Fenomenologia dello star system dei terroristi suicidi
Per fare un discorso sui suicide bombers bisogna partire da quello che ci dice il senso comune. Il buon senso, la lucidità nazional-popolare, quella salda come la roccia.
“Nella loro cultura non c’è rispetto per la vita umana.”
“Sono dei pazzi”
“Puoi fare una cosa del genere solo se prima ti hanno fatto il lavaggio del cervello.”
“E’ tutta colpa dell’Islam.”
In realtà nella cultura musulmana c’è rispetto per la vita esattamente come “da noi”, mentre il rispetto della vita scende sottozero in qualsiasi contesto di conflitto bellico. Le coordinate morali di persone sottoposte al rischio costante di morire sono sicuramente diverse rispetto a chi vive dove la guerra non c’è.
Nasra Hassan, uno studioso che ha condotto ricerche etnografiche sul campo intervistando aspiranti suicide bombers, reclutatori e funzionari di Hamas, ha rilevato che nessuno di loro manifestava segni di depressione o di squilibrio, ma che anzi avevano solitamente un’intelligenza superiore alla media, una buona educazione, ed ottime maniere. Due kamikaze sono stati figli di miliardari.
Ora come ora, finiti i tempi di Kohmeini, possiamo affermare che nessuno degli attentatori subisce una riforma coercitiva del pensiero - comunemente detta lavaggio del cervello -. Chiaramente il partito patrocinatore (che sia Hamas, Jihad Islamica, Brigata dei Martiri di Al Aqsa, o chi per esso) supporta il futuro kamikaze con massicce dosi di propaganda, ma la decisione di compiere l’atto - almeno per i maschi - è sempre frutto di una scelta individuale. Come ha affermato l’islamologo Richard Gramlich, se è vero che la dottrina teologica islamica presenta delle ambiguità rispetto l’uso legittimo della violenza in battaglia, è altrettanto vero che sotto l’egida del cattolicesimo, che dovrebbe basarsi sull’amore e sulla fratellanza, sono state condotte sanguinose guerre sia intestine che di conquista (1) . I padri della chiesa, Agostino e Ambrogio in primis, si sono adoperati per dimostrare la dottrina del bellum iustum, per quanto il pacifismo sia un importante costituente del messaggio cristologico (2). Rispetto alla cultura occidentale, il terrorismo suicida è visto come la manifestazione più eclatante dell’Alterità, e ora come ora, dopo che sono crollati il Muro e le Torri, possiamo affermare che l’Alterità è individuata nell’Umma musulmana. Dopo l’East-Block, il blocco arabo-islamico. Come tutto ciò che è altro da noi, anche il terrorismo suicida viene percepito in maniera massiva ed inarticolata, ed usando la stereotipia come strumento conoscitivo. Un po’ come i flussi migratori, che vengono misconosciuti nei loro sviluppi e nella loro storicità. Gli immigrati sono considerati come un’unica massa identica a se stessa, priva di distinzioni sociali di qualsiasi tipo, decurtata delle sue narrazioni. Lo stesso vale per il terrorismo suicida. Le odierne esplosioni nei Territori Occupati, in Israele ed Iraq hanno una storia ben precisa a monte. Una macro-storia, nonché le storie individuali dei singoli attentatori. Tutto ebbe inizio con Kohmeini, il primo capo religioso ad adoperarsi per aggirare la taquyia, la legge islamica che antepone la salvezza del corpo e della vita in tempi di crisi. Quando nell’’80 Saddam invase il suo paese, l’imam sentenziò che quella guerra era un dono del cielo, ma dato che i quadri dirigenti dell’esercito erano stati epurati e che non c’erano né armi né munizioni sufficienti, decise di ricorrere alla risorsa di cui l’Iran era maggiormente ricco: la crescita demografica incontenibile, ovvero i ragazzini. Quelli erano i tempi dei reclutatori che setacciavano le scuole, dei campi di addestramento lager, e del mind-fucking. I mitraglieri irakeni si ritrovarono a fronteggiare le onde offensive umane, schiere di migliaia di minorenni dagli otto ai quindici anni che si gettavano urlando verso le loro postazioni, incontro a morte certa, per aprire la strada ai soldati regolari. Pochi fra loro portavano armi, ma tutti erano provvisti di una chiave appesa al collo, per aprire i cancelli del paradiso non appena conseguito il martirio.
Nel mondo arabo nessuno usa la locuzione “terrorismo suicida”, il termine usato è shahadat, martirio. Il suicidio, intihari, è un gesto haram, proibito dalla normativa religiosa, che non ha assolutamente nulla a che spartire con le “sante esplosioni”. Dopo i pasdaran e i giovani del bassige, durante gli anni Ottanta un altro gruppo religioso sciita si servì dei martiri, in modo meno massiccio, più capillare, e supportato da un robusto marketing di propaganda audiovisiva. Erano gli Hetzbollah libanesi, in guerra contro gli occupanti israeliani e le truppe americane e francesi. Se i bambini iraniani erano martiri “inermi”, che morivano “di per sé”, con gli attentati libanesi si apre la stagione del “martirio predatorio”, in cui la vittima si qualifica anche come carnefice.
Nell’ ’83 un uomo alla guida di un camion pieno di esplosivo portò a termine un’operazione di guerriglia spettacolare, schiantandosi contro il palazzo in cui erano stanziate le truppe americane e francesi, e provocando 250 morti, fra cui l’intero contingente della CIA in Libano. Se è vero che il primissimo attentato individuale condotto da un uomo bomba avvenne nell’81 a Tabriz, ad opera del movimento dei Mojaheddin e al seguito delle note vicende rivoluzionarie e post-rivoluzionarie in Iran, possiamo tuttavia affermare che si trattò di un atto isolato e pionieristico rispetto a quanto avrebbero fatto gli Hetzbollah. Le modalità martiriali par excellence con cui persero la vita più di ventimila giovani iraniani erano quelle massificate, collettive ed ebbre delle onde offensive umane. Tecnicamente, qualora gli obiettivi non siano civili inermi ma, come nel caso del primo attentato Hetzbollah, target militari, non si può parlare di terrorismo. Se il bersaglio è un contingente bellico si tratta di operazioni di guerriglia (3). Gli Hetzbollah, per supportare questo tipo di azioni, hanno creato una vera e propria cultura del martirio. Si sono serviti dei media di flusso e della loro emittente televisiva, Al Manar Tv, sulla quale vengono tuttora trasmessi i video con i testamenti dei martiri, fondamentali per la percezione eroica degli attentatori e per la genesi del desiderio di emulazione. Il deserto libanese è pieno di enormi cartelloni pubblicitari, installati nei luoghi in cui ci sono stati i 15 attentati fra l’ ’80 e l’ ’85. Questi cartelloni sono un ibrido fra la pubblicità, di cui adottano uno dei supporti canonici, e il monumento commemorativo, infatti recano la foto del martire e le sue generalità.
A parte questa inconsueta attenzione per gli aspetti comunicativi e mediatici del loro operato, gli Hetzbollah sono entrati nelle grazie del popolo libanese offrendo servizi di welfare, scuole, ospedali, assistenza sociale ai più poveri. La stessa linea politica è stata poi adottata da Hamas, in Palestina. Il culto del martirio è un tratto tipico della confessione sciita, che risale all’epico sacrificio in battaglia di Hussein, il fondatore della Shiat. Sia gli iraniani che gli Hetzbollah sono sciiti. La Palestina invece è di prevalenza sunnita. Nel 1992 successe però che i vertici di Hamas vennero deportati da Rabin in Libano, dove la dirigenza di Hetzbollah li accolse a braccia aperte, passando loro armi, idee, e strategie concettuali. Non è un caso che nel 1993 si sia verificato in Palestina il primo attacco terrorista sferrato da un uomo-bomba. Da allora c’è stato un incremento numerico di operazioni suicide spaventoso, e il fenomeno ha inesorabilmente assunto tutti i connotati di una vera e propria moda di massa. Dal ’93 fino ad arrivare ai giorni nostri ci sono stati più di 120 attacchi suicidi. Tutte le organizzazioni, anche quelle laiche come Al Fatah si sono trovate costrette da ragioni di marketing a costituire brigate militari di martiri, pena la sconfitta politica da parte degli altri partiti. Il diritto a diventare martire è stato esteso anche alle donne, nonostante gli iniziali scetticismi da parte dello sceicco Yassin (l’ultra-fondamentalista fondatore di Hamas), perplesso perché le attentatrici per compiere la missione dovevano uscire di casa senza essere accompagnate dal marito o da un maschio della famiglia. Molti teorici del terrorismo hanno fatto notare la natura simbolica - ovvero comunicativa e polisemica - delle operazioni suicide, in particolare di quelle dirette ai civili, il cui scopo, non essendo strategico, ha una natura più sottile. Scegliendo volontariamente la morte, gli attentatori dimostrano di irridere il potere soverchiante degli israeliani. L’assunto nascosto del potere infatti è costituito dalla facoltà di togliere la vita, e ciò che essa genera, ovvero paura e sottomissione. L’atto suicida manda in cortocircuito la logica del potere. Lo scopo è lo spargimento del terrore nel fronte civile avversario, perché la paura è una forma di sudditanza mentale, laddove è impossibile quella logistica. Per chi subisce l’attentato, i suoi significati coprono tutta l’area semantica della distruzione: innanzitutto del corpo, che viene danneggiato vita natural durante, da lesioni agli organi, amputazioni di arti, ustioni su viso e testa. E poi della psiche, che fatica a superare il trauma, dei nuclei familiari e dei sodalizi, che vengono troncati dalla morte dei loro membri, della salute, della fiducia nell’avvenire. E infine degli spazi conosciuti, i quali vengono sconvolti e assumono significati perturbanti, e della vita sociale, che si desertifica. La guerra, con i suoi fondali fisici e psichici, viene così esportata nel cuore della pacifica società del nemico.
Inoltre la morte sia dell’attentatore che delle sue vittime assume una valenza sacrificale. Il sangue dei nemici viene versato sulla terra che essi occupano indebitamente, per purificarla, e il martire con il proprio sacrificio diventa un eroe. Tutte le grandi narrazioni mitiche, quelle strutturate sul viaggio dell’eroe, culminano con la sua morte e resurrezione. Nel terrorismo suicida anche l’ultima funzione eroica viene adempiuta; dopo l’attentato tutti possono vedere il simulacro del martire resuscitare virtualmente sugli schermi televisivi, sui quali viene trasmesso più volte il suo testamento. Questa resurrezione, oltre ai suddetti connotati mitici, ha anche una forte valenza sociale. I martiri vengono proiettati nell’iconosfera della fama, che li “eterna” agli occhi della loro collettività, e gonfia la loro identità, facendone degli eroi e dei veri e propri divi. Come per il pantheon divistico occidentale, c’è un’assoluta democraticità delle candidature. Tutti possono aspirare a diventare martiri. Non serve essere belli e glamourus, basta essere determinati e coraggiosi. “Tutto si può dire di questi uomini, tranne che non fossero coraggiosi.”, ha detto Susan Sontag in riferimento agli attentatori delle Torri Gemelle. Come il divismo occidentale, anche lo stardom martiriale del Medio Oriente riprende le categorie archetipiche, in particolare quella dell’eroe trasformatore, che con la sua morte innesca un grande cambiamento che rende migliore la sua comunità d’appartenenza. E in una comunità distrutta dalla guerra e dall’occupazione, questo richiamo inconscio funziona alla grande.
In più ci sono i fattori economici. Se in Occidente l’exploitation commerciale dei divi copre tutte le funzioni connesse al corpo, dalla cosmesi, all’abbigliamento, ai vizi alcolici e tabagisti, il corpo dello shahid (il martire) acquista valore solo in relazione alla sua morte. Dopo l’attentato la sua famiglia riceve una somma compresa fra i tremila e i venticinquemila dollari, rette scolastiche abbonate, servizi medici scontati. D’altra parte anche le icone più grandi del divismo occidentale hanno un legame privilegiato con la morte. I volti più noti in assoluto, Marilyn Monroe, James Dean, Che Guevara, Jim Morrison, Lady Diana, tutti sono morti su un altare sacrificale. Quello del sesso e della solitudine, della gioventù e della velocità, dell’ideale, dell’eccesso dionisiaco, dell’eccesso di fama. Anche gli shuhada si uccidono, fra le altre cose, per diventare famosi. Per andare in tv. Per finire sui manifesti in giro per il paese. Per diventare l’argomento numero uno di tutte le conversazioni.
E chiaramente chi finanzia, organizza e patrocina gli attacchi suicidi ne ha solo da guadagnare. La religione è solo un potente escamotage simbolico. In realtà il giro di soldi che ci sta sotto è enorme. Milioni di dollari. I kamikaze sono una forma di pubblicità per i partiti, che si giocano la propria popolarità su questo terreno. Al Aqsa Tv, il palinsesto di Hamas, trasmette veri e propri video musicali sulle sue falangi armate. In uno di questi si sente un inno marziale, fatto da un coro di voci maschili molto aggressivo, e nel frattempo si vedono dei guerriglieri con paludamenti mimetici (di cui alcuni improbabili, tipo una tuta con maniche a pipistrello che partono dalle caviglie), che fanno percorsi di guerra strisciando sotto matasse di filo spinato e inginocchiandosi a pregare in mezzo a distese di missili qassan. E poi dietro si vedono trotterellare bimbetti minuscoli, sui tre quattro anni, vestiti come loro e armati, che si sforzano di fare tutto il percorso bene come gli adulti. “I nostri bambini sono assetati del vostro sangue”, dice la canzone nel frattempo. Ci sono programmi per bambini con scenografie di colori pastello, in cui un personaggio vestito da Topolino intervista dei ragazzini tutti sorridenti, con la faccia sveglia da primi della classe, sui nove-dieci anni. I bambini dichiarano “che il martirio è una cosa bellissima, che non c’è nulla di meglio che andare in paradiso.” Che “il martirio è dolce.” E poi “Non vogliamo questo mondo, vogliamo l’Aldilà.”
di Luiza Samanda Turrini
Fonte: www.carmillaonline.com
NOTE
(1) «l’Islam (…) nel corso della propria storia s’è dimostrato normalmente più tollerante di quanto avrebbe dovuto esserlo se avesse seguito i dettami della sua essenza. Il Cristianesimo d’altra parte è apparso meno comprensivo di quanto avrebbe dovuto se avesse ottemperato al comandamento dell’amore insegnato da Gesù.», LEONARDO SACCO, Kamikaze e Shahid, linee guida per una comparazione storico-religiosa, Roma, Bulzoni Editore, 2005, p. 120.
(2) «I primi padri della Chiesa, fra cui Tertulliano e Origene, asserivano che ai cristiani era fatto divieto di togliere la vita ad altri uomini, un principio che impediva ai cristiani di servire nell’esercito romano. I primi cristiani, perciò, erano fondamentalmente pacifisti. Quando il Cristianesimo balzò allo status di religione di Stato nel quarto secolo d.C., i capi della Chiesa cominciarono a rifiutare il pacifismo e ad accettare la dottrina della guerra giusta, un’idea affermata per primo da Cicerone e sviluppata successivamente da Agostino e Ambrogio.», MARK JUERGENSMEYER, Terroristi in nome di Dio, la violenza religiosa nel mondo, Bari, Laterza, 2003, p. 26.
(3) «Shiite organization such as Amal resorted to suicide actions against civilians (terrorism), but the majority of their actions durino the Lebanon wave were directed against military targets.», LUCA RICOLFI, Palestinians 1981-2003, in DIEGO GAMBETTA (a cura di), “Making sense of suicide mission”, Oxford Press, New York, 2005, p. 88.
Prologo
Occorre adesso introdurre un lungo discorso su Enrico Cuccia, per studiare le diverse strade che imboccarono lui e Mattioli, e scandagliare meglio le loro personalità.
Mattioli era un fautore del “capitalismo ordinato”, come lo chiama Galli, Cuccia invece era fautore di un capitalismo “proteso verso la rivincita”.
Sia Mediobanca (Cuccia) che Comit (Mattioli) dipendono dall’IRI, vale a dire dallo Stato. “Senonchè mentre a Mattioli ciò sta bene, a Cuccia no. E gli sforzi che fa per sottrarsi alla sua tutela sono incessanti (…).
Cuccia riesce a portare nel suo “salotto” oltre al fior fiore dell’imprenditorialità italiana (dagli Agnelli ai Pirelli) la potentissima Banque Lazard che opera lungo l’asse Parigi-Londra-New York, mettendo a profitto l’amicizia che ha stretto durante la famosa missione del ‘42 con il grande banchiere ebreo Andrè Meyer. Da quel momento Mediobanca è, nei fatti, ben più “internazionale” della Comit. Una connotazione che si farà sentire. Quando, negli anni Ottanta, alcuni politici tenteranno di estromettere Enrico Cuccia da Mediobanca, a differenza di quanto si verificò con Mattioli, scendono in campo a suo sostegno i potentati esteri oltre che quelli nostrani. E i politici sono obbligati a ripiegare, accettando successivamente (1988) la “privatizzazione” di Mediobanca. Perchè gli “amici” di Cuccia si chiamano Lazard e Deutsche Bank” (35).
Mattioli e Cuccia sono agli antipodi per quanto riguarda la loro attitudine nei confronti delle grandi famiglie imprenditoriali. Mattioli (il dominus della Comit) restò sempre un “servitore dello Stato”, mentre Cuccia (il dominus di Mediobanca) si schierò subito in loro favore. Così durante il regno dell’“ultimo Mattioli” i capitalisti “vanno a Cuccia”… o meglio ancora da Cuccia, poichè il Quartier Generale della finanza italiana ha cambiato indirizzo e timoniere.
Mattioli è costretto a ripiegarsi sui suoi libri e sulla sua cultura. “Tuttavia i segni lasciati da don Raffaele non vengono scalfiti nè dal tempo, nè dalle mode. E almeno su un punto tutti concordano: nessuno era riuscito, come lui, a mantenere la Comit , e con essa il centro motore della finanza italiana, libero e indipendente. E incutere rispetto alla classe imprenditoriale” (36).
Il Galli scrive: “Enrico Cuccia è stato di volta in volta dipinto come un angelo o un demonio. Probabilmente in lui albergano entrambe le anime” (37). Il capitalismo internazionale gli ha affidato pieni poteri per la “provincia Italia” “e pertanto quel poco di internazionalità e di capitalismo che ancora esiste sotto i nostri cieli, lo dobbiamo a lui” (38).
La vita
Cuccia nasce a Roma il 24 novembre 1907. La sua famiglia ha origini greco-albanesi, ma è perfettamente integrata nella buona borghesia di Palermo. Un amico di famiglia “Guido Jung, classe 1876, gocce di sangue ebraicotriestino… suggerisce a papà Beniamino Cuccia… di trasferirsi in Roma… agevolandolo nell’assunzione al Ministero delle finanze.
Per questa coincidenza che si rivelerà propizia, Enrico viene alla luce a Roma anzichè a Palermo. Con un padrino illustre come Jung. (…) La carriera finanziaria di Cuccia inizia col piede giusto: nel 1932 alla Banca d’Italia, portatovi da Guido Jung che nel frattempo ha percorso molti gradini lungo le scalinate del potere.
(…) Tanti incarichi preludono alla nomina a ministro delle Finanze.
È il 20 giugno del 1932. Nemmeno tre mesi dopo, il 12 ottobre, Enrico Cuccia entra in Banca d’Italia. …è il pupillo… del potentissimo ministro, che agli occhi del duce ha il merito d’intrattenere buone relazioni con la business-community internazionale, rapporti cui Mussolini… tiene moltissimo” (39).
Occorre sapere che Jung era filoamericano, e Cuccia imparò molto dal filoamericanesimo di Jung, e soprattutto due cose: “1°) un modo per aggirare, se necessario, l’arcigna… oligarchia economico finanziaria continentale; 2°) il riconoscimento (o l’intuizione?) che i nuovi centri del potere sono in via di migrazione dall’Europa all’altra sponda dell’Atlantico” (40). Cosa che Mattioli non aveva voluto ammettere e che gli costò cara!
Nel giugno del 1934, Guido Jung trasferisce Cuccia all’IRI, gestito da Alberto Beneduce. “Se Jung proviene dalle schiere liberali Beneduce ha alle spalle un passato socialriformista, corroborate da alte cariche nella massoneria… Il napoletano Beneduce è il massimo, e sempre ascoltato, consigliere economico del duce che lo riceve quotidianamente. Ministro delle Finanze (Jung n.d.r.) e presidente dell’IRI (Beneduce n.d.r.) viaggiano comunque in perfetta sintonia (…).
È sicuramente velleitario, eppure non irreale, il tentativo dell’Italia dei primi anni Trenta di stabilire un rapporto privilegiato con gli USA… A farsene carico non è il governo, bensì quell’establishement economico che ha messo le sue competenze al servizio del fascismo, pur non condividendone l’ideologia antiliberale. Se Jung ha da rassicurare i circoli finanziari dove forte è l’influenza ebraica, a Beneduce toccano i massoni” (41).
Galli ha scritto: “[Cuccia] crede in Dio, è osservante; ma la sua fede è laica, calvinista, lontana anni luce da ogni forma di clericalismo e d’ingerenza della Chiesa nei pubblici affari: nessun prete-trafficante varcherà mai la soglia di via Filodrammatici” (42). E ancora: “Cuccia è un cattolico ultraosservante, con messa e comunione quotidiane…, ma il suo è un cattolicesimo particolare. È un giansenista… E per un giansenista, rigoroso quanto elitario, gli “altri” cattolici sono populisti…” (43).
Cuccia, la massoneria e la Comit
Se si prescinde dalla possibile influenza del suocero Alberto Beneduce, che massone lo era certamente, testimonianze serie sull’appartenenza di Cuccia alla massoneria ci vengono da Michele Sindona e dalla vedova di Roberto Calvi, la signora Clara.
Galli scrive: “In un incontro all’Hotel Pierre di New York, nell’estate 1976, Sindona mi disse: “Mattioli ha creato Mediobanca per togliersi dai piedi Cuccia che è persona pericolosa… lavora per portare la finanza italiana sotto il dominio della Grande loggia”. Innanzi alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, Clara
Calvi ha dichiarato: «Quando gli (al marito Roberto n.d.a.) domandavo perchè Cuccia e Sindona, pur essendo massoni, non andavano d’accordo, mi rispondeva: “Appartengono a due logge diverse”» (44).
Nel 1938, con le leggi razziali, le cose si mettono male per Jung, che essendo ebreo viene emarginato. Beneduce invece che è soltanto… massone resta in sella e deve intervenire rendendo ufficiale il fidanzamento tra Enrico Cuccia e sua figlia, che si chiama Libera Idea Socialista [non è uno scherzo… è veramente un nome di… battesimo!]. Egli invita l’amico Raffaele Mattioli, amministratore delegato della Comit, ad assumere il futuro genero Enrico Cuccia, col rango di dirigente, a Milano, nell’ufficio di piazza Scala dove gravitano Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Cesare Merzagora, Adolfo Tino, “vale a dire una buona fetta della futura classe dirigente “liberal” che ritiene il fascismo una dolorosa parentesi della storia” (45).
Carlo Bombieri, collaboratore di Cuccia alla Comit, dice che Cuccia aveva “un’ambizione senza confini, spietata, incontenibile. Qualche volta, a quattr’occhi, non esitava a manifestarla: l’aspirazione al potere da realizzare con il maneggio del denaro, in quanto nei confronti della politica nutriva un assoluto disprezzo intellettuale, generalmente non si sbilanciava; (…) detestava il fascismo ma teneva in rispetto il concetto di autorità. Aveva una concezione castale della società, retta da un “uomo forte”. Con un’eccezione: il Papato di Roma non gli andava a genio” (46).
Maurizio Mattioli, il figlio di don Raffaele, ha detto al Galli: “Quando le discussioni politiche si facevano più aspre… l’ho sentito esclamare con rabbia: “ci vorrebbe un Clemenceau”… Un riferimento al Clemenceau… radicale, massone legato al Grand Orient de France, che aveva chiesto ai fratelli la “discesa nell’arena” per affermare, nella società e nella politica, i “valori” delle logge?” (47).
La missione a Lisbona
La missione di Cuccia a Lisbona rappresenta il momento decisivo e se si vuole “magico” della sua vita.
Nel 1942, mentre il Giappone dilaga nel Pacifico, l’asse Roma-Berlino-Tokio sta vincendo la sua ultima, effimera, battaglia, prima di perdere la guerra. La vittoria sembra arridere all’Asse, “C’è però chi, in Italia, convinto del contrario, si prepara al dopo. Non irenicamente, ma agendo. È la nascita del Partito d’azione, laico, progressista (ma oppositore del modello comunista) ed elitario: nella convinzione che a “scrivere la storia” siano gli ideali e gli interessi di pochi illuminati. Il popolo… non potrà che seguirli” (48).
Gli azionisti ( La Malfa , Tino e Parri) ritengono di dover stabilire un contatto con l’America e scelgono Cuccia per l’importantissima missione. Enrico andrà a Lisbona (con la complicità di Raffaele Mattioli) con una copertura reale: le trattative per il trasferimento della partecipazione Comit in Sudamerica.
Cuccia deve far giungere un messaggio al conte Sforza, che sta cercando di farsi accreditare in America come il più genuino antifascista. Cuccia porta il messaggio a Lisbona e lo consegna a George Kennan, il quale s’imbarca per l’America e lo recapita a Carlo Sforza.
“Alcune confidenze strappate a Guido Carli, Cesare Merzagora e Giovanni Malagodi [conversazioni informali con l’autore Giancarlo Galli fra il 1989 e il 1991]… consentono di abbozzare un ben più complesso… scenario. Probabilmente Enrico Cuccia non fu semplice “postino” e… non esitò ad andar oltre (…) intuì che muovendosi con scaltra intelligenza poteva trasformarsi da comparsa in protagonista di una nuova fase… del capitalismo italiano” (49).
A Lisbona un finanziere ebreo-francese Andrè Meyer aspetta Cuccia. Meyer è un partner della Banque Lazard, che nel 1940 ha dovuto abbandonare Parigi, a causa dell’invasione tedesca, e che ha cercato di rimontare la “baracca” a New York. Tra Cuccia e Meyer nasce un sodalizio fondato su una convinzione: quella di ristabilire il primato della finanza e del supercapitalismo sulla politica, evitando gli errori del comunismo e del keynesismo o capitalismo statalistico, che agli occhi di Cuccia (e di Meyer) è un’eresia (mentre è l’ideale di Mattioli).
Cuccia, Meyer e la Banque Lazard
La Banque Lazard fu fondata da Abraham Lazard, ebreo boemo, che nel 1792, ai tempi della rivoluzione francese, aveva lasciato Praga per raggiungere il Paese che aveva concesso agli ebrei cittadinanza e diritti civili.
Andrè Meyer nacque sulla fine dell’Ottocento, da una famiglia ebraica di modeste condizioni; libero pensatore, autodidatta, lavora come fattorino presso un agente di cambio ebreo; divenuto procacciatore d’affari, viene notato da David Weill della Banca Lazard, ma Andrè non vuole essere soltanto assunto, pretende di essere “associato”. Lo trattano da pazzo, ma qualche mese dopo ci ripensano. “Nella potente quanto riservata Banque Lazard, Meyer assumerà presto un ruolo da protagonista. (…)
“Cinico e assetato di danaro” giudica con severità Carlo Bombieri… Non so come e quando Cuccia lo abbia conosciuto. Nel momento in cui me lo presentò, era tuttavia chiaro che si conoscevano bene, e che Enrico lo idolatrava… Spiegava spudoratamente che per lui arricchirsi era un culto, e i mezzi non gli importavano…”.
Quello dei Lazard è un mondo particolarissimo. “Banchieri di sinistra, radicalsocialisti, patrioti, anticlericali, visceralmente anticomunisti”, li ha dipinti Anne Sabouret (50).
Cuccia “azionista”
Ritornato a Milano, Cuccia è promosso codirettore centrale, e all’assemblea del 31 marzo 1943 il suo nome compare nell’organigramma del top-management Comit. Subito dopo il 25 luglio, Cuccia si ritira con Mattioli nella fattoria toscana di Nozzole, dove li coglie l’8 settembre. Alla notizia dell’armistizio raggiungono Roma, sicuri di un imminente arrivo degli americani. «Nella Roma occupata, Enrico Cuccia è l’ombra di Raffaele Mattioli. “Papà stava praticamente rinchiuso assieme a Cuccia nella sede della Comit in piazza Santi Apostoli, dispensando ogni sorta di consigli e aiuti”, afferma il figlio Maurizio» (51).
Gli americani entrano in Roma il 5 giugno 1944. Mattioli si è già formato un progetto politico: salvare casa Savoia facendo dimettere Vittorio Emanuele III e anche Umberto II, per promuovere il giovanissimo Vittorio Emanuele IV, affidando nel frattempo la reggenza a Maria Josè, affiancata da un consiglio di reggenza che sarebbe stato composto di: De Gasperi, Einaudi, Togliatti, Croce e Mattioli stesso.
Cuccia non è d’accordo, (è repubblicano convinto) e si dedica a un’iniziativa più specifica: la creazione di una banca d’affari.
“Carlo Bombieri… ricorda: “Mattioli voleva dar vita a uno strumento per compiere operazioni, allora non consentite dalla legge bancaria assai restrittiva, ma indispensabile allo sviluppo di un’Italia moderna. Cuccia era portatore di un altro concetto: una banca d’affari elitaria, alla cui guida implicitamente si candidava”.
Per Raffaele Mattioli gestire una grande banca… è un’incombenza faticosa e persino ingrata. Per lui, legato alla cultura classica, il denaro è semplicemente un mezzo (e nemmeno troppo nobile) per realizzare delle cose. Ai suoi occhi, i soldi non hanno un’anima… ama l’Italia e gli italiani, e lo proclama ad alta voce. Per Enrico Cuccia, il danaro è numero, e nei numeri risiede la geometria cosmica del potere… il concetto di patria lo lascia freddo, ciò che conta sono le classi superiori…” (52).
La seconda missione in America
Nell’autunno del 1944 il governo di Ivanoe Bonomi invia una delegazione negli USA. La formazione della missione fu opera dell’allora sottosegretario agli esteri Visconti Venosta che scelse i due membri principali del gruppo: Quintino Quintieri, già ministro delle Finanze del governo Badoglio a Salerno, e Raffaele Mattioli, allora amministratore delegato della Banca commerciale italiana che portò con sè Enrico Cuccia. “La scelta di Cuccia dipendeva dal fatto che si trattava, in quel periodo, dell’unico italiano in qualche modo accreditato presso gli americani.
L’ambasciatore George Kennan aveva conosciuto lui, non altri; Andrè Meyer magnificava le doti del giovane finanziere italiano, non di altri (…).
Siamo alla vigilia della Conferenza di Yalta… nel corso della quale Churchill, Roosvelt e Stalin si spartiranno il mondo. Il premier britannico vorrebbe rimettere in sella le monarchie di Grecia, Italia, Jugoslavia. Gli USA no. E in modo identico la penseranno i successori: Harry Truman e Dwigth Eisenhower. Cuccia, strenuo repubblicano, è in pratica l’unico membro della delegazione a trovarsi in sintonia con i vertici politici americani. Nonchè con l’arcivescovo di New York, Joseph Spellman, col sindaco, Fiorello La Guardia , e con quel mondo che fa riferimento alla Masonic Hall… dove… Andrè Meyer è di casa” (53).
La nascita di Mediobanca (10 aprile 1946): La grande svolta dell’economia italiana
Cuccia, come lui stesso ama sostenere, “s’identifica” con Mediobanca, perciò la storia delle sue gesta, non più in qualità di eminenza grigia ma di banchiere a pieno titolo, prende il via dalla fondazione dell’istituto, il 10 aprile 1946, che coincide anche con la sua nomina a direttore generale.
Cuccia ha soltanto trentanove anni. “Perchè proprio lui? (…) Ciò che oggi sappiamo della lunga strada percorsa all’ombra di Beneduce e Jung, dei rapporti vieppiù stretti con Andrè Meyer, delle missioni delicate, dell’impegno nel Partito d’azione, allora era noto a pochissimi. Ci si accontentava di considerarlo un fedele discepolo di Raffaele Mattioli, e questo rassicurava e garantiva. È proprio alla scomparsa del banchiere di piazza Scala che i veli cominciano ad aprirsi, per merito di Eugenio Scalfari: “Niente di più lontano da lui [Mattioli] di un Cuccia, di un Rockefeller o d’un Abs [il ministro delle Finanze di Hitler] (…). Questi uomini hanno portato nel loro mestiere un che di puritano e d’esclusivo, …relegando al margine della loro giornata quanto non fosse banca. Il contrario di Mattioli…” (L’Espresso 5 agosto 1973).
Toccherà ancora a Scalfari andare oltre, un anno più tardi: “Enrico Cuccia… veniva dalla covata Comit (…) Mattioli lo stimava… ma capì presto che, alla lunga, non sarebbero andati d’accordo… Cuccia era un banchiere quanto Mattioli e forse di più, e questo l’ottimo don Raffaele non lo sopportava, almeno sotto lo stesso tetto di casa. Perciò quando si autorizzò Mediobanca, il candidato naturale c’era già.
Da quel momento, Enrico Cuccia avrebbe fatto corpo con la sua creatura (…) ebbe l’ambizione di costruire… una banca d’affari con rapporti internazionali. L’assillo di questo siciliano trapiantato a Milano è sempre stato quello di sprovincializzare l’economia italiana… Questa tendenza verso il cosmopolitismo, il fascino esercitato su di lui dalla grande finanza internazionale… hanno costruito a Cuccia un piedistallo di superiorità indiscutibile…” (E. Scalfari-G. Turani, Razza padrona, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 159 e segg.)” (54).
Cuccia rassicurava l’intero arco costituzionale: gli americani, dato il suo passato resistenzial-azionista, i comunisti che lo ritengono una longa manus di Mattioli, la DC e De Gasperi, data la sua amicizia col cardinale Spellman.
“L’unico a cui non piaceva era Mario Scelba, (…) “ossessionato” dalle ombre massoniche aleggianti nel mondo finanziario e in particolar modo su coloro che avevano gravitato nel Partito d’azione.
Dopo aver cercato di opporsi alla riconferma di Mattioli alla Comit, Scelba s’esercitò anche nel boicottare Cuccia-Mediobanca; ma subì un altro smacco, anche per l’intervento di… don Luigi Sturzo, che aveva trovato un alleato nel giovane finanziere nella lotta che s’andava profilando con Enrico Mattei… aedo dello statalismo economico.
La “guerra perduta” di Mario Scelba… non impedì che attorno alla Comit e ancor più a Mediobanca continuasse ad aleggiare… l’alone massonico” (55).
Mattei per Cuccia era il nemico numero uno, perchè Cuccia era convinto che Mattei potesse vincere la sua battaglia che è fatta di ostilità agli USA, di solidarietà verso le nazioni emergenti, che esige una presenza attiva dello Stato nell’economia, che ha come punto di riferimento De Gaulle: “combattente, cattolico, autoritario, nazionalista, allergico agli americani” (56).
Mattei fu ucciso, al colmo della sua potenza, il 27 ottobre 1962. Il Galli scrive: «Qualunque sia stata la causa della sua morte, fra i “nemici” si collocava, in primissima fila, lo gnomo di via Filodrammatici. – E continua - Fu a cena da Enrico Mattei… che sentii per la prima volta nominare Enrico Cuccia… disse Mattei: “È molto bravo, sa dove vuole andare, e bisognerà fare i conti con lui. Se passa ci distrugge… Qui stanno le divisioni di Cuccia: i francesi, gli americani, i tedeschi, gli ebrei…” Baldacci [direttore del “Giorno”] fece presente che “è uomo di Mattioli, un amico”; al che Mattei scosse la testa, con un “ne riparleremo” pieno d’irritazione” » (57).
Cesare Merzagora
Merzagora nato a Milano nel 1898 e diplomatosi in ragioneria, viene accolto alla Comit di Toeplitz che lo invia nell’allora importante sede di Sofia in Bulgaria, ove fonda un giornale antifascista.
Richiamato in Italia, rifiuta la tessera del PNF e Mattioli (succeduto a Toeplitz), per evitargli guai, lo manda in missione in Francia, Marocco e nei Balcani. Nel 1938 i Pirelli gli offrono la carica di direttore generale. Durante la guerra civile, entra nei gruppi clandestini liberali (il Partito d’azione lo lascia perplesso). Ai primi del maggio 1945, proposto dagli anglo-americani e col consenso dei comunisti, diventa “alto commissario” alla Pirelli. Ma convintosi che l’Italia abbia una classe borghese marcia, pianta la Pirelli per andare in Brasile, dove, a San Paolo, lo raggiunge un messaggio di De Gasperi: “L’Italia ha bisogno di un uomo come Lei!”.
Il “ragionier Cesarino” si rimbarca per la Madrepatria , sbarca a Genova, e prende un treno per Roma ove arriva giusto in tempo per giurare come ministro per il Commercio estero.
Viene eletto il 18 aprile del 1948 (riconfermato nel 1953 e nel 1958) nelle liste democristiane come “indipendente”. Infatti è laico o meglio laicista e liberale “allergico ad incenso e candele” - scrive il Galli - “ma ciò non gli impedisce di trovarsi in sintonia con De Gasperi… nemmeno gli è sgradito Enrico Mattei, almeno sin a quel drammatico 1955, quando Mattei gli sbarra la strada al Quirinale per favorire Giovanni Gronchi. Nell’occasione… il boss dell’ENI aveva fatto correre la voce che Cesarino fosse in odore di Massoneria” (58).
L’elezione di Gronchi, con l’appoggio del PCI, lo rese insofferente, quasi ribaldo e così, pian piano, perde amici per strada: Mattioli, Carli, Andreotti, Colombo, Malagodi, La Malfa. “Gli resta un rapporto intenso, ancorchè punteggiato da asprezze, con Enrico Cuccia. (…) costretto a lasciare la presidenza del Senato… si ritrova sì senatore a vita, ma “disoccupato”. Ed Enrico Cuccia lo raggiunge con una telefonata di plauso e sostegno, invitandolo in via Filodrammatici” (59). Però entra in frizione anche con Cuccia, il quale lo ritiene capace, ma un po’ megalomane, e si convince che l’amicizia dimostratagli da Cuccia non era sincera: voleva strumentalizzarlo, e lui non intende essere la marionetta di nessun burattinaio. Pertanto inizia a cuocere la vendetta a fuoco lento.
Negli anni Settanta Cuccia crede ancora nel capitalismo puro e duro. “Convince gli Agnelli a rinunciare alla smobilitazione e al trasferimento in USA: nella prospettiva del PCI al governo, Ugo La Malfa aveva ventilato di nominare l’Avvocato ambasciatore a Washington. Per questo proposito, [Cuccia] non manca di redarguire l’amico carissimo: “le Cassandre non servono!” Pertanto impone l’Avvocato alla presidenza della Confindustria (1974) e stimola il dottor Umberto (1976) ad accettare la candidatura al Senato nelle liste democristiane.
Bisogna chiedersi che ne sarebbe stato dell’imprenditorialità privata italiana senza la Mediobanca di Enrico Cuccia. La risposta degli “amici di via Filodrammatici” è categorica: tutto sarebbe finito nelle mani di uno Stato demagogico, inefficiente e corrotto” (60).
Com’è riuscito Cuccia a salvare l’esercito dell’impreditoria italiana, in rotta negli anni di piombo, quando gli stessi generali meditavano la fuga? “Enrico Cuccia allargava le braccia, bisbigliando “C’est le hasard…”. Diabolicamente abile, lasciava gli interlocutori sulla brace. “Le hasard” può essere il Caso o, per straordinaria assonanza, l’onnipotente Lazard!” (61).
Cuccia, Sindona, Calvi, Gelli e la P 2
Verso la fine degli anni Sessanta inizio Settanta, assistiamo ad un altro scontro: quello tra Cuccia da una parte e Sindona, e quindi indirettamente anche Roberto Calvi, dall’altra. Sono gli anni in cui agiscono Gelli e la Loggia P 2.
Michele Sindona nasce a Patti (Messina) l’8 maggio 1920 da famiglia povera e riesce a laurearsi (105/110).
Vedendo che la guerra prende una cattiva piega e che la situazione di Mussolini si fa precaria, comincia a studiare l’inglese per “ammanicarsi” con gli Americani; nel dopoguerra si avvicina alla DC. Nel 1950 può già permettersi di acquistare una società del Liechtestein, la Fasco A. G., con quali mezzi non si sa. Nel 1955 riesce ad introdursi nella Curia di Milano, dove è appena giunto il nuovo arcivescovo, Giovan Battista Montini. “Fra colloqui e relazioni curiali… Sindona arriva ad un riservatissimo finanziere: Massimo Spada dello IOR, la banca del Vaticano, e suo tramite, qualche anno dopo, a monsignor Paul Marcinkus. Da quel momento il suo potere diventa davvero tentacolare in quanto le tante buone relazioni trovano un imprevedibile punto di convergenza: la Banca privata finanziaria (BPF) di via Giuseppe Verdi in Milano (…). Qualificatissima la clientela che vi fa capo: dai Pirelli a… Cesare Merzagora… Il proprietario, Ernesto Moizzi, è un aristocratico che sta cercando di uscire dagli affari, monetizzando” (62).
Sino alla metà degli anni Cinquanta, Cuccia e Sindona si erano ignorati «sino a far nascere l’impressione di un’assurda gelosia fra siciliani… L’incontro del disgelo avviene in Mediobanca… poi ricambiato in via Turati… A Sindona viene offerto di “collaborare”; e lui risolve magistralmente un problema fiscale della Fidia… È solo una breve parentesi di pace: la rissa riesplode quando Marinotti propone di cooptare Sindona nel consiglio di amministrazione della SNIA Viscosa dopo aver ottenuto il beneplacito di Tino (…).
Cuccia avrebbe voluto attribuirsi la paternità della nomina, e Sindona gli ribattè che c’era già stato il gradimento di Tino. Al che, secondo Sindona, Cuccia avrebbe replicato con tono alterato: “Dovresti sapere che in Mediobanca sono solo io a prendere decisioni” » (63). Ma il guaio grosso scoppia quando Sindona tenta di “bidonare” la Sofina , truccando i bilanci. Però alla Sofina si trova come general manager Paul Boel. Per togliere il figlio dai guai il padre corre da Andrè Meyer, suo amico fraterno, che lo passa a Cuccia. “Viene predisposta una transazione, ma Sindona s’intestardisce. La sua provocazione appare mirata: dimostrare che il banchiere di via Filodrammatici contava in patria come una scartina a briscola. Messo alle strette dalla Corte arbitrale di Ginevra, Sindona sarà costretto a “conciliare” versando mezzo miliardo di penale. Poco per il portafoglio, moltissimo per l’immagine. Non ammaestrato dallo smacco, ci riprova. C’è in ballo l’acquisizione dell’americana McNeil & Libby… Sindona, ignorando le sollecitazioni di Cuccia, anzichè rivolgersi a Meyer che pretende di controllare la piazza di New York, opta per un altro filone della finanza ebraica, la Lehman Brothers.
Meyer, indignato, dopo aver sottoposto Sindona a una sorta di processo presso la Lazard di Parigi, sentenzia che debba essere messo al bando… lo snodo cruciale è qui: nella “scomunica” comminata da Andrè Meyer e ratificata, a New York, in un summit della Confraternita degli gnomi, dove si decide che nella “provincia Italia” vi sia spazio unicamente per Mediobanca” (64).
Tuttavia si dissociano sia i Lehman sia gli Hambro, ed anche alcuni esponenti della Continental Illinois. Tra i consulenti legali di questa cordata anti-Meyer vi è Richard Nixon.
“Si tratta di avvenimenti importanti, che dimostrano l’inesistenza, almeno in questa fase, di qualunque demarcazione tra “finanza laica” (Mediobanca) e “finanza cattolica” (Sindona). C’è piuttosto uno scontro tra Meyer-Lazard e il “resto degli gnomi”, che però è estremamente disarticolato (…).
Per quasi un decennio nè la Banca d’Italia nè gli industriali nè i “moralisti” Cesare Merzagora e Raffaele Mattioli prenderanno apertamente posizione tra Cuccia e Sindona. Non che rifiutino di cogliere le reali dimensioni del contrasto (la conquista del monopolio della gestione degli affari finanziari), lo vedono sin troppo bene, ma giudicano che la soluzione migliore… sia il divide et impera.
D’altra parte …Michele Sindona… affascinava… spadroneggiava nei salotti milanesi… dicendo peste e corna di Cuccia, ma anche facendo sfoggio di cultura; da Nietzsche allo Spengler del Tramonto dell’Occidente… Cuccia appare in difficoltà. Lui che non frequenta i salotti, quando gli riferiscono dell’esibizionismo del rivale, si limita a ribattere… in inglese: Unreliable, inaffidabile. Per chi conosce la fraseologia degli gnomi, nessuna accusa a un finanziere può suonare altrettanto nefasta. Ma perchè si cominci a prenderne atto occorre che Sindona scivoli sulla sua stessa arroganza” (65).
Sindona, a partire dal 1967 cerca di espugnare le due roccaforti del potere economico italiano: l’Italcementi del cattolico ultraconservatore Carlo Pesenti, e la Bastogi. Ma gli va male: Pesenti, oberato di debiti, trova solidarietà inaspettatamente in Cuccia sino allora suo avversario, e grazie a Mediobanca trova i miliardi necessari per riacquistare le azioni di Italcementi, senza doverle svendere, come pretendeva Sindona. Il Galli commenta: “Fosse davvero esistita una “finanza cattolica”… Sindona sarebbe stato sicuramente sanzionato [per aver aggredito il cattolicissimo Pesenti]; ma questo non accadde, e Pesenti migrò nell’area cucciana” (66).
A questo punto inizia la partita attorno alla Bastogi, l’offerta di pubblico acquisto (Opa) sindoniana scatta il 13 settembre 1971. “Per quattro giorni è una pioggia di adesioni e un coro di approvazioni. Ma al quinto giorno le adesioni si bloccano, per il boicottaggio dei grandi azionisti. Cuccia ha fatto intervenire Andrè Meyer. Sindona corre in Roma-Capitale, ma può solo registrare che persino Emilio Colombo, …sul quale faceva pieno affidamento, s’è schierato con Cuccia-La Malfa (…).
Sostenere che… Sindona fosse l’espressione della “finanza bianca” è dunque, almeno fino a questo punto, …una distorsione della realtà (…) “Sindona, ma dopo lui anche Roberto Calvi, rovinarono a causa di erronee, spericolate operazioni sul mercato dei cambi”, ha confermato Guido Carli (…).
La rottura definitiva tra Cuccia e Sindona si consuma in un salottino riservato del “Club 44”… Qui pranza, solitamente il venerdì, la compagnia… Sindona…, Cuccia…, Cefis. Finchè un venerdì Sindona si ritrova… solo… Pochi minuti prima, in Mediobanca, Cuccia ha detto a Cefis che si è stancato di sedersi col diavolo” (67).
Sindona capisce che lo scontro è arrivato ad un punto di non ritorno, può contare oramai solo su Giulio Andreotti, su Anna Bonomi e su Gaetano Stammati (iscritto alla P2).
“Sconfitto, e pur costretto a riparare in America, Sindona non s’arrende… Le prime iniziative volte a coinvolgere personalmente… Cuccia risalgono alla primavera 1977, passano attraverso la minaccia di far rapire il figlio di Cuccia (…). Sindona considera il presidente di Mediobanca come uno dei peggiori nemici (…). Le cronache dell’affare Sindona (a partire dagli inizi degli anni Settanta sino alla morte, causata da una tazzina di caffè avvelenato, nel supercarcere di Voghera nel marzo 1986) restano… tuttora avvolte in una pesante coltre di nebbia. Esattamente come era accaduto per “l’incidente” aereo di Enrico Mattei, e come accadrà per l’impiccagione di Roberto Calvi… Resta la considerazione che il destino ha sempre assegnato ai “grandi nemici” di Enrico Cuccia una tragica uscita dalla scena di questo mondo” (68).
Il tramonto del keynesismo e il ritorno al capitalismo puro e duro
“Nei decenni Settanta-Ottanta, il disegno di “ritorno al capitalismo” di Enrico Cuccia cessa di essere un’utopia. I modelli keynesiani dell’economia sono in piena crisi, al pari del socialismo reale. Nel mondo anglosassone si affermano le teorie iperliberiste (“tutto va privatizzato”) dei Chicago-boys, un gruppo di economisti [capitanati dall’economista ebreo Milton Friedman, secondo il quale tutto va liberalizzato… anche la droga, l’aborto e il suicidio] che ha condotto i suoi primi esperimenti nel Cile di Pinochet [aiutato nel suo golpe anche dal Mossad]; e a loro si ispirano Margaret Thatcher… e Ronald Reagan… In Italia Cuccia è fra i pochissimi, forse l’unico ad avere previsto” (69).
La FIAT e Gheddafi
“Il primo exploit Mediobanca lo realizza a Torino, portando danaro fresco agli Agnelli superindebitati.
In Libia è al potere, ricco di petroldollari, …il colonnello… Gheddafi (…). È grazie al… presupposto adottato da Cuccia - trovare i soldi dove ci sono, senza sottilizzare sulle origini, quindi metterli a disposizione delle grandi famiglie - che si verifica l’ingresso dei libici in FIAT. Le trattative cominciano nel 1975 (…). A propiziarlo è Andrè Meyer (…). La Lazard , che non poteva esporsi direttamente date le sue matrici ebraiche, si rivolse alla Deutsche Bank di Francoforte. Questa rifiutò l’ingresso di capitali libici in Germania, ma accettò di rendersi garante del buon esito dell’operazione indicando quale oggetto dell’acquisizione la FIAT … trattandosi di una società italiana, Meyer fu invitato ad “attivare” Mediobanca” (70).
Cuccia e Romiti
“Nel 1979, dopo l’assassinio da parte dei terroristi rossi di Carlo Ghiglieno, …gli Agnelli decidono di abbandonare i passati, prudenti atteggiamenti, e di muoversi in controtendenza rispetto al diffuso clima di rassegnazione, per riportare ordine ed efficenza nelle fabbriche. I pieni poteri vengono affidati a Cesare Romiti, su indicazione di don Enrico che lo aveva portato in FIAT un lustro prima, nutrendo per lui incondizionata fiducia. Sessantuno dipendenti in odore di terrorismo vengono licenziati… don Enrico reputa indispensabile per il risano aziendale la “messa fuori organico” (in pratica, il licenziamento) di 23.000 dipendenti (…).
In quei giorni roventi [1980], quando Gianni e Umberto, sottoposti a molteplici pressioni, potrebbero barcollare, lo gnomoconfessore monta la guardia. Sprona gli Agnelli… aizza Romiti… E la FIAT torna a produrre, a macinare profitti” (71).
“Gli esami non finiscono mai…”
La potenza di Cuccia-Madiobanca sembra essere allo zenit. Gli imprenditori italiani sono unanimi: “Entri in Mediobanca e ne riesci rassicurato, perchè c’è un uomo che ha la bacchetta magica…”.
Il Galli narra un episodio illuminante sulla personalità di Cuccia tale e quale lo ha sentito da un aristocratico milanese: Ambrogio Cesa Bianchi, nel 24 luglio 1992: “La nostra famiglia, sul finire degli anni Sessanta, fu oggetto di un tentativo di scalata alla Milano Assicurazioni - narra il Cesa Bianchi - … Moi fratello Ariberto era un tipo strano… ma con amicizie importanti. Mio padre sospettava fosse massone, e che per questo riuscisse a restare a galla nonostante i comportamenti a dir poco bizzarri… assicurò che avrebbe pensato lui a sistemare la questione (…). Ci portò a Torino, da Camillo De Benedetti, che suggerì di rivolgerci a Cuccia (…). Finalmente arrivammo in via Filodrammatici… Cuccia salutò con calore mio fratello, e la cosa mi stupì. Se lo conosceva, come poteva avere fiducia? Sull’affare, Cuccia mostrò lucidità e idee ferme: noi rappresentavamo la tradizione, gli altri erano usurpatori. Aggiunse che per lui era …un onore dare il suo appoggio ad un’antica famiglia (…). Ne ricavai una forte impressione, anche perchè tutto andò per il meglio: agiva come fosse depositario di un potere occulto, incontrastabile…” (72).
Eppure anche per Cuccia “gli esami non finiscono mai”, come per qualsiasi mortale al quale verrà chiesto il Redde rationem villicationis tuae, come insegna il Vangelo.
Il 1982 è per lui un anno delicatissimo, essendo arrivato alla soglia dei settantacinque anni. Mediobanca dipende dall’IRI, nel cui statuto la carica che ricopre Cuccia ha un termine anagrafico. In verità Cuccia ha oltrepassato l’età della pensione già da un lustro, ma nessuno ci aveva fatto caso. Però ora a Roma lo scenario politico è cambiato, emergono Craxi e De Mita, i quali, sebbene siano rivali, sono d’accordo nel ritenere che l’economia e la finanza italiane non possano venir gestite dal solo Cuccia; mandano in avanscoperta Clelio Darida, avvicinatosi ad Andreotti, che conserva un po’ di rancore verso Cuccia per l’affare Sindona.
Darida, in quel tempo ministro di Grazia e giustizia, cerca di portare dalla sua parte il presidente dell’IRI, Romano Prodi e Beniamino Andreatta, allora ministro del Tesoro, i quali hanno una gran voglia di mettere un freno al potere di Cuccia, mista ad un certo timore reverenziale, più che giustificato. Cuccia fiuta la manovra, tuttavia La Malfa è morto, i liberali sono oramai un fantasma elettorale, Meyer è deceduto e Cuccia è rimasto solo! Sceglie, quindi, di far finta di ritirarsi. Fa sapere che rinuncerà, senza problemi, alla sua carica e che si accontenterà di una poltrona nel consiglio di amministrazione di Mediobanca. “Darida vorrebbe tagliare il nodo alla maniera gordiana, ma finisce per prevalere la linea soft di Andreatta-Prodi, ovvero il loro sostanziale timore reverenziale verso l’unico grande banchiere nazionale in circolazione.
Per Cuccia… tutto ha da cambiare affinchè nulla cambi. Trasformatosi in “consigliere anziano”, mantiene gli stessi poteri…” (73).
Frattanto Cuccia cerca di privatizzare Mediobanca, ma “lo gnomo che credeva di giocare di sorpresa, si trova smascherato da un articolo di Cesare Merzagora, su “ la Repubblica ”. Intanto s’è rimesso in pista …Darida, che dissotterra la spada di Damocle del “limite d’età”: nel 1985… Cuccia deve assolutamente andarsene. E, dopo aver affossato la privatizzazione [di Mediobanca], apre il nuovo fronte” (74). Cuccia sembra dover soccombere, ma a sorpresa, il PSI si schiera con lui assieme a PRI e PLI, sebbene Craxi eviti di pronunciarsi. Il ruolo di traghettatore tra PSI e Cuccia lo ha svolto Gianni De Michelis, che fa incontrare Cuccia con Enrico Manca. Tuttavia “il tramite più importante fra Mediobanca e i socialisti (a esclusione però di Bettino Craxi) è un personaggio allora sconosciuto, Salvatore Ligresti (…). Ora, nel momento in cui il dominus di via Filodrammatici ha seri problemi con la DC , Ligresti torna utile per stabilire un legame con i socialisti. Anche se non ancora con Bettino Craxi, sospettosissimo nei confronti dei grandi finanzieri e della bussiness-community” (75).
La vittoria di Cuccia
Nell’autunno 1985, Darida attacca, sostenuto da De Mita; Craxi non muove un dito. “Entra a questo punto in scena…Gianni Agnelli, dichiarando di rinunciare alla carica di consigliere in favore di Cuccia. De Mita giudica la proposta una provocazione…Darida… rifiuta il baratto, mandando deserta l’assemblea di Mediobanca del 28 ottobre. (…) Cuccia, spazientito, vola a Parigi. Breve riunione alla Lazard, col consigliere Jean Guyot che firma la sua lettera di dimissioni a favore di Cuccia, che pertanto continuerà a sedere in via Filodrammatici per conto della banca francese cui spetta… una poltrona. Con quella lettera in mano… lo gnomo inaffondabile può celebrare in serenità il suo settantottesimo compleanno” (76). Contemporaneamente inizia la graduale privatizzazione di Mediobanca.
La finanza italiana è stata ceduta così al “proconsole” (Cuccia) degli “stranieri” (i Lazard).
L’economista Sergio Ricossa ha scritto: “Mediobanca è quasi tutto nella finanza privata italiana, è quasi nulla nella finanza internazionale” (77).
La privatizzazione di Mediobanca
Cuccia nel 1986 sta cercando un nuovo presidente per Mediobanca; la scelta cade su Antonio Maccanico, nato ad Avellino nel 1924, cresciuto in una famiglia antifascista e di “liberi pensatori”. Il 6 febbraio 1987 Maccanico accetta la presidenza di Mediobanca, dopo aver ottenuto l’assicurazione che si tratta di un incarico effettivo e non di “facciata”.
Galli commenta: “I politici, l’IRI, ritengono di aver ingabbiato Cuccia… “ La Repubblica ” esulta: “con l’arrivo del nuovo presidente… comincia davvero il dopo-Cuccia”. (..) L’abbaglio - riprende il Galli - è di prima grandezza. Maccanico rimarrà in via Filodrammatici dodici mesi (…). Periodo brevissimo, ma sufficiente a rendere possibile la privatizzazione indolore di Mediobanca” (78).
Con la privatizzazione, il primato di Mediobanca è fuori pericolo. Cuccia si è imposto. Tuttavia occorre rammentare che se in Italia Cuccia è “il padrone dei padroni”, all’estero è un esecutore di ordini dei Lazard, un “proconsole”, come lo chiama il Galli, in breve colui che deve realizzare in Italia il piano consegnatogli dalla Banque Lazard e da Andrè Meyer, oramai defunto, ma ben rimpiazzato.
La morte della Prima Repubblica e la “eviternità” di Cuccia
Il 24 maggio 1990, l’ottantatreenne Cuccia convoca Francesco Cingano, presidente effettivo di Mediobanca: Cuccia deve farsi ricoverare per un intervento chirurgico alla prostata, come Mattioli…
Il 31 maggio a piazza degli Affari a Milano lo si dà per morto. I titoli di Mediobanca flettono. Ma Cuccia ricompare, diafano, in via Filodrammatici il 4 giugno. Tuttavia Mediobanca continua a cedere! Si sostiene che potrebbe frantumarsi e che Cuccia non sia più in grado di dirigere la situazione, qualcuno trama contro lui. Cuccia allora vola a Roma e s’incontra con Craxi, lo convince a lasciare le cose come stanno, nell’interesse di tutti. Nessuno dei politici si sente di aggredire a viso scoperto Cuccia.
“Ristabilita la situazione a suo vantaggio, Enrico Cuccia si reca venerdì 27 luglio all’abbazia di Chiaravalle per la messa in ricordo di Raffaele Mattioli” (79).
Guglielmina la boema
Nacque nel 1210 da Costanza d’Ungheria e dal re di Boemia Premislao I.
Tra il 1260-70 arrivò a Milano ove morrà nel 1281.
Guglielmina si considerava… Dio.
«Lo Spirito Santo era presente ed incarnato in lei» (80).
Tale dottrina ereticale creduta in segreto da Guglielma, fu insegnata da Andrea Saramita, un gioachimita millenarista. Essa può essere ruassunta così :
Guglielma è Dio Spirito Santo incarnato;
essa è venuta a portare la salvezza a coloro che sono fuori della Chiesa, specialmente gli Ebrei, (oltre i musulmani), indipendentemente dalla Mediazione di Cristo.
Se la prima tesi può essere attribuita, in senso stretto, solo al Saramita (mentre Guglielma non la professava pubblicamente, ma la lasciava circolare) ; la seconda (salvezza dei non cristiani, specialmente dei non ebrei) è attribuita direttamente a Guglielma.
Dopo la morte di Guglielma (incarnazione femminile dello Spirito Santo, che avrebbe dovuto risuscitare, come Gesù), i guglielmiti furono guidati da due maestri:
Andrea Saramita:
il “teologo” gioachimita e millenarista.
Suor Maifreda (o Manfreda) da Pirovano: (delle suore Umiliate), imparentata ai visconti.
Suor Maifreda «benedisse delle ostie che erano state deposte sul sepolcro di Guglielma, e le distribuì ai presenti» (81). Il culto della divinità di Guglielma era tenuto segreto e si svolgeva discretamente nell’Abbazia di Chiaravalle dei cistercensi milanesi, ove Guglielmina era stata sepolta e donde avrebbe dovuto risorgere.
Suor Maifreda era il capo religioso dei guglielmiti (i credenti nella divinità di Guglielma).
Maifreda insegnava magisterialmente e amministrava i sacramenti. Essa era il vicario di Guglielma, come Pietro (o il Papa) lo è di Cristo.
Papa Bonifacio VIII condannò il guglielmismo, sia dottrinalmente che moralmente (a causa delle orge sessuali che vi si praticavano).
Nel 1300 (il 10 aprile) suor Manfreda celebrò messa «assistita da diaconi e suddiaconi, rivestì gli abiti sacerdotali» (82).
Maifreda «prima del 1284 [data del primo processo inquisitoriale, nda] credeva che Guglielma fosse la terza persona della SS. Trinità, venuta in terra a liberare gli ebrei» (83).
Naturalmente - secondo i guglielmiti – Guglielmina, essendo Dio, era superiore alla Madonna.
Secondo alcune fonti storiche Guglielma conviveva “more uxorio” con Andrea Saramita, essi vivevano in una sinagoga sotterranea (84), ove si abbandonavano a disordini sessuali con i loro seguaci, secondo l’aspirazione dei fratelli del Libero Spirito (85).
Altri autori non ritengono storicamente fondata questa notizia. Comunque è certo che Guglielma, Spirito Santo incarnato, ha scelto come sua “papessa” Maifreda e che «il Papato, con la curia romana, devono cedere la loro autorità a Maifreda, la quale deve battezzare gli ebrei… e tutti gli altri… che sono fuori dalla Chiesa» (86).
Inoltre «attraverso Guglielma dovevano venire alla fede e alla salvezza ebrei e musulmani» (87).
Infatti «il Sacrificio di Cristo non è bastato; una parte dell’umanità è rimasta simbolicamente “incarcerata”. Ebrei e musulmani sono il simbolo di tutto quello che rimane sulla terra… di “non libero” (88).
Qualche storico vede un legame tra il Saramita, i francescani millenaristi e il movimento del “Libero Spirito”.
Questa squallida vicenda si concluse nel 1300, quando l’inquisitore Guido da Cocconato «successore di S. Pietro Martire» aprì un processo contro i guglielmiti e mandò al rogo il Saramita, Maifreda assieme al cadavere dissotterrato di Guglielmina:
Quel che colpisce è che Raffaele Mattioli abbia scelto come sua tomba il sepolcro che aveva occupato per nove anni circa Guglielmina.
Ma il millenarismo è duro a morire, vi è un filo conduttore che da gioachino da Fiore sino ad oggi spera in una terza èra dello Spirito Santo, èra di libertà assoluta e di ecumenismo universale.
Il capitalismo italiano nella tempesta
L’attacco di Saddam Hussein al Kuwait crea difficoltà sui mercati. La recessione può rivelarsi catastrofica per l’Italia. Giovanni Agnelli, Carlo De Benedetti, Raul Gardini e Leopoldo Pirelli invocano Cuccia. “Con la tempesta Cuccia torna indispensabile. I problemi della FIAT… sono enormi… quelli dell’Olivetti… angosciosi. Leopoldo Pirelli arranca (…). Ma la patata che veramente scotta è l’Enimont. Lì sembra in gioco la struttura stessa del capitalismo italiano (…).
Cuccia ha …una duplice preoccupazione: evitare l’auto affondamento del “sistema” e non rimettere in discussione il principio delle privatizzazioni” (89).
Il giorno dell’ottantatreesimo compleanno (24 novembre 1990) di Cuccia, esce un’intervista velenosa contro Mediobanca che Carlo Bombieri ha rilasciato al “Corriere della Sera”. L’ex collega di Cuccia “mastica amaro” per essere stato emarginato e il suo insistere sul fatto che Mediobanca ha preso “una strada assai diversa da quella che avrebbe voluto Mattioli” tradisce una certa nostalgia del passato.
“[Cuccia] sa benissimo di non aver seguito le orme del maestro, ma se lo avesse fatto, non avrebbe cavato un ragno dal buco: il mitico maestro venne impallinato dai politici a settantasette anni, mentre lui è ancora al suo posto, con buone possibilità di restarci a lungo” (90).
Nel 1991 Cuccia riesce a salvare la Pirelli dall’abbraccio mortale con la tedesca Continental; per il salvataggio della Pirelli, Mediobanca ha chiesto un forte aiuto a Salvatore Ligresti che, …nell’agosto 1991, si fa scappare di “essere divenuto il primo azionista Pirelli, per aiutare Mediobanca che intende mantenere la sua regia e che mi ha chiesto d’intervenire restando in secondo piano”. Ma “questi giochi non erano piaciuti a Torino, agli Agnelli. Pertanto, quando Umberto Agnelli e Gianluigi Gabetti decidono all’inizio del 1992 di conquistare la società Exor… ritengono di poter fare a meno di Cuccia. Sarà un altro disastro, poichè la Lazard si schiera con gli avversari dei torinesi.
Cuccia, defilatissimo, riuscirà a fatica a reincollare i cocci, facendo in modo che Giovanni Agnelli e Michel David Weill, il “patron” della Lazard, tornino a stringersi la mano (…).
Tante sono… le spine per Cuccia ma la più dolorosa si chiama Salvatore Ligresti” (91).
Ligresti: un’amicizia pericolosa
Ligresti è accusato di rapporti con la mafia e per la sua supposta pericolosità, i giudici hanno ottenuto una proroga della sua detenzione preventiva. “Nulla emergerà in proposito, ma a Milano, nell’occasione c’è chi ha la lingua molto sciolta. Come Piero Bassetti…: “Vorrei… ricordare che il primo a dire che il capo dei mafiosi era Cuccia, sono stato io…” (“Il Giorno”, 26 ottobre 1992). Qualcuno vorrebbe scaricare Ligresti da Mediobanca, per esempio Cesare Romiti, ma Cuccia è irremovibile e afferma “Maramaldo è la figura storica che più detesto”.
“Ma perchè Enrico Cuccia difende con tanto accanimento, oltre all’amico Ligresti, il Ligresti-consigliere? Per solidarietà interessata, viene spontaneo supporre. In carcere, don Salvatore… mantiene il riserbo…” (92).
Mediobanca “in politica”
Cuccia non ha mai stimato i politici italiani. Desiderava un uomo forte, ma non giungeva. Era stato colpito, inizialmente, da Craxi, però ben presto ne fu deluso. Così cominciò a lavorare da sè perchè le cose cambiassero. Andò di persona al “Giornale” di Montanelli, con il quale era in buoni rapporti sino alla rottura della primavera 1994, ad apporre la firma per il referendum Segni (che avrebbe visto bene come primo ministro) sulla preferenza unica. Poi aveva incitato Giorgio La Malfa sulla via dell’opposizione, rompendo una linea che da Giolitti a Mussolini a De Gasperi, aveva fatto sì che gli imprenditori fossero per tradizione filogovernativi. “Il cambiamento avrebbe potuto realizzarsi con una clamorosa sconfessione del ceto politico dominante, resa possibile da un parallelo successo al Nord di repubblicani e leghisti. Ne ha… discusso con Giorgio La Malfa , incitandolo ad avere un occhio di riguardo per i sanculotti di Umberto Bossi, il quale gli ha fatto una notevole impressione. Costoro metteranno le fanterie, il PRI gli ufficiali” (93).
Conclusione
A partire dalla “morte” di Enrico Mattei (1962) sembra che in Italia regni un’assenza di strategie economico-finanziarie alternative a Mediobanca. Chi ci ha provato (Sindona, Calvi) è stato… “sconfitto”…
“Di finanza, da trent’anni almeno, ne esiste una sola: quella di Cuccia” (94). Tuttavia anche Cuccia è un uomo, speciale sì, ma non onnipotente ed eterno!
Il Galli ammette: «Anche a Enrico Cuccia… il tentativo di portare l’imprenditorialità in Europa è riuscito solo parzialmente… Nonostante [ciò], Cuccia resta fra i pochissimi, forse l’unico [in Italia], a disporre di una strategia (…).
L’ultima volta che ho stretto la mano ad Enrico Cuccia è stato il… 27 luglio 1995, nell’abituale scenario dall’Abbazia cistercense di Chiaravalle, per il ricordo di Raffaele Mattioli. È arrivato puntuale come al solito… a testimoniare una dimensione umana che… il cinismo professionale, non ha intaccato. Era in splendida forma fisica, e dimostrava almeno vent’anni in meno… Gliel’ho detto, e mi ha sorriso: “Sì, la forma c’è. Come potrei, altrimenti, continuare?”» (95).
Nonostante abbia compiuto novant’anni, il 24 novembre 1997, Cuccia è lucido e conta ancora.
“La dimostrazione, eloquente, c’è stata proprio ieri, quando Antoine Bernheim, potente presidente delle Generali [di Trieste], si è recato di prima mattina in Mediobanca per avere da lui la benedizione prima di proporre in consiglio la sua strategia per conquistare il colosso francese Agf. Il consiglio e il potere di Cuccia, insomma, contano ancora (…).
Difficilmente, senza l’opera di Cuccia, l’Italia potrebbe oggi presentarsi in Europa con imprese private di un certo peso… E questo perchè è stato lui ad aver eretto, grazie alla sua tela di alleanze italiane e internazionali, un bastione inespugnabile per la partitocrazia” (96).
NOTE:
[G. GALLI, Il banchiere eretico. La singolare vita di Raffaele Mattioli, Rusconi, Milano, 1998]
35) Ibid., pagg. 215-216.
36) Ibid., pag. 217.
37) G. GALLI, Il Padrone dei Padroni. Enrico Cuccia, il potere di Mediobanca e il capitalismo italiano, Garzanti, Milano, 1995, pag., 9.
38) Ibid., pag. 9.
39) Ibid., pag. 25.
40) Ibid., pag. 26.
41) Ibid., pag. 27.
42) Ibid., pag. 72.
43) Ibid., pag. 222.
44) Ibid., pag. 30, nota 11.
45) Ibid., pag. 31.
46) Ibid., pag. 32.
47) Ibid., pag. 33.
48) Ibid., pag. 34.
49) Ibid., pag. 35.
50) Ibid., pag. 37.
51) Ibid., pag. 39.
52) Ibid., pag. 41.
53) Ibid., pag. 42.
54) Ibid., pagg., 60-61.
55) Ibid., pag. 63.
56) Ibid., pag. 79.
57) Ibid., pag. 80 e nota 1 alla stessa pagina.
58) Ibid., pag. 101.
59) Ibid., pag. 101.
60) Ibid., pag. 111.
61) Ibid., pag. 112.
62) Ibid., pag. 117.
63) Ibid., pag. 119.
64) Ibid., pag. 119.
65) Ibid., pagg. 120-121.
66) Ibid., pag. 121.
67) Ibid., pag. 124.
68) Ibid., pagg. 125-126.
69) Ibid., pag. 136.
70) Ibid., pag. 137.
71) Ibid., pag. 140.
72) Ibid., pagg.141-142, nota 6.
73) Ibid., pagg. 142-143.
74) Ibid., pag. 148.
75) Ibid., pag. 150.
76) Ibid., pag. 151.
77) SERGIO RICOSSA, Come si manda in rovina un Paese. Cinquant’anni di malaeconomia, Rizzoli, Milano, 1995, pag. 236.
78) G. GALLI, op. cit., pag. 159.
79) Ibid., pag. 190.
80) L. MURARO, Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista, La Tartaruga , Milano, 2a ed. 2003, pag. 31.
81) Ibid., pag. 53.
82) Ibid., pag. 69.
83) Ibid. pag. 88.
84) Ibid., pag.125.
85) La setta del “Libero Spirito”
L’eresia del Libero Spirito consiste in un falso misticismo che esagera la libertà sino a renderla assoluta, negando così ogni freno o limite all’uomo.
Il fratello del Libero Spirito si riteneva assolutamente perfetto «da essere incapace di peccato» (N. COHN, I fanatici dell’Apocalisse, Comunità, Milano, 2000, pag. 182).
Egli riteneva di avere il diritto di fare quanto era comunemente proibito. Le orge sessuali erano la pratica comune di tale setta (come di ogni setta).
Per il Libero Spirito «tutti i membri del clero [erano] ingannatori di anime e strumenti del diavolo» (Ibid., pag.184).
Ognuno di essi si considerava l’incarnazione dello Spirito Santo ed esercitavano il ruolo di profeta della “Terza Alleanza” gioachimita.
Oltre la lussuria, costoro si facevano notare per l’ostentazione di lusso ed eccessiva ricchezza (Ibid., pag. 191).
«Le donne [cfr. Guglielma e Maifreda, nda] svolsero una parte di rilievo nel movimento del Libero Spirito» (Ibid., pag. 195), assai diffuso in Boemia.
Il nucleo di tale eresia era più che una teoria, un’aspirazione «l’appassionato desiderio di superare la condizione umana e diventare Dio» (Ibid., pag. 213). Anzi essi pretendevano di «aver superato Dio» (ibid., pag. 215).
Tali deviazioni sono continuate sino ai nostri giorni, sotto forma di esoterismo o “metafisica tradizionale” (cfr. Guènon, Evola, Schuon).
86) Ibid., pag.138.
87) Ibid., pag.154.
88) Ibid., pag. 156.
89) Ibid., pagg. 190-191.
90) Ibid., pag. 197.
91) Ibid., pag. 209.
92) Ibid., pag. 210.
93) Ibid., pag. 211.
94) Ibid., pag. 242.
95) Ibid., pag. 248.
96) “ La Stampa ”, 23 novembre 1997, pag. 25.
Recentemente i quotidiani hanno scritto: “Grande finanza… armistizio Mediobanca-Lazard. Bernheim presidente fino al 2001: “Nessuna ombra nei rapporti con Cuccia”. Trieste. È scoppiata la pace alle Generali? (…) I vertici del Leone hanno impiegato energie a profusione per dimostrare… che non c’è mai stata guerra nè all’interno della compagnia, nè fra i suoi maggiori azionisti, Mediobanca e Lazard. «Mai sentito di nessuna guerra”, ha sottolineato… Antoine Bernheim, presidente confermato del colosso triestino. (…) Bernheim, socio gerente di Lazard, ha quindi aggiunto che è e resta vicepresidente di Mediobanca… “Con Enrico Cuccia… sono amico da 35 anni e non c’è mai stata un’ombra nei nostri rapporti” » (“Il Corriere della Sera”, 28 giugno 1998, pag. 17).
Cfr. anche “ La Stampa ”, 28 giugno 1998, pag. 19.
Inoltre per quanto riguarda le Assicurazioni Generali, occorre sapere che “Alcune famiglie di vittime dell’olocausto hanno citato in giudizio sette compagnie di assicurazioni europee - fra le quali le italiane “Generali”… - accusandole di aver… compiuto irregolarità su polizze sulla vita contratte tra il 1920 e il 1945. L’azione legale punta ad ottenere risarcimenti-danni per un ammontare di diversi miliardi di dollari…”. (“ La Stampa ”, 1 aprile 1997, pag. 13).
Conclusione della vertenza: “Il fondo di 12 milioni di dollari costituito dalla società di assicurazione Generali di Trieste in memoria dei suoi assicurati scomparsi nell’olocausto è stato presentato ieri a Gerusalemme nel corso di una cerimonia che si è svolta alla Knesset…” (“ La Stampa ”, 12 novembre 1997, pag. 14).
Tratto da http://www.doncurzionitoglia.com/mattiolcuccia.htm
Si discute in Occidente se si a il caso di boicottare le Olimpiadi organizzate dalla Cin a, responsabile della sanguin aria repressi one in Tibet di cui si fa fin ta di accorgersi solo ora mentre la strage di Lhasa non è che l’ultima di una serie lunga mezzo secolo.Secondo me le Olimpiadi non si dovrebbero fare né in Cin a né altrove. Non si dovrebbero fare più.
Le ultime a dimensi one umana sono state quelle di Roma, nel 1960, con la leggendaria galoppata di Abebe Bikila a piedi nudi nella maratona. Dopo sono diventate un gigantesco Barnum, un baraccone grottesco, gonfiato fin o all’in verosi mile dagli enormi in teressi economici, dagli affari, dalle sponsorizzazioni. Non c’è centimetro quadrato dell’Olimpiade che non si a busi ness (in passato gli americani sono arrivati ad affittare agli sponsor anche la fiaccola olimpica portata dai tedofori vendendone il percorso a tremila dollari al chilometro).
In oltre, in totale contrasto con le in tenzioni dell’in genuo barone Pierre De Coubertin , che le rein ventò nel 1893, concependole come un momento di fratellanza universale fra i popoli, da almeno quarant’anni le Olimpiadi Moderne, proprio per il gigantismo che hanno assunto e la cassa di risonanza mondiale che rappresentano, sono diventate terreno fertile per l’esplosi one di tensi oni (la rivolta degli studenti al Messi co), di rancori (la contestazione dei neri a Montreal), per boicottaggi (quelli in crociati di americani e sovietici a Mosca e a Los Angeles), per discrimin azioni grottesche (il Sudafrica no, l’Iraq nazista di Saddam sì), quando non addirittura teatro di stragi come accadde a Monaco nel 1972 ai danni degli atleti israeliani. Da allora le Olimpiadi sono protette de centin aia di migliaia di uomin i armati, da agenti segreti di ogni nazionalità, gli atleti non possono uscire dalle loro «location» se non sotto scorta.Quasi sempre il Paese che le ospita se ne serve per legittimarsi e per mascherare, dietro la perfezione e la spettacolarità dell’organizzazione, le proprie magagne, sociali e politiche. E questo è si curamente il caso della Cin a che il presi dente Bush, con la tempestività che lo contraddistin gue, ha depennato dai dieci Paesi che, a parer suo, violano i «diritti umani» proprio quattro giorni prima della strage di Lhasa.
Ma tutti gli Stati partecipanti hanno in tenti politici e fanno di ogni vittoria una questione di prestigio nazionale. Così per prendere una medaglia alle Olimpiadi si in ventano sport in verosi mili e comici che non hanno in tutto il mondo che qualche centin aio di adepti o si mascherano come dilettanti professi onisti pagati centin aia di migliaia di dollari. Ma gli effetti più in quin anti di questa corsa a un malin teso prestigio politico e nazionalistico si hanno sugli atleti. Per una medaglia, soprattutto nelle specialità «regin e» delle Olimpiadi, atletica, nuoto, gin nastica, si allevano in batteria, come fossero polli, bambin i e bambin e di sei, sette anni costrin gendoli ad allenamenti quotidiani, pesantissi mi. Per una medaglia gli atleti vengono, a seconda della specialità, in grassati o denutriti, omogeneizzati, anabolizzati, spesso drogati. Ai nuotatori vengono rasi i capelli e i peli delle braccia, del petto, delle gambe, ai saltatori vengono stimolate le piante dei piedi con scariche elettriche, ad altri viene cambiato il sangue, alcune atlete, in passato, per rin forzarsi si sono fatte in gravidare per poi abortire a risultato avvenuto, ad altre vengono in iettati ormoni maschili fin o a che perdono ogni forma femmin ile.Una buona parte dei Giochi Olimpici è fatta ormai di questi fenomeni da baraccone verso i quali si prova, in vece che ammirazione, un senso di pena o la curiosi tà umiliante che ispirano la donna cannone e il nano Bagonghie.
E allora prendiamo il coraggio a due mani e facciamola fin ita una volta per tutte con questo circo in decoroso e impudico. E chissà che, oltre a evitarci lo spettacolo avvilente ed in quietante di città messe in stato d’assedio per quella che viene ancora ipocritamente chiamata «la festa della gioventù» (dove in vece «si fa la festa alla gioventù), non si possa, in futuro, tornare a giocare a chi corre più veloce senza doverci trasformare in tanti Frankenstein .
di Massimo Fini
Fonte: www.massimofini.it
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DI FULVIO GRIMALDI
Mondocane Fuorilinea
E – lo sapevate? - l’olocausto di Gaza avviene da cinque anni in Iraq ogni giorno
Se raccontate una bugia sufficientemente grossa e continuate a ripeterla, la gente finirà col crederci. La bugia può essere mantenuta solo finchè lo Stato riesce a proteggere la gente dalle conseguenze politiche, economiche e militari della bugia. Diventa così di importanza vitale per lo Stato usare ogni suo potere per reprimere il dissenso, dato che la verità è il nemico mortale della menzogna e, di conseguenza, la verità è il massimo nemico dello Stato. (Joseph Goebbels)
La manipolazione dei media è oggi più efficiente che nella Germania nazista, dal momento che ora siamo convinti di ottenere tutta l’informazione che vogliamo. Questo equivoco impedisce alla gente addirittura di cercare la verità. (Mark Crispin Miller)
Non temete il nemico, poiché il nemico può solo prendervi la vita. Molto meglio che temiate i media, poiché quelli vi rubano l’onore. Quel potere orribile, l’opinione pubblica di una nazione, è creato da un’orda di ignoranti, compiaciuti sempliciotti che fallirono da zappatori o calzolai e si aggrapparono al giornalismo sulla via verso l’ospizio. (Mark Twain)
Boicottare i cannibaliLa definizione della Palestina come “terra senza popolo per un popolo senza terra”, finzione ebraico-sionista accreditata in tutto il mondo dalla fine del’800, inizio del piano predatorio, fino al giugno 1967, quando le fiamme al cielo e la cenere al vento dei villaggi e corpi palestinesi incendiati e dispersi si videro da un capo all’altro del pianeta, sta per essere finalmente trasformata in realtà. Esponenti dell’ultima delle giunte militari impegnate nel genocidio, hanno una tale certezza di impunità internazionale da aver espresso il proprio delirio sanguinario nei termini di “faremo un olocausto a Gaza” (voce del governo). E in una loro settimana lavorativa, pur di rimuovere quanto di una dirigenza non venduta e comprata insiste a difendere il diritto alla vita del popolo palestinese, i carnefici addestrati dal ricordo di Auschwitz e frementi di emulazione, hanno ammazzato centoventi esseri umani e ne hanno ferito, mutilato, neutralizzato altre centinaia. Come si conviene agli eredi di bagni di sangue storici, per primo quello del progenitore Erode, delle loro vittime metà sono civili, bambini e donne. Effetti collaterali! Allora sono effetti collaterali anche i colpiti dal kamikaze sull’autobus. Com’è che si fa tanto casino per questi e si glissa su quelli? Ignorando che il kamikaze colpisce comunque occupanti, complici oggettivi o soggettivi di un genocidio, gli F16, occupati e perseguitati. Effetti di un meccanismo collaudato sui civili palestinesi – Puntate! Mirate! Fuoco! - dal fondatore dello stragismo istituzionale israeliano, Ben Gurion, e praticato ininterrottamente, da allora fino all’estinzione di tutti coloro che opponevano pelle, ossa, ulivi e poesia al modulo “terra senza popolo”.
Le armi proibite dell’”Esercito più morale del mondo”
E vedendo le agghiaccianti foto della gente maciullata dagli ordigni dell’”esercito più morale del mondo”, mi sono riapparse le devastazioni nei corpi dei colpiti mostratemi dai medici libanesi dopo l’invasione israeliana. Devastazioni interne, organi trituratie quasi nessun segno esterno. Necrosi che vanificano ogni imputazione. Armi nuove, segrete, proibite,chimiche, ad energia. Armi che fanno finta di niente, ma che protraggono agonia e dolori inenarrabili. Abominazioni scaturite da laboratori USraeliani, dalle psicopatie di chi deve arrampicarsi su montagne di cadaveri, solcare imperturbato oceani di sofferenza, per allontanare una nemesi che i grumi di umanità sepolti in fondo al pozzo delle sue nequizie gli fanno tuttavia percepire inesorabile. Mai come oggi è politicamente, moralmente, umanamente, giustificato e necessario il boicottaggio di queste belve. E mica solo alla Fiera del Libro che ha rimpiazzato l’Egitto con lo Stato sionista come ospite d’onore e ha ostracizzato i palestinesi. E va qui segnