mano pubblica, modulerebbe adeguatamente M0, RO e TUR in maniera da avere nel sistema finanziario la “giusta” quantità di moneta circolante e creditizia in maniera da non soffocare le realtà economiche nei debiti. Essi, così come gli attriti nella meccanica, non devono essere né troppi né troppo pochi. Il “giusto”, da che mondo è mondo, non è mai andato male. Senza debiti il sistema capitalistico non funziona, ma neanche se sono troppi.

Si immagini che l’aggregato M3 corretto sia 1300 (miliardi di €).

Se lo si ottiene, come oggi, con 100 M0 + 1200 MC (moneta creditizia) o, come dovrebbe essere, con 600 M0 + 700 MC, poco cambia dal punto di vista dell’inflazione (che è funzione di M3).

Nel primo caso dovremo però pagare molti più interessi che nel secondo, quindi, in seguito, dovremo necessariamente far aumentare M3 molto di più che nel secondo e quindi nel primo caso avremo più inflazione che nel secondo.

Da 30 anni a questa parte è avvenuto questo:

- il circolante M0 è mantenuto sempre ai minimi termini, facendo indebitare tutti; infatti è poco più di 100 miliardi di €, in Italia;

- la RO è mantenuta sempre ai minimi termini, favorendo incredibilmente il sistema bancario e finanziario a discapito delle altre realtà economiche; infatti la moneta creditizia è pari a circa 1200 miliardi di €, in Italia. Ciò equivale a praticare la PM con uno solo degli strumenti disponibili anziché tre, come viceversa dovrebbe essere. Equivale a far scolpire il “david” solo con il martello, anziché con il martello, lo scalpello e lo smeriglio. I risultati non consentono fraintendimenti (7). I banchieri centrali, sotto la direzione della BRI, hanno fallito su tutto il fronte. Vanno assolutamente estromessi dalla PM. Le colpe principali sono:

- la gestione della PM ad esclusivo vantaggio dei sistemi bancario e finanziario in contrapposizione agli interessi della collettività;

- il fallimento nella gestione dell’inflazione, perché solo i gonzi credono che essa, dall’avvento dell’euro, sia stata pari a quella dichiarata ufficialmente; il giochino di modulare ad arte i pesi dei vari beni e servizi per far apparire il falso è patetico. VERGOGNA! (8)

- la mancata regolamentazione dei derivati.

La PM delle banche centrali non è monetarista e non è keynesiana. Cos’è?

È semplicemente improvvisata. Brancolano nel buio.

Dovrebbero modulare M0, RO e TUR in maniera intelligente ma, in quanto governate dei banchieri privati, non possono toccare M0 ed RO. Manovrando il solo TUR non possono in nessun caso evitare un nuovo ’29, sia elevandolo, sia mantenendolo costante, sia abbassandolo.

La PM è una cosa troppo seria per essere lasciata nelle mani dei banchieri. Ma se ciò non avviene, ovvero se i politici non si riappropriano della PM, la colpa di chi è? Dei politici o dei banchieri?

Non c’è dubbio che è dei politici.

Lino Rossi
Fonte: http://www.voceditalia.it/

Note:

(1) Walter Beveraggi Allende - teoria qualitativa della moneta – Edizioni di Ar

(2) http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3844

(3) http://web.econ.unito.it/bagliano/ecmon_readings/bce_02_1999.pdf

(4) http://www.voceditalia.it/articolo.asp?id=4163

(5) http://www.voceditalia.it/articolo.asp?id=1425

(6) http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3817

(7) http://www.movisol.org/temicrac.htm

(8) http://www.voceditalia.it/articolo.asp?id=4726

29 Febbraio 2008, Il Web @ 12:22

Yes, we can!” è lo slogan dei democratici americani, e fa pensare a una schiera di venditori in giacca e cravatta sotto la frusta del loro animatore: “Can we increase sales by ten per cent this year?” “Yes we can!” “By twenty percent?” “Yes we can!”

I copioni veltroniani hanno tradotto lo slogan. Che da noi suona “se po’ ffa’“, la frase cara a innumerevoli oscuri mediatori per conto di onorevoli e di cardinali.

Le prossime elezioni saranno un duello tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni per decidere quale dei due potrà trasformare l’Italia in qualche forma di regime presidenzialista.

L’Italia è quello che è, e chiunque vinca, finirà impantanato anche lui; ma rimane il fatto che due maschi stanno litigando per avere più potere di quanto abbiano avuto i loro predecessori, a parte Benito Mussolini.

Solo che i due devono contendersi il paese a colpi di immagine, lavorando su due elementi.

Il primo è la Novità.

Che Silvio Berlusconi, ormai settantenne, stia sempre lì per fare la rivoluzione, lo sappiamo da quattordici anni.

Mentre Walter Veltroni, che divenne vicepresidente del Consiglio la bellezza di dodici anni fa ed è parte organica dell’attuale governo, lancia “dodici proposte innovative per cambiare l’Italia“.

Proposte approvate ieri in un video di saluto da Francesco Totti, seconda autorità morale di Roma dopo il Papa.[1]

L’altro elemento che  sfruttano sia Berlusconi che Veltroni che tutti, è la Jeune Fille (leggere con attenzione l’articolo che linkiamo qui).

Infatti, i due maschi si manifestano al mondo attraverso alcune femmine-immagine.[2]

La destra punta su quel fenomeno paradossale che è il puttaniere con il crocifisso d’oro al collo, tutto telecomando, turismo sessuale e matrimonio in chiesa.

Si parla infatti di seggi sicuri a destra per varie troiette spettacolari, recuperate dal Grande Fratello o da altre discariche virtuali, anche se sembra che nulla sia stato ancora definito.

Più sottile e interessante la femmina-immagine di Veltroni: Marianna Madia, ventisettenne “ricercatrice”.[3]

Il Partito che Cambia Tutto offre un seggio sicuro, quindi, a una rappresentante di quell’immensa schiera di figli (e soprattutto figlie) della piccola borghesia, che hanno studiato tanto, perso tanti treni e si arrangiano precariamente e onestamente. Il grande serbatoio del ceto intellettuale subalterno. Dove risiede la forza identitaria del centrosinistra.

Dice la Madia di se stessa, “Porterò tutta la mia straordinaria inesperienza”. E aggiunge, come in uno spot per detersivi, “Se una come me è stata chiamata per questo ruolo vuol dire che è in corso una rivoluzione. Una rivoluzione dolce.

Anzi, c’è pure il finto scandalo: Madia nega di essere lei che ha scalzato De Mita dalle liste del Partito Democratico.

E su questo, soffermiamoci un attimo.

Intanto, nella società mediatica della pseudotrasgressione, se non c’è scandalo, non c’è divertimento, e quindi attenzione.

Solo che lo “scandalo” verso cui si attira l’attenzione consisterebbe nella sostituzione del vecchio e corrotto notabile democristiano con una giovane bella e simpatica.

Lo scandalo, abbiamo detto, è finto.

Uno, perché dubito che qualunque essere umano normale avrebbe trovato “scandalosa” la sostituzione.

Due, perché la Madia è capolista nel Lazio, e De Mita notoriamente non è laziale.

Ma come si crea comunque lo scandalo inesistente? Negandolo, come fa la Madia.

L’ottimo David Lognoli, che è ricercatore precario (fisico) sul serio, ha scoperto chi è davvero la Ragazza-Detersivo di Veltroni.

O meglio, lo ha letto su un altro blog, ma da solo non ci sarei arrivato, e poi volevo fare un po’ di pubblicità lo stesso all’ottimo blog di David.

L’altro blog ha scoperto che Veltroni non ha trovato Marianna Madia “in fila al supermercato”.

Marianna Madia, infatti, è figlia di un consigliere di una “lista civica per Veltroni“, amico personale di Veltroni.

Lei lavora alla Presidenza del Consiglio, mentre “collabora” con  l’Agenzia Ricerche e Legislazione fondata da Andreatta e attualmente nell’orbita di Enrico Letta (da qui la sua qualifica come “ricercatrice”) e conduce pure una trasmissione alla Rai.

E siccome un certo mondo è molto piccolo, Marianna Madia è pure l’ex fidanzata di Giulio Napolitano, figlio del presidente della Repubblica. No, nemmeno Giulio è un giovane ricercatore, è un sistemato professore universitario.

Metto qui una foto che risale ai bei tempi della loro relazione. Non per la Madia, ma perché è la prova che anche i figli dei potenti possono avere un ghigno da deficienti.

napolitano

Note (parecchie e lunghe, oggi):

[1] Veltroni ieri è riuscito anche a combinare un mediatico abbraccio pre-elettorale tra due parenti di vittime degli anni Settanta - Giampaolo Mattei, figlio e fratello di tre proletari di Primavalle bruciati vivi da un commando di borghesi-bene di Potere Operaio, e Rita Zappelli, madre di Valerio Verbano, giovane di sinistra ucciso a sangue freddo da un commando neofascista.

Sacrosanto il superamento dei massacri demenziali di allora, ma il messaggio che manda Veltroni è quello del “perdono” esteso a tutti coloro che hanno “peccato” di antagonismo, da una parte o dall’altra. E Santa Madre Chiesa ci insegna che chi estende il perdono, possiede le chiavi del paradiso e dell’inferno, nonché molte chiavi terrene.

[2] Tra i minori, una Jeune-Fille ha scippato direttamente il primo piano. “La Destra” candiderà infatti la Daniela Santanché come premier.

[3] Veltroni ha imbarcato anche l’operaio-immagine (suo malgrado), Antonio Boccuzzi, sopravvissuto al rogo della Thyssen.

Michele Nobile, nel suo saggio su “la politica come professione” in Forchettoni Rossi. La sottocasta della sinistra radicale (Massari editore, 2007), documenta come nel parlamento uscente vi siano attualmente due deputati operai (uno eletto nella Rosa nel Pugno, uno nell’Ulivo) e tre o zero senatori operai (secondo le fonti). Nessuno, comunque, in tutta la “sinistra radicale”.

Boccuzzi siederà in parlamento guardato a vista da Pietro Ichino, il grande teorico della demolizione dei diritti sociali, anche lui patrocinato da Veltroni.
Miguel Martinez
Fonte: http://kelebek.splinder.com/

29 Febbraio 2008, Il Web @ 11:36

Forse a qualcuno saranno sfuggite le solite esternazioni di Cossiga apparse sul Corriere della Sera del 23 febbraio. Debordanti certamente, ma anche assolutamente veritiere. Massimo D’Alema giunse alla guida del secondo governo dell’era ulivista (dopo la spallata a Prodi da parte di Rifondazione) quasi con un compito preciso, scientemente sostenuto dai voti dell’UDR di Cossiga e con la preventiva approvazione degli alleati americani. Lo stesso Cossiga confessa di aver pensato subito al baffetto terribile nato a Roma ma regnante a Gallipoli, per dare una mano agli americani ed agli inglesi che si accingevano a bombardare la Serbia, in ossequio alle esigenze geostrategiche di Washington.

Ricordo che in quel periodo abitavo ancora a Monopoli (la mia città natale), dove in fretta e furia fu posizionata una batteria di missili sulla costa a difesa di un grande deposito di carburanti, credo il più grande di tutta la Puglia se non dell’intero meridione.

Il prezzo di quell’appoggio logistico (o almeno così fu presentato all’opinione pubblica nazionale dai mentitori di centro-sinistra) e poi dei raid aerei italiani sulla Serbia - oggi quella faccia di tolla di Prodi continua ripetere al governo Serbo che il governo italiano è amico, si vede che il professore bolognese non ha un alto concetto di amicizia se con la destra stringe la mano in segno di fratellanza mentre con la sinistra pugnala i serbi con la stessa foia di un serial killer - D’Alema lo pagò volentieri per soddisfare la sua vanità personale, per riuscire ad essere annoverato tra i grandi statisti di questo pauvre pays. Le ambizioni di D’Alema sono sempre state pari solo alla sua inconsistenza politica e morale, ed ancora oggi, con la coerenza del servo fedele, dà continuità a quell’infausta professione di codinismo riconoscendo il Kosovo indipendente. Buona lettura

G.P.
Fonte: http://ripensaremarx.splinder.com/

28 Febbraio 2008, Il Web @ 17:20

Alcuni modesti consigli “tecnici”. Non richiesti ma gratuiti. E soprattutto in buona fede.

Le “costanti” del politico.

Il “Monnezza Day” di Napoli è stato un altro successo di “folla”. Ma i media italiani lo hanno snobbato o ridotto a serata comico-folkloristica, dandone notizia in poche righe o secondi. Perciò questa volta, a differenza del “Vaffa Day”, sembra si sia preferito “silenziare” l’evento. Il che è tanto preoccupante quanto la precedente sovraesposizione mediatica del settembre 2007. Gli estremi finiscono sempre per congiungersi. Purtroppo.
Sul piano umano e intellettuale riteniamo che Grillo sia in perfetta buona fede. E soprattutto, come si diceva un tempo, preoccupato per il bene dell’Italia… Il che è nobile. Riteniamo però che sulle “costanti” del politico non abbia ancora idee precise. Il che ci dispiace, perché si tratta di un uomo intelligente e di valore. Ci permettiamo perciò di offrigli alcuni consigli.
Quelli gratuiti, a volte, sono i migliori, perché disinteressati.

Ma di che cosa parliamo? Quali sono le “costanti” del politico? E qui non possiamo non farci aiutare da Gianfranco Miglio: Ubi major, Minor cessat. Si chiamano “costanti” del politico, perché sono regolarità comportamentali (non comportamentiste), sotto l’aspetto politico, che si ripetono storicamente. A prescindere dal regime politico, dai principi morali condivisi o meno, e dalle stesse circostanze. Sono le “leggi”che regolano la politica effettiva. E con le quali chi vuole fare politica deve misurarsi. E dunque, volente o nolente, anche Beppe Grillo.

Scrive Gianfranco Miglio:

“E’ ormai possibile tentare - con una ipotesi più generale circa la struttura e la dinamica della ‘sintesi politica’ - l’unificazione, in un solo e comprensivo sistema, delle ‘verità parziali’ di Tucidide (la ‘regolarità’ delle ricerca del dominio ‘esterno’), di Machiavelli (la ‘regolarità’ degli egoismi concorrenti), di Bodin (la ‘regolare’ presenza in ogni sistema politico del capo decisivo), di Hobbes (il ‘regolare carattere fittizio di ogni comunità, e la radice ultima della rappresentanza politica), di Mosca e Pareto (la ‘regolarità’ della ‘classe politica’), di Tönnies (la ‘regolarità’ dell’antitesi Comunità-Società), di Weber (la ‘regolarità’ delle forme ideologiche di legittimazione), e infine di Schmitt (la ‘regolarità’ della contrapposizione ‘amicus-hostis’).
[Presentazione a Carl Schmitt, Le categorie del ‘politico’, il Mulino, Bologna 1988, p. 13].

Alcuni esempi

E ora veniamo a Grillo, facendo due esempi in argomento.

In primo luogo, gridare ai napoletani “Fate come il Kosovo, staccatevi da Roma” è ingenuo e pericoloso. Perché è un esplicito invito ad accrescere la frammentazione geopolitica, in una fase dove la politica - se si vuole contare qualcosa sul piano internazionale - richiede invece la nascita di grandi blocchi o spazi politicamente ed economicamente autocentrati. La vera politica e anche l’unica pace possibile si fondano sull’equilibrio tra più blocchi contrapposti e non sul dominio tirannico di una sola potenza su tutte le altre: in politica il pluralismo è sempre preferibile al monismo. Il che significa che si deve giudicare infondata e pericolosa, perché strumentalizzabile dalle formazioni politiche precostituite e più aggressive (come mostra la storia), quell’idea di instaurazione di un qualche “Regno della Pace Universale sulla Terra”. E quanto più ci si appella a un’idea monistica di umanità, tanto più il nemico che si oppone viene considerato “fuori dell’umanità” e dunque passibile di essere eliminato con qualsisi mezzo, anche il più feroce. Comunque sia, dal punto di vista delle “costanti” politiche, crediamo che Grillo, a nostro modesto parere, debba invece cominciare a porsi il problema del rafforzamento di un blocco europeo (magari escludendo la Gran Bretagna…), come essenziale fattore geopolitico di un mondo pluralistico e non ridotto a provincia di un “nuovo ordine mondiale” a guida americana.
Dal momento che un’unità politica è tanto più capace di competere all’esterno quanto più è coesa e organizzata al suo interno. In caso contrario, la frammentazione, soprattutto se eccessiva, rischia di farsi funzionale al classico divide et impera, che finisce per fare il gioco delle entità politiche maggiormente organizzate e coese sul piano internazionale. Come, ad esempio, è accaduto nell’ex Jugoslavia.
In secondo luogo, la battaglia ecologista di Grillo è condivisibile. Tuttavia il suo elogio alla “lotta dei napoletani” contro i termovalorizzatori, anche se giusto, incoraggia un impolitico particolarismo ecologico. In che senso? La transizione, diciamo così, a un’economia verde, pur auspicabile, implica una preventiva opzione per la lotta politica e per la conquista del potere in quanto tale, ovviamente in chiave democratica. Per farla breve: la “gente” da sola, soprattutto se marginalizzata sul piano locale, non può farcela. Perché chi detiene le leve del comando ha i mezzi politici e mediatici, per impedire che esperienze di trasformazioni economiche nate in basso, possano crescere autonomamente fino al punto di sostituirsi, creando strutture economiche alternative, a quelle dominanti. Pertanto il localismo deve fare un salto di qualità, se vuole contare politicamente. Ed è quindi sbagliato incoraggiarlo a manifestarsi come tale. Dal momento che un’unità politica può tanto più imprimere una direzione precisa ai processi economici e sociali, quanto più il suo potere è coeso e organizzato. Insomma, le esperienze collettive dal basso, se non vengono per tempo ricondotte nell’alveo di un disegno politico unitario e strutturato in alto, sono destinate a soccombere di fronte a entità politiche, come dire, già verticalizzate e più dinamiche. E qui si pensi, ad esempio alla “politica del carciofo” (del mangiare l’avversario, debole e disunito, foglia dopo foglia) che ha distinto storicamente i processi di formazione dei grandi sistemi politici.

La forma-partito

Ci siamo limitati a indicare solo due punti. Probabilmente Grillo, sottovaluta questi aspetti, perché crede che il politico possa essere superato, nei fatti, dalla pura e semplice partecipazione collettiva. Forse ritiene che le società, possano autoperpetuarsi e rinnovarsi, per vie interne senza alcun bisogno del comando e del conflitto politici In realtà, la partecipazione diretta è importante nelle prime fasi, ma in quelle successive allo “stato nascente”, ogni movimento collettivo, se vuole durare e soprattutto incidere “politicamente”, deve strutturarsi istituzionalmente in forme di rappresentanza, tra le quali va ricordata la moderna forma-partito. Perché delle due l’una: o il movimento riesce a strutturarsi in partito, o il potere politico dominante si impossessa del movimento, seguendo strategie di repressione o captazione riformista. Consideriamo valida la forma-partito, perché resta ancora oggi, la migliore “forma” di rappresentanza e partecipazione politica comunemente accettata da tutti. E comunque adatta a contenere quella derive plebiscitarie, spesso implicite nell’uso eccessivo della democrazia diretta. Di qui però, una volta scelta la forma-partito, la necessità per Grillo, di accettare alcune sfide “politiche” (nel senso della “costanti” di cui sopra), capaci di fare la differenza nei contenuti, tra il “Partito Grillista” e gli altri partiti.

Vediamo quali:

a) individuazione e “trattamento” del nemico.
b) organizzazione sul territorio secondo una precisa catena di comando.
c) definizione del proprio programma, partendo da una visione globale della società che si auspica.

Il nemico

Grillo designa come nemico interno l’intera classe politica: la “casta” Si tratta di una scelta moralmente giustificata, ma poco produttiva sul piano della politica reale: quello dei rapporti di forza, cui si deve sottostare, per riuscire ad “agguantare” il potere. Dal momento che di regola, una classe politica ostracizzata, come del resto oggi sta accadendo, appena viene attaccata, reagisce subito, per farla breve, “remando contro” il nuovo arrivato. Invece le “costanti” del politico, ferma restando la scelta del nemico (la “casta”), imporrebbero un altro comportamento, soprattutto se inizialmente si è forza politica di minoranza: quello di blandire e dividere il nemico, per poi “spegnerlo” senza tanti complimenti, appena i rapporti di forza iniziano a cambiare. Naturalmente sempre in termini di lotta politica democratica.
Quanto al nemico esterno, Grillo non lo ha ancora indicato, se non nella veste di alcune lobbies economiche internazionali. In realtà, la lotta politica, implica sempre l’indicazione della bandiera politica avversaria (anche quando eventualmente si nasconda dietro un disegno apparentemente economico…). Altrimenti resta il rischio che il nemico esterno ci sia indicato da altri: in genere, come accade, da chi è più forte di noi. Si pensi, ad esempio, alle attuali spedizioni militari europee, in conto terzi, per favorire una globalizzazione economica che danneggia, in primis, proprio l’Europa.

Organizzazione e programma

Quanto all’organizzazione, questa è sempre in funzione del nemico (esterno e interno). Di qui la necessità di puntare su un’organizzazione coesa e capace di competere adeguatamente con l’avversario, soprattutto in termini di catena di comando e rapidità di decisione. Sotto questo aspetto la blogosfera può giocare un ruolo importante come veicolo comunicativo e di collegamento. Tenendo però presente che una classe dirigente alternativa può formarsi solo sul campo: confliggendo e/o cooperando, sempre democraticamente, con altre forze politiche. E soprattutto, laddove possibile, amministrando. La blogosfera, spesso enfatizzata da Grillo, può perciò avere un ruolo informativo, di dibattito e anche di veloce collegamento, ma l’esperienza politica sul campo resta insostituibile.
Quanto al programma, crediamo si debba puntare, come prerequisito ideologico, su un’idea globale di società. Nel caso di Grillo, così attento alla questione ecologica, si pensi solo alll’importante ruolo programmatico che potrebbe giocare l’idea di società della decrescita, che qui ci limitiamo a indicare come modello (per alcuni aspetti programmatici, concreti, rinviamo all’interessante post di Carlo Bertani http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/storia-di-lucidatori-di-sedie.html). Del resto si tratta di un’idea, quella di decrescita, già molto apprezzata dallo stesso Grillo. Alla quale andrebbe però conessa la critica sistematica del “Signoraggio sulla moneta”, oggi imposto dai poteri bancari e finanzari Di qui però la necessità di puntare su una trasformazione generale, diremmo forte, che possa auspicabilmente riguardare non solo l’Italia, ma l’Europa nel suo insieme, riallacciandosi appunto alla visione geopolitica, già ricordata di un blocco economico autocentrato (probabilmente, come già ricordato, escludendo la Gran Bretagna…).

Il rischio del “profeta disarmato”

Ma innanzi tutto crediamo che il “movimento grillista” - senza mezzi termini - debba imporsi di “conquistare il potere politico” in Italia (sappiamo benissimo quanto quest’ultima espressione sia oggi politicamente scorretta nella melliflua Italia del veltrusconismo…). Ma per riuscirvi Grillo deve prima cimentarsi teoricamente con le “costanti” del politico: farle proprie. E così capire l’importanza di trasformare il suo movimento in partito.
Un partito certamente democratico, ma come abbiamo visto, diverso dalle altre formazioni. Inutile dire che la nostra “perorazione” non riguarda le prossime elezioni di aprile… Anche perché i tempi sono troppo ristretti. Ma quelle che potrebbero venire dopo, e probabilmente anche a breve scadenza.
Del resto non vediamo altre possibilità. Ma solo il rischio per Beppe Grillo, come ogni profeta politicamente disarmato, di soccombere e sparire.

Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/

28 Febbraio 2008, Il Web @ 17:17

Secondo il Dallas Star-Telegram, il Secret Service* ha dato ordine di fermare le perquisizioni per la ricerca di armi un’intera ora prima dell’incontro del 20 febbraio di Barack Obama a Dallas. I metal detector sono stati spenti e le borse non sono state controllate mentre centinaia di persone potevano riempire la Reunion Arena. Questa bizzarra attività “ordinata da ufficiali federali” è stata immediatamente riferita da un allarmato dipartimento di polizia di Dallas che sapeva trattarsi di una “falla nella sicurezza”.

Il Secret Service (che è stato assegnato ad Obama dall’agosto 2007) ha negato le accuse dichiarando post-facto che l’evento era sicuro. Però il Secret Service non ha fornito alcuna spiegazione dettagliata su questo palese blocco della sicurezza. Non si sa chi abbia dato gli ordini. Lo stesso entourage di Obama non ha rilasciato alcuna dichiarazione.

Mentre questa notizia è stata ampiamente ignorata dai maggiori media, i mezzi di informazione liberali indipendenti, in particolare quelli fedeli al partito democratico e ad Obama, hanno espresso stupore e indignazione. Anche gli omicidi del presidente John F. Kennedy nel 1963 a Dallas, e del senatore Robert F. Kennedy, nel 1968 alla vigilia della sua vittoria in California alle primarie presidenziali, sono stati facilitati da “falle” del Secret Service.

Mentre non c’è dubbio che Barack Obama, dopo aver raccolto fondi e sponsorizzazioni dalle elite politiche, sia davvero prossimo alla nomination per il partito democratico e sia un entusiasta promotore della guerra imperialista, ciò non elimina il grave pericolo che gli proviene dai suoi avversari politici.

Non c’è bisogno di dire che Obama è visto come un acerrimo nemico (come minimo da un punto di vista simbolico) dalla banda neocon-Bush-Cheney-McCain. Obama non solo si trova di fronte a minacce da elementi razzisti e da fanatici di estrema destra, ma anche dai rivali, disperatamente assetati di potere, della frazione più conservatrice e neoliberista dei democratici che è guidata da i. Clinton. Gli incendiari attacchi alla Karl Rove lanciati contro Obama dall’apparato dei Clinton sono diventati, nelle recenti settimane, sempre più aspri, personali e sotto la cintura.

Obama è anche in competizione con Hillary Clinton per l’appoggio di John Edwards. Edwards, il calcolatore emissario degli interessi del Gruppo Bilderberg, che, secondo Daniel Estulin, autore di The True Story of the Bilderberg Group, [“La vera storia del gruppo Bilderberg” n.d.t.], è stato personalmente scelto da Henry Kissinger per essere il candidato vice presidente di John Kerry nel 2004, potrebbe volersi proporre per lo stesso incarico quest’anno. Kissinger (che si aggira per il 2008 nel gruppo di McCain) e altri membri di spicco dell’elite, hanno già il controllo dell’intero processo elettorale, da entrambi i lati.

I sostenitori di Obama e i suoi alleati al Congresso, come il senatore Dick Durbin, sono da mesi preoccupati per la sicurezza di Obama.

Bisogna far notare che i legami criminali di lunga data dei Clinton, che si intrecciano e scorrono paralleli a quelli della fazione/famiglia Bush, sono un fatto ben documentato ma ampiamente ignorato. I Clinton e i Bush sono stati compagni nei piani di potere ufficiali e non ufficiali, e co-governanti degli Stati Uniti, per più di due decenni. Il numero di vittime che può essere attribuito a queste due fazioni collaboratrici è enorme e macabro.

E’ ben nota la passione dei Clinton per le intimidazioni e i giochi sporchi da campagna elettorale presidenziale. Durante la corsa del 1992 per la nomination del partito democratico, Jerry Brown accusò ripetutamente i Clinton di ricorrere a trucchetti degni di Nixon. Come fatto notare da Michael C. Ruppert in Crossing the Rubicon, [“Attraversando il Rubicone”, un libro sull’11 Settembre e lo scenario politico-economico che vi è dietro n.d.t.], Ross Perot si ritirò dalla competizione presidenziale del 1992, spinto da pressioni volte ad assicurare la vittoria dei Clinton, dopo che Perot e la sua famiglia ricevettero minacce di morte. (Ruppert, che lavorò per la campagna elettorale di Perot, ne fu testimone in prima persona).

Qualunque importante figura politica che osi scostarsi di un solo centimetro dal copione geopolitico imperiale si trova ad affrontare minacce; in primo luogo alla propria carriera e reputazione, e poi alla propria vita. Nel “governo del Padrino” che sono ora gli Stati Uniti, questa è la regola. Proprio questa mortale stretta criminale impedisce il “cambiamento”–persino la più piccola variazione da quello che è il consenso nell’establishment. E persino rappresentanti di alto livello che operano ben all’interno del consenso devono comunque difendersi dai “colleghi”.

Nessun governo è degno di fiducia. Né i governanti e i membri dell’elite possono fidarsi l’uno dell’altro.

* Il Secret Service è un’agenzia federale assegnata alla sicurezza del Presidente e di tutti i membri di spicco dell’esecutivo, del Congresso e del mondo politico. N.d.t.

Titolo originale: “Did the Secret Service set up Barack Obama for assassination?”

DI LARRY CHIN
Online Journal
http://onlinejournal.com/

28 Febbraio 2008, Il Web @ 16:51

Insomma: i fratellini di Gravina di Puglia sono caduti in un pozzo. A poca distanza da casa loro, in un luogo frequentato abitualmente dai bambini. Che giocano proprio appresso a questi pozzi. Il loro padre è al gabbio da un paio di mesi, come responsabile della sparizione, ma ora pare proprio che sia stato un madornale errore delle indagini, che non sono state animate dal buon senso di andare a vedere quel pozzo (dove ieri è caduto un altro ragazzino, che giocava lì coi compagni) “rischiando” di tirarli su vivi. L’inchiesta è stata estesa persino in Romania, ma lì, in un luogo di gioco abituale, con dei pericoli noti alla comunità, nessuno aveva pensato di andarli a cercare.

E quindi i ragazzini hanno fatto una fine orribile. Il loro padre è in galera. Due tra i fratellastri sono stati messi in un istituto. I rapporti tra i due ex coniugi, genitori dei bimbi, sono spezzati.

Una psicologa lì presente (dico a Gravina, in tv) notava come in questa e in altre indagini (Denise, Tommy ecc..) gli inquirenti abbiano rivolto per un periodo le indagini sui familiari stretti. Questa tendenza risponderebbe al considerare se stessi talmente contrari a questi fantasmi di violenza familiare, che però questi stessi fantasmi han bisogno, a mò di conferma, di essere fatti vivere fuori di noi. Da qui la tendenza poliziesca a prendere sempre in considerazione la piega “familare” del delitto.

D’altro lato, prevale la tendenza “tecnica” di non affidarsi piu’ alla logica o all’intuito di un individuo (ispettore Derrick, Colombo ecc), ma si preferisce affidarsi in modo mostruoso alle indagini del RIS (CSI italiano) che pretende di ricostruire in modo matematico gli indizi (moltiplicati dall’apparato tecnologico disponibile, fino a pochi anni fa impensabile) avvicinandosi quanto piu possibile alla ricostruzione di “quel” presente (che non è piu’) in cui si è dato il crimine.

Insomma: il commissario avrebbe tali e tanti indizi microscopici che in teoria avrebbe molte piu possibilità di conoscere come sono andate le cose… Talmente tante che la fatica mentale di intuire, di mettere insieme tutte le cose, oltre il loro dato fisico, ammazza l’intuito stesso. Pur sapendone “tanto” di quel mondo che pretendono di ricostruire a partire dalle scienze della natura fisica, potenziate dalla tecnologia, perdono quel banale e proletario ignorante “buon senso” che spesso mette insieme le cose nel modo del rasoio di Occam. Forse bisognerebbe far studiare a chi organizza le indagini un po’ di Hume, quando afferma che non è possibile fondare “conoscenza necessaria” del dato sensibile. Perchè è già immediatamente tradito, nella sua essenza, quando viene pensato. Con tutto cio’ la magna quantità di dati sul delitto, prodotta dalla tecnologia, non riesce a mettere l’umano al riparo dal pregiudizio che ha ragioni profonde e manifesta bisogni che denotano un’inquietudine epocale: il bisogno di capri espiatori, piu’ rassicuranti, quanto piu’ l’orribile è confinabile dentro “una certa” famiglia.

In fondo le ragioni del razzismo stanno anche in questi meccanismi da stupidi animali (con l’intelligenza dei parameci, quali siamo) che prevalgono nella nostra compagine sociale in questo periodo storico. I potenti non sono da combattere perchè sono malvagi. Ma perchè contrabbandano stupidità. Che va sempre a svantaggio dei molti.
Ci vuole un’evoluzione.

Fonte: www.cloroalclero.com

28 Febbraio 2008, Il Web @ 16:19

Rimango esterrefatto per quanto è avvenuto al giornalista Paolo Barnard abbandonato a sé stesso dalla RAI e dalla stessa Milena Gabanelli, la conduttrice di Report.

Ho sempre ammirato il lavoro giornalistico di Paolo Barnard. Penso che le sue puntate su Report siano le più belle del giornalismo italiano.

Ora Paolo Barnard è stato portato in tribunale per la puntata ( “ Little Pharma & Big Pharma “) del 11/10/2001 e ripetuta, su richiesta del pubblico, il 15 /02/ 2003. Per quella inchiesta la RAI e la Gabanelli furono citati in giudizio il 16/11/2004. Nonostante le assicurazioni da parte della RAI, Paolo Barnard è ora abbandonato al suo destino. Questo è un comportamento a dir poco criminoso. E questo non solo perché tocca a Paolo Barnard , ma perché vengono così messi a tacere tanti giornalisti che troveranno così sempre più difficile fare giornalismo serio.

(continua…)

28 Febbraio 2008, Il Web @ 16:14

La danza macabra di burattini, vampiri e zombi tra “riconciliazione” e spartizione
Il presidente-fantoccio del Nuovo Iraq, Jalal Talabani, ed il Premio Nobel per la Pace Shimon Peres, presidente israeliano e criminale di guerra, hanno molte cose in comune. “Il modo migliore per risolvere i problemi interni dell’Iraq è ricorrere al federalismo. Perché questo avvenga, sarebbe meglio che l’Iraq fosse diviso in tre regioni federali indipendenti”, ha dichiarato Peres in un’intervista su CNN turca. Talabani ha definito “realistiche” le affermazioni di Peres, aggiungendo che Peres è stato “bene accolto nel Kurdistan iracheno”. [Si veda anche il quesito 6 in Il problema è ancora l’Iraq - Parte 2: il Nuovo Iraq degli Stati Uniti – Il quiz]

A Baghdad il governo fantoccio e settario della Zona Verde ha fatto chiudere la sede principale dell’AMSI, l’Associazione degli Studiosi Musulmani dell’Iraq. La Associated Press ha riferito che:

Mercoledì le autorità irachene hanno posto sotto sequestro la sede principale del più influente gruppo clericale sunnita del paese, isolando la zona che si trova nella parte occidentale di Baghdad e accusando l’organizzazione di appoggiare al-Qaida in Iraq. Il gruppo, l’Associazione degli Studiosi Musulmani, si è opposto a lungo alla presenza militare statunitense in Iraq ed ha spesso assunto pubblicamente delle posizioni a sostegno degli obiettivi dei ribelli sunniti. L’associazione aveva guidato il boicottaggio da parte dei sunniti delle elezioni del gennaio 2005 ed è entrata spesso in contrasto con il governo in prevalenza sciita. La tempestività della mossa rivela che il governo è più sicuro di poter agire contro i religiosi integralisti sunniti senza rischiare una reazione violenta all’interno della comunità sunnita e attacchi di rappresaglia da parte di al-Qaida ed altri gruppi di ribelli. (…) L’incursione contro il gruppo di religiosi ha avuto inizio alle 9 del mattino. Le forze di polizia irachene inviate da Sunni Endowment, agenzia governativa responsabile delle moschee e dei luoghi sacri sunniti, hanno circondato la sede dell’associazione presso la moschea di Um al-Qura ed hanno preteso che il personale si allontanasse entro mezzogiorno, ha affermato la stessa associazione in una dichiarazione pubblicata sul suo sito web.

Pochi giorni fa si è svolto un “incontro di riconciliazione” tra gli Iracheni in una località turistica sul Mar Morto, in Giordania:

Questa settimana i leader iracheni si sono riuniti per un colloquio di riconciliazione nella vicina Giordania per tentare di superare il conflitto tra le sette e le etnie che dividono il paese, hanno affermato sabato i presenti. Circa 40 delegati, tra sunniti, sciiti e curdi, hanno discusso su quale forma di governo sarebbe più adatta per il futuro dell’Iraq, ha detto Nassar al-Rubaie, membro del blocco sadrista antiamericano guidato dal religioso rivoluzionario Muqtada al-Sadr. “Ci siamo trovati d’accordo sul principio del federalismo come parte del sistema di governo, ma a condizione che non sia basato sul settarismo”, ha dichiarato al-Rubaie in un’intervista telefonica al suo ritorno a Baghdad. (…) L’incontro di quattro giorni, che ha avuto inizio lunedì in una località turistica sul Mar Morto, si è svolto con il patrocinio di un’organizzazione non governativa italiana ed ha visto la partecipazione di Richard W. Murphy, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, come riferito da notiziari locali.

Qui si possono trovare ulteriori dettagli su questo “incontro di riconciliazione”.
Naturalmente qualsiasi piano per il futuro dell’Iraq dovrebbe presupporre almeno l’esistenza dell’Iraq, ma è a questa stessa esistenza che gli Stati Uniti ed i loro alleati manifesti o segreti miravano con la Lunga Guerra iniziata quasi due decenni fa. Oggi l’Iraq non esiste più [ci pensate? Questo è più di un genocidio. Un intero paese, membro delle Nazioni Unite, è definitivamente sparito] e la parola “riconciliazione” ha un suono macabro nel bel mezzo di una danza della morte eseguita dai tanti burattini, vampiri e zombi dell’Iraq corresponsabili di questa apocalisse, i cui crimini e le cui atrocità sono difficili da descrivere, e certamente impossibili da capire per un’opinione pubblica occidentale a cui la propaganda ha fatto raggiungere livelli che rasentano l’apatia.
Nuri al-Maliki, uno dei tanti uomini dell’Iran a Baghdad, ha iniziato ad abbaiare contro i suoi padroni statunitensi che gli hanno conferito la nomina di Fantoccio della Zona Verde. Come qualcuno “a sinistra” ed in quello che è conosciuto come “il movimento pacifista” in Occidente, questo Dracula iracheno è sempre a caccia di sangue fresco. Mentre galleggia in un bagno di sangue genocida di cui è corresponsabile, il vampiro ha ora sete del sangue di altri tre funzionari del partito Ba’ath: Ali Hassan al-Majid, Sultan Hashem al-Tai e Hussein Rashid al-Tikriti. “Insistiamo perché sia messo in atto il verdetto contro tutti gli imputati, e questi dovrebbero essere consegnati affinché la decisione contro di loro possa essere messa in atto”.
Dopo aver chiuso definitivamente la porta del suo fazioso governo fantoccio al blocco dei Sunniti, Maliki ha emesso un provvedimento secondo cui 18.000 membri delle milizie sciite starebbero per essere assorbiti nell’esercito, nella polizia e nei servizi di sicurezza del paese. Le reclute della nuova milizia appartengono al partito Dawaa, capeggiato da Maliki, e alla Brigata Badr, gruppo militare guidato dal Supremo Consiglio Islamico iracheno, il principale alleato sciita di Maliki nel governo.
L’Esercito del Mahdi, la milizia di Moqtada al-Sadr, colui che viene descritto come “l’uomo più potente in Iraq”, è stato escluso dalla decisione burattinesca. Vedremo come i famigerati trapanatori reagiranno a quest’altro insulto proveniente dal loro stretto alleato e se saranno felici di essere convertiti in “agenti culturali”.
Stratfor ha riferito che:

IraqSlogger, un notiziario online, ha comunicato il 14 novembre che l’Esercito del Mahdi – braccio armato del movimento radicale sciita iracheno guidato da Muqtada al-Sadr – è in procinto di essere ristrutturato come organizzazione convenzionale. Un elemento fondamentale di questo processo sarebbe l’istituzione di un esame d’ammissione che verifichi la conoscenza dell’Islam da parte dei potenziali membri. Gli esami saranno tenuti da ufficiali superiori dell’Esercito del Mahdi nella città sciita di An Najaf. Il servizio aggiunge che l’alto commando del blocco sadrista avrebbe ordinato ai miliziani dell’Esercito del Mahdi di astenersi dall’interferire negli affari pubblici, lasciando le questioni di ordine pubblico alla polizia. (…) La proposta di ottimizzare l’Esercito del Mahdi segue il modello dell’Organizzazione Badr (già Compagnia Badr o Brigata Badr), braccio militare del potentissimo movimento sciita iracheno, il Supremo Consiglio Islamico iracheno (SIIC). Il SIIC, guidato da Abdel Aziz al-Hakim, è stato incorporato nelle forze di sicurezza irachene e trasformato in una specie di sezione giovanile durante il periodo del governo provvisorio iracheno.

Riferendosi all’“esame d’ammissione” Stratfor ha commentato:

E’ qui che il procedimento di verifica della conoscenza dell’ideologia da parte dei potenziali membri potrebbe risultare molto utile per al-Sadr. Il procedimento è studiato per convalidare l’adesione all’Esercito del Mahdi. Un esame vero e proprio che misurasse la laicità di un potenziale membro potrebbe portare ad un significativo calo di adesioni, dal momento che gli elettori di al-Sadr provengono da ceti bassi, dove l’analfabetismo è un problema.

Forse Stratfor ha un atteggiamento classista e razzista poiché non c’è dubbio che gli uomini del Mahdi supererebbero l’esame a pieni voti, se questo vertesse sul sequestro di persona, sulla tortura e sul massacro, le nuove discipline di specializzazione del sistema scolastico del Nuovo Iraq.
L’International Crisis Group [Gruppo di Crisi Internazionale, ndt], da tempo sostenitore di Moqtada al Sadr e del suo Esercito del Mahdi, “ha esortato gli Stati Uniti ad adottare un approccio più imparziale verso la comunità sciita di maggioranza, affermando in una relazione che probabilmente le rivalità tra gli Sciiti influiranno maggiormente sul futuro dell’Iraq rispetto al conflitto settario tra Sciiti e Sunniti”, ha riferito la Reuters.
“Gli Stati Uniti hanno pienamente appoggiato [il Supremo Consiglio Islamico iracheno (SIIC)] in questa rivalità. Questa è una mossa rischiosa”, ha detto il gruppo di esperti cha ha sede in Belgio. Gli esperti hanno rilevato che la fiducia riposta dagli Stati Uniti nei combattenti dell’Organizzazione Badr del SIIC come contrappeso della milizia dell’Esercito del Mahdi di Sadr è “destinata a ritorcersi loro contro, spaccando in due la comunità sciita e gettando le basi per un conflitto endemico all’interno degli Sciiti. Mentre Washington è intenta a stabilizzare l’Iraq, per esempio, (il SIIC) è deciso a governarlo”, si afferma nella relazione. (…) “L’autorità conferita al SIIC attraverso la protezione ed il sostegno degli Stati Uniti può spalancare le porte ad un maggiore coinvolgimento dell’Iran, soprattutto quando le forze armate statunitensi inizieranno a ritirarsi”, hanno detto.
Per quanto riguarda “l’uomo più potente in Iraq”, sembra si sia dato alla “clandestinità” per studiare, anche se qualcuno sembra essere scettico. “La sua intelligenza non gli permette di raggiungere alti livelli di studio”, afferma uno studioso di rango elevato delle howza [scuole teologiche, ndt] degli Sciiti, il fior fiore del clero che contorna il Grande Ayatollah Ali Sistani. Comunque sia, se stia studiando in Iraq o nel natio Iran nessuno lo sa. Newsweek ha riferito che:

Da quando, lo scorso agosto, ha proclamato una sospensione delle ostilità per la milizia del suo Esercito del Mahdi, Sadr è completamente sparito dalla vita pubblica, designando cinque fidati collaboratori a parlare a nome suo. NEWSWEEK ha appreso che alcuni di quei rappresentanti si sono incontrati segretamente con il generale David Petraeus, il più alto comandante statunitense in Iraq, per discutere di una cooperazione in materia di miglioramento della sicurezza, secondo due fonti che hanno rifiutato di essere identificate a causa della delicatezza dell’argomento. Il portavoce del generale, il Colonnello Steven Boylan, ha rettificato quest’affermazione spiegando che, mentre Petraeus non si è incontrato con Sadr, “il comando ha avuto davvero dei contatti diretti con alcuni suoi uomini all’interno dell’organizzazione [di Sadr]… per favorire i tentativi di riconciliazione”.

E i progressi e l’ottimismo? I mezzi d’informazione dello Stato aziendale ci hanno propinato per un po’ di tempo parecchie favolette del tipo “in Iraq va meglio”. “Lo dicono le statistiche, in generale”, ci ha detto ultimamente Jim Muir della BBC.
Ali al-Fadhily, stretto collaboratore di Dahr Jamail, ha riferito recentemente all’IPS [Inter Press Service, Informazione per lo Sviluppo, ndt]:

“Mi piacerebbe essere d’accordo con l’idea che la violenza in Iraq sia diminuita e che tutto vada bene”, ha detto il generale a riposo Waleed al-Ubaidy all’IPS a Baghdad. “Ma la verità è ben più amara. Tutto ciò che è avvenuto è un cambiamento drammatico nella mappa demografica dell’Iraq”. E come per Baquba ed altre zone dell’Iraq colpite dalla violenza, dice che una parte della storia a Baghdad è che non c’è rimasto nessuno a cui raccontarla. “La maggior parte dei giornalisti onesti se n’è andata”. “Baghdad è stata squarciata in due città e in molte frazioni e quartieri”, ha raccontato all’IPS Ahmad Ali, ingegnere capo di una delle municipalità di Baghdad. “Tanto per cominciare, ci sono attualmente la Baghdad sciita e la Baghdad sunnita. Poi, ognuna è divisa in piccoli frammenti, simili a cittadine, formati dalle centinaia di migliaia di persone che sono state costrette ad abbandonare le loro case”.

Pebe Escobar ha commentato di recente:

Il Pentagono – tramite il generale di divisione Joseph Fil, comandante delle forze armate degli Stati Uniti a Baghdad – sta inesorabilmente facendo intendere che ora c’è meno violenza nella capitale, un andamento “sostenibile”. Queste sono stupidaggini. Fil non può ammettere neanche il fatto essenziale che Baghdad sia stata ridotta ad una collezione di ghetti isolati e circondati dalle esplosioni, alla ricerca di una città. Baghdad, che era per il 65% sunnita, ora è almeno per il 75% sciita. I residenti sciiti e quelli sunniti confermano allo stesso modo che la violenza settaria si è spenta perché di fatto non ci sono più quartieri su cui attuare una pulizia etnica.

Ecco un’altro Racconto di un Successo Improvviso.
Un buon servizio giornalistico del Guardian, Incontro con Abu Abed: il nuovo alleato degli Stati Uniti contro al-Qaida, offre un’altra immagine da brivido della vecchia strategia statunitense del divide et impera:

Abu Abed, membro del rivoltoso Esercito Islamico, è diventato di recente comandante dei “Cavalieri di Ameriya” sponsorizzati dagli Stati Uniti. Fa parte della nuova razza dei signori della guerra sunniti, che ora sono pagati dagli Stati Uniti per combattere al-Qaida in Iraq. Gli Statunitensi chiamano i loro nuovi alleati Cittadini Preoccupati. (…) Un ex funzionario dei servizi segreti e devoto sunnita, Hajji Abu Abed, ha l’aria di un capomafia. E per Abu Abed, come per un boss, le conoscenze sono tutto. Il suo ufficio è decorato da immagini che lo vedono abbracciato ad ufficiali statunitensi, tra cui il comandante supremo in Iraq, il generale David Petraeus, ed un certo Capitano Cosper. (…) Dopo esserci di nuovo accomodati nel suo ufficio, Abu Abed mi ha raccontato dei suoi grandi sogni. “Ameriya è solo l’inizio. Dopo che qui avremo terminato con al-Qaida, ci rivolgeremo verso il nostro nemico principale, le milizie sciitea. Libererò Jihad [un’area sunnita presso Ameriya sotto il controllo dell’Esercito del Mahdi], poi Saidiya e tutta la parte occidentale di Baghdad”.

Alcuni commenti su tutto ciò si trovano nel blog di Imad Khadduri.
Think Progress ci narra di un altro fanatico neonazista statunitense:

Mort Kondracke, direttore esecutivo di Roll Call e collaboratore di Fox News, scrive oggi che se la politica di intensificazione del presidente Bush non dovesse funzionare, il suo piano B sarebbe “vincere giocando sporco”, che implica “l’accettazione di un’autorità da parte di Sciiti e Curdi, consentendo loro di soffocare con la violenza la resistenza sunnita ed assicurandosi che gli Sciiti amichevoli nei confronti degli Stati Uniti risultino vincitori”.

Mort Kondracke scrive: “La vittoria sarà sporca perché permetterà alle forze armate irachene controllate dagli Sciiti e ad alcune milizie sciite di decimare la ribellione sunnita. Con tutta probabilità ci saranno pulizia etnica, atrocità contro i civili e flussi massicci di profughi”

Svegliaaaaaa!! Ma dove ha vissuto negli ultimi quattro anni, sig. Mort? Meglio che pensi ad un Piano B un po’ più originale.
E’ questo il Nuovo Iraq degli Stati Uniti, un mostro partorito dal supremo crimine internazionale, la guerra di aggressione la cui illegalità, ai sensi del diritto internazionale, permane ancora. Il famigerato processo politico, con la sua costituzione imperialista redatta a Washington, e le sue bande di Quisling formate da signori della guerra, psicopatici e terroristi spietati corresponsabili del genocidio iracheno e dell’annientamento del paese, ben lontani dal rappresentare “la democrazia nascente dell’Iraq (che ha bisogno di tutta la legittimità che può avere)” – come troppa propaganda cerca tuttora di spacciare all’opinione pubblica occidentale – è stato piuttosto l’epitaffio sulla tomba dell’ultimo paese arabo che abbia osato sfidare l’imperialismo ed il colonialismo dell’occidente.
Stiamo assistendo alla resa dei conti in cui tanti burattini, vampiri e zombi si mettono in posizione, aspettando la spartizione settaria di quello che un tempo era l’Iraq. Il “processo politico” orchestrato dagli Statunitensi è stato la ballata di questa danza della morte.
P.S. Democrazia usa e getta
Un sondaggio condotto in cinque paesi europei e negli Stati Uniti ha riscontrato un consenso molto scarso sull’utilità di attacchi militari contro l’Iran e un sostegno schiacciante al ritiro dall’Iraq delle truppe della coalizione formata da Stati Uniti ed altri paesi.
Il sondaggio, condotto da Harris Interactive Survey per conto della rete televisiva France 24 e del quotidiano International Herald Tribune che ha sede a Parigi, ha rivelato che l’uso della forza contro l’Iran è appoggiato solo dall’8% delle persone in Francia, dal 7% in Germania, dall’8% in Italia, dall’8% in Spagna, dall’11% nel Regno Unito e dal 21% negli Stati Uniti, mentre il 90% dei cittadini francesi è a favore di un ritiro dall’Iraq, così come il 75% dei Tedeschi, l’82% degli Italiani, l’84% degli Spagnoli, l’82% dei cittadini del Regno Unito ed il 67% degli Statunitensi.
E adesso?

Gabriele Zamparini
Fonte: http://www.thecatsdream.com/

27 Febbraio 2008, Il Web @ 16:45

 Il Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund, di solito abbreviato in FMI in italiano e in IMF in inglese) è, insieme al Gruppo della Banca Mondiale, una delle organizzazioni internazionali dette di Bretton Woods, dalla sede della Conferenza che ne sancì la creazione.
L’Accordo Istitutivo acquisì efficacia nel 1945 e l’organizzazione nacque nel maggio 1946. L ‘FMI si configura anche come un Istituto specializzato delle Nazioni Unite (ONU).

I suoi obiettivi sono (dovrebbero essere):
- Promuovere la cooperazione monetaria internazionale
- Facilitare l’espansione del commercio internazionale
- Promuovere la stabilità e l’ordine dei rapporti di cambio, evitando svalutazioni competitive
- Dare fiducia agli Stati membri rendendo disponibili, con adeguate garanzie, le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti
- In relazione con i fini di cui sopra, abbreviare la durata e ridurre la misura degli squilibri delle bilance dei pagamenti degli Stati membri.

Ogni membro (attualmente 185 paesi) può accedere al credito del fondo (SBA ed EFF), in un anno, fino al massimo del 100% delle quote sottoscritte e, cumulativamente, fino al massimo del 300%; l’ammontare dei prestiti può essere elevato in casi eccezionali.
Il Fondo Monetario Internazionale è fortemente criticato dal movimento no-global e da alcuni illustri economisti, come il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che lo accusano di essere un’istituzione manovrata dai poteri economici e politici del cosiddetto Nord del mondo e di peggiorare le condizioni dei paesi poveri anziché adoperarsi per l’interesse generale.
Il sistema di voto, che chiaramente privilegia i paesi “occidentali”, è considerato da molti iniquo e non democratico. Il FMI è accusato di prendere le sue decisioni in maniera poco trasparente e di imporle ai governi democraticamente eletti che si trovano così a perdere la sovranità sulle loro politiche economiche.

Il board esecutivo e il board dei governatori del FMI non danno a tutti i Paesi la stessa possibilità di essere rappresentati.
L’assegnazione del numero dei voti è basata sul sistema “un dollaro un voto”, che quindi antepone la ricchezza alla democrazia. I paesi più ricchi controllano il board esecutivo sia in termini di seggi che di voti, nonostante il Fondo sia quasi completamente impegnato in Paesi a basso e medio reddito. Questo sistema, creato durante il periodo coloniale e controllato dai governi dei Paesi sviluppati, è inadeguato e necessita di essere radicalmente modificato.
Perciò molti economisti, rappresentati del governo e associazioni chiedono una struttura del Fondo che sia realmente democratica, che abbia gli stessi standard di democrazia richiesti a livello nazionale. Per raggiungere questo obiettivo, si auspica l’adozione immediata di un sistema di voto a doppia maggioranza. Le decisioni dei board dovrebbero essere prese solo con il consenso della maggioranza dei governi membri e con la maggioranza dei voti a favore. Il sistema “un Paese, un voto” contro-bilancerebbe il sistema “un dollaro, un voto”. La combinazione dell’attuale sistema di voto con la richiesta di un accordo della maggioranza dei governi membri contribuirebbe a superare l’ineguaglianza che caratterizza il meccanismo decisionale del FMI.

Come espresso prima Joseph Stiglitz ha apertamente criticato l’operato del Fondo Monetario Internazionale.
Stiglitz ha rivestito ruoli rilevanti nella politica economica. Ha lavorato nell’amministrazione Clinton come Presidente dei consiglieri economici (1995 –1997); alla Banca Mondiale ha assunto la posizione di Senior Vice President e Chief Economist (1997 – 2000), prima di essere costretto alle dimissioni dal Segretario del Tesoro Lawrence Summers.
Stiglitz esprime il suo disappunto per la politica del FMI nel suo libro intitolato “Globalization and Its Discontents” 92 (”La globalizzazione e i suoi oppositori”), dove analizza gli errori del FMI e della gestione delle crisi finanziarie che si sono susseguite negli anni novanta, dalla Russia ai paesi del sud est asiatico all’Argentina. Stiglitz illustra come la risposta del FMI a queste situazioni di crisi sia stata sempre la stessa, basandosi sulla riduzione delle spese dello Stato, una politica monetaria deflazionista e l’apertura dei mercati locali agli investimenti esteri. Tali scelte politiche venivano di fatto imposte ai paesi in crisi ma non rispondevano alle esigenze delle singole economie, e si rivelavano inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento delle crisi.

Stiglitz critica il FMI su diversi punti.
Analizzando la crisi dell’Est asiatico, Stiglitz ricorda che il 2 luglio 1997 crollò il baht tailandese che segnò l’inizio della più grande crisi economica dai tempi della Grande depressione, una crisi che partendo dall’Asia sarebbe andata a colpire anche Russia e America Latina.
Il baht, che per dieci anni era stato scambiato con un rapporto di 25:1 rispetto al dollaro, dalla sera alla mattina subì una svalutazione di circa il 25 per cento.

Ormai la crisi è passata ma sfortunatamente le politiche imposte dal FMI durante quel periodo tumultuoso hanno peggiorato la situazione, e in molti casi hanno provocato addirittura l’inizio di una crisi: secondo Stiglitz una liberalizzazione eccessivamente rapida dei mercati finanziari e dei capitali è stata probabilmente la causa principale della crisi, sebbene vi abbiano condotto anche alcune politiche sbagliate condotto dai singoli paesi.
Oggi gli esperti del FMI hanno riconosciuto molti errori, ma non tutti.
Si sono resi conto, per esempio, di quanto possa essere pericolosa una liberalizzazione troppo rapida del mercato dei capitali, ma è un cambiamento di opinione che arriva quando ormai è troppo tardi per aiutare i paesi in difficoltà.

Nei tre decenni precedenti alla crisi, l’Est asiatico non era soltanto cresciuto più velocemente di qualsiasi altra regione del mondo, più o meno sviluppata, riuscendo addirittura a ridurre la povertà, ma aveva anche acquisto stabilità e si era salvato dagli alti e bassi che caratterizzavano tutte le economie di mercato.
Tanto che quei risultati positivi vennero descritti come “il miracolo asiatico”.
Quando scoppiò la crisi però il FMI e il Tesoro degli Stati Uniti fecero aspre critiche contro questi paesi, incolpandoli di avere dei governi corrotti e urgeva una riforma radicale.
Stiglitz però si interroga: “come è possibile che le istituzioni di questi paesi abbiano funzionato così bene per tanto tempo se sono marce e corrotte?” . La risposta si evinse chiaramente dalla relazione intitolata “The East Asian Miracle” realizzata dalla Banca Mondiale su pressione dei giapponesi: quei paesi asiatici avevano avuto successo non solo malgrado il fatto di non aver seguito il diktat del Washington Consensus, ma proprio perché non li avevano seguiti; fu così evidenziato l’importante ruolo svolto dai governi.

Mentre le politiche del Washington Consensus mettevano in risalto la privatizzazione, i governi asiatici a livello nazionale e locale davano contributi per la creazione di imprese efficienti che hanno svolto un ruolo decisivo nel successo di alcuni di questi paesi.
Quando cominciò la crisi, l’Occidente non ne colse la gravità.
Il FMI per risolvere la crisi impose un’impennata dei tassi d’interesse e tagli alle spese, nonché di introdurre nei paesi cambiamenti sia economici che politici.
Il FMI stava fornendo miliardi di dollari a questi paesi, ma a condizioni di così ampia portata che i paesi che accettavano i finanziamenti finivano per rinunciare a gran parte della loro sovranità economica.

Nonostante ciò, i programmi del FMI sono falliti: avrebbero dovuto arrestare la caduta dei tassi di interesse, che invece si sono mantenuti in discesa, senza che il mercato abbia minimamente dimostrato di aver preso atto che fosse arrivato il FMI a “salvare la situazione”. Imbarazzato dal fallimento della sua ricetta il FMI ha puntualmente incolpato il paese di turno di non aver attuato sul serio le riforme necessarie.
Con l’aggravarsi della crisi aumentò la disoccupazione: la percentuale di disoccupati era quadruplicata in Corea, triplicata in Thailandia e decuplicata in Indonesia.
Il rallentamento nella regione ha avuto ripercussioni globali:la crescita economica complessiva fu rallentata e, con questo rallentamento, sono crollati i prezzi delle materie prime.

Secondo il premio Nobel americano, a generare le crisi economiche dall’Est asiatico all’America Latina, dalla Russia all’India, ritiene che la colpa vada imputata alla liberalizzazione dei movimenti di capitali. Secondo Stiglitz essa può creare rischi enormi persino in quei paesi che hanno banche forti, borse valori mature e altre istituzioni che molti di quei paesi in crisi non possedevano. Nonostante egli esempi del passato, il FMI ripropone la sua ricetta di liberalizzazione dei capitali, nella bizzarra ipotesi che questa migliorerebbe la stabilità economica attraverso una maggior diversificazione delle fonti di finanziamento. Basterebbe però analizzare i dati relativi ai flussi di capitali per rendersi conto che essi hanno un andamento prociclico, cioè defluiscono da un determinato paese in tempi di recessione, proprio quando il paese ne ha più bisogno, e affluiscono verso il paese nel periodi di rapida espansione, esasperando le pressioni inflazionistiche.

Analizziamo due casi: la Corea del Sud dove è intervenuto il FMI e la Cina che scelse di non seguire le politiche del Fondo.

1. In Corea il FMI, nonostante conoscesse l’eccessivo indebitamento delle aziende, insistette che fossero aumentati i tassi di interesse e ciò aumentò il numero delle aziende in crisi e, di conseguenza, il numero delle banche che si trovarono a gestire “crediti in sofferenza”. In pratica il FMI era riuscito a congegnare una contrazione simultanea tanto della domanda quanto dell’offerta.
Il FMI si giustificava dicendo che le sue politiche avrebbero aiutato a riportare la fiducia nei mercati dei paesi colpiti. Ma chiaramente un paese in piena recessione non ispira alcuna fiducia.

2. Confrontando quello che è successo in Cina invece, che come la Malesia scelse di non seguire i programmi del FMI, vediamo chiaramente gli effetti negativi delle politiche del FMI.
La Cina , del resto come l’India, fu uno dei grani paesi in via di sviluppo che è riuscita ad evitare la devastazione della crisi economica mondiale introducendo dei controlli sui movimenti dei capitali.

Mentre i paesi in via di sviluppo con mercati dei capitali liberalizzati hanno registrato un declino dei redditi, l’India è cresciuta di oltre il 5% e la Cina quasi dell’8%. Questi risultati notevoli sono stati seguiti non certo seguendo le ricette del FMI, bensì quelle dell’ortodossia economica che gli economisti insegnano da più di mezzo secolo. La Cina ha colto l’occasione di associare ai suoi obiettivi a breve termine quelli di una crescita di lungo periodo, stimolando una domanda enorme di infrastrutture.
Conn Hallinan è analista in politica estera al Foreign Policy, ed insegnante di giornalismo all’Università della California a Santa Cruz. Hallinan scrive che l’ultima vittima in ordine di tempo del FMI sia stata appunto l’Argentina: la terza economia, per importanza, dell’America Latina è stata fatta deragliare dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale che hanno già devastato popolazioni ed economie da Mosca a JaKarta riempiendo al contempo i forzieri delle banche e delle organizzazioni finanziarie.

Secondo Hallinan il mito più diffuso riguardo al FMI è che si tratti di un organismo “internazionale”. Infatti, ha molti membri ma gli Stati Uniti ed i suoi alleati prendono tutte le decisioni. L’Olanda, ad esempio, ha più potere di voto della Cina e dell’India. “Internazionale” sarebbe quindi una comoda finzione che permette all’organizzazione di evitare il controllo del Congresso. Quello che il FMI fa è di fare un’offerta che non è possibile rifiutare.
Quando L’Argentina attraversò un periodo economico burrascoso all’inizio degli anni ’90, il Presidente Bush (senior) e il Fondo offrirono un prestito condizionato all’ancoraggio del Peso Argentino al Dollaro, alla totale privatizzazione di banche e servizi, alla rimozione di dazi doganali ed alla liberalizzazione della circolazione dei capitali.

L’Argentina ha abboccato e i capitali stranieri sono affluiti. Per alcuni (i benestanti) l’economia decollò, ma legare il peso al dollaro ha reso le esportazioni argentine proibitive mentre l’inondazione di importazioni estere a basso costo ha minato la base industriale del paese: chiusura di fabbriche, diffusione della disoccupazione ed implosione del debito. La libera circolazione dei capitali ha permesso a compagnie straniere di spillare profitti all’estero ed ha aperto le porte ai “vulture funds”, che hanno acquistato gran parte del debito per fare il colpo grosso con gli elevati tassi d’interesse.
Il fondo Toronto Trust Argentina98 ha avuto un ritorno del 79,25% sui debiti acquistati pari a trenta volte quello che avrebbe realizzato con i Bonds del tesoro statunitensi.

L’effetto delle privatizzazioni proposte dal FMI portarono una compagnia francese ad acquistare gli acquedotti del paese e aumentare le tariffe del 400%.
L’Argentina era guardata dal mondo come il paese dove il pensiero unico del F.M.I. e della Banca Mondiale aveva vinto. Un miracolo economico! Ma le privatizzazioni prima o poi finiscono, lo squilibrio commerciale resta, lo Stato deve drenare denaro sui mercati internazionali attraverso prestiti internazionali in valuta, ad ogni giro i tassi salgono e il rating diminuisce. I tassi alti scoraggiano l’economia e per tre anni l’Argentina va in recessione. Le Grandi Famiglie (3% della popolazione) incominciano a cambiare i pesos in dollari. Servono altri prestiti, sempre più cari.

A questo punto scoppia la crisi finanziaria.
Nessuno presta più soldi all’Argentina che è costretta a tagliare del 13% i salari pubblici e a bloccare totalmente la spesa pubblica. Neanche questo basta, ed ecco l’F.M.I., caritatevole, giungere in soccorso, prestando 8 miliardi di dollari . con una clausola, però, che l’Argentina aderisca al F.T.A.A. (Free Trade Area of the Americas) cioè si apra al libero scambio con gli USA.

Doppia trappola: il deflusso di dollari non potrà che aumentare, per il libero scambio e in più si mette in ginocchio il Brasile e si fa saltare il Mercosur (il Mercato dell’America del sud).
La crisi finanziaria argentina è solo rimandata di qualche mese: una boccata d’ossigeno per l’UBS, Citygroup e Chase Manhattan e altre grandi banche che hanno ancora qualche mese per “securizzare” i propri crediti, cioè farli scomparire nel risparmio gestito di fondi pensione. Quando la stessa cosa avvenne in Messico nel 1995 a rimetterci fu il Fondo Pensione degli Insegnanti della California! Ma ormai è fin troppo chiaro: le ricette virtuose del F.M.I. sono catastrofiche.
Dopo il Sud Est asiatico e la Russia hanno rovinato il Sudamerica. Ma la grande fornace di Wall Street ha bisogno di capitali esteri che tengano su i corsi azionari e quindi `mors tua vita mea’!

Meraviglie della globalizzazione dei mercati finanziari!
Ma a dicembre del 2001 la crisi esplode senza remissione. Prima l’annuncio del default sul debito, bonds sovereign e local market instruments collocati compiacentemente sui mercati internazionali per un valore di oltre 58 miliardi di dollari vanno in default. Il Ministro dell’Economia Domingo Cavallo tentò un ultimo colpo da presitigiatore finanziario: lo Swap del debito.
Tassi al 7% invece del 30% e più e allungamento delle scadenze. I mercati non accettano. Gli argentini così incominciano a dubitare che un dollaro valga un peso. Le banche sono prese d’assalto per cambiare pesos in dollari. I capitali defluiscono e con essi la possibilità di far fede agli impegni assunti con il F.M.I. In più la crisi riduce i profitti e i consumi. Crollano dunque anche le entrate fiscali e l’obiettivo del `deficit di bilancio zero torna ad essere quello che era sempre stato: una pura utopia. Si limita la possibilità di ritirare denaro a 1.000 dollari mese. I bancomat vengono presi d’assalto e presto vanno in Tilt. Ormai è crisi di liquidità. Il F.M.I. nega la `tranche’ di oltre 1 miliardo di dollari dell’ultimo accordo di sostegno.

Anche loro sanno che sarebbe ormai solo una goccia in un mare di debiti. Iniziano gli assalti ai supermercati e la crisi che tutti conosciamo.
Il crac in Argentina non può essere imputato semplicemente alla corruzione nazionale ma al sistema “politico” del FMI che, invece di sostenere una partecipazione vera nello sviluppo della nazione, ha introdotto meccanismi monetaristici che hanno portato alla rovina economica il paese.
Tra Paesi che soccombono in crisi finanziarie, c’è invece un paese che si libera dal debito nei confronti del FMI e Banca Mondiale, ovvero il Venezuela del Presidente Hugo Chàvez.
Il paese sudamericano ha estinto il debito con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale e adesso nutre come secondo obiettivo la costituzione del Banco del Sur.
Il Venezuela ha recuperato interamente la sua sovranità; le sue orme potrebbero essere seguite da tanti altri paesi sudamericani od europei. Naturalmente tutto dipende se al tavolo delle trattative si indossi la veste del finanziatore pro-lobby o del debitore.

Fonti:
http://bankitaliasignoraggioenwo.blogspot.com
www.imf.org
STIGLITZ J., La globalizzazione e i suoi oppositori Torino, Einaudi, Torino (2002)
www.foreignpolicy.com
http://www.aamterranuova.it

di Salvatore Tamburo – http://www.pressante.com

25 Febbraio 2008, Il Web @ 15:01


Recentemente è uscito l’ennesimo report di Assogestioni che dimostra come il sistema bancario sia profondamente in crisi. Sia chiaro che questa crisi nulla a che vedere con quella dei mutui e del settore immobiliare, in quanto grazie a vergognose operazioni di cartolarizzazione, le banche hanno trasferito il rischio che correvano con i mutui ballerini recentemente erogati dalle loro tasche a quelle dei piccoli risparmiatori attraverso la creazione di fondi immobiliari di investimento che hanno nella loro pancia questi mutui con la miccia accesa: a riguardo andate a leggere l’ultimo redazionale intitolato Farloccolandia (www.eugeniobenetazzo.com/farloccolandia.pdf) e capirete di che cosa sto parlando !
La crisi che sta colpendo il sistema bancario è dovuta invece alle decine di miliardi di euro di riscatti di quote di fondi comuni di investimento: in buona sostanza da oltre quattro anni gli italiani si stanno riprendendo a colpi di oltre venti miliardi di euro all’anno i risparmi che avevano negli anni precedentemente allocato. Per semplificare ancora maggiormente per chi non fosse esperto dell’argomento, significa che la differenza tra apporti in denaro di nuovi sottoscrittori e gli smobilizzi di precedenti investimenti, è pesantemente negativo.  Una vera e propria fuga di capitali. Una fuga da Bancatraz ovvero il sistema bancario che ha segregato i risparmi degli italiani in questi ultimi anni, al pari di una prigione con un trattamento a pane e acqua: quindi con aspettative e rendimenti molto deludenti.

La conferma di questo l’abbiamo avuta proprio un anno fa, quando l’Ufficio Studio di MedioBanca ha analizzato il pianeta del risparmio gestito di banche ed affini, esprimendo un pesante giudizio di inefficienza. Tanto per fare un esempio lampante, se tornassimo indietro di 20 anni ed investissimo 100 milioni di lire del vecchio conio in BOT ed altri 100 in fondi comuni di investimento nella categoria azionari italiani, ci troveremmo, trascorsi i due decenni, con oltre 420 milioni nel primo caso e con meno di 380 nel secondo !  L’investimento in titoli di stato ha reso notevolmente di più senza esporre a rischio di mercato l’investitore che avesse optato per questa allocazione.  Paradossalmente se avessi investito a caso sui primi trenta titoli per capitalizzazione di borsa i suddetti 100 milioni, dopo due decenni mi ritroverei con quasi 900 milioni di vecchie lire !

Ma come si spiega allora tutto questo ? Semplice: con la commissione di gestione ovvero quell’importo in percentuale che deve essere riconosciuto al gestore del fondo (solitamente un soggetto bancario o parabancario) per ogni trimestre di gestione.  La cosiddetta commissione di gestione annua può variare da un 2 ad un 3 % con una dinamica di prelievo che prescinde i risultati di gestione stessa: questo significa prelevare sia in caso di performance positive o negative. Evviva la meritocrazia ! Lentamente nel tempo gli italiani si sono resi conto del perchè in banca oppure dai loro dipendenti viene propinato il famoso detto che la borsa paga nel lungo termine.

Solo che paga per la banca e non per il risparmiatore che si è rivolto ad essa: infatti quei 500 milioni che mancano all’appello (380 milioni con i fondi gestiti e oltre 900 con il fai date a caso) rappresentano il profitto che la banca ha realizzato mentre amministrava il vostro denaro durante il periodo in questione!  La pacchia tuttavia sembra stia finendo, infatti gli italiani hanno iniziato a riprendersi tutto, tornando ad investire come ai vecchi tempi: titoli di stato, pronti contro termine, certificati di deposito e conti di liquidità.  E secondo voi il sistema bancario può accettare una simile perdita ? Giammai ! Infatti adesso le direzioni marketing dei gruppi bancari spingono per i cosidetti prodotti strutturati di ultima generazione come ad esempio le fenomenali polizze unit linked.

Fenomenali per il loro tornaconto e non di certo per quello vostro: questi prodotti infatti si riescono a vendere più facilmente potendo far leva psicologica con la solita frase fatta: capitale protetto e rendimento garantito.  Decisamente meno facile risulta lo smobilizzo (anticipato) di queste polizze: praticamente impossibile, a meno di accettare una penale molto onerosa.  Lo scopo di queste polizze è duplice: per primo, generare commissioni di adesione/sottoscrizione dell’ordine del 4/5 % dell’importo investito ed in secondo luogo potersi appropriare del vostro denaro per un’epoca temporale piuttosto sostenuta !

Infatti con la sottoscrizione delle unit linked, i gruppi bancari stanno recuperando liquidità anche a fronte della contingente crisi di liquidità del sistema dovuta all’eccessiva esposizione in mutui erogati negli anni precedenti.  Alla fine l’unico capitale protetto e rendimento garantito che si conosca è il patrimonio consolidato dell’istituto di credito ed il rendimento garantito è il profitto che devono ottenere da tutto quello che vi propongono !  Eh sì perchè proprio questo è il punto: negli ultimi dieci anni le banche italiane si sono specializzate a fare profitti senza esporsi personalmente a condizioni di rischio, preferiscono decisamente infatti far rischiare voi e loro prelevare una commissione certa per il loro operato !  E non illudetevi che le banche straniere che vogliono entrare in Italia siano mosse da motivazioni francescane: anche loro vogliono affiancarsi agli istituti di credito italiani e sedersi alla mangiatoia in comune. 

di Eugenio Benetazzo
www.eugeniobenetazzo.com/

Nuovi articoli »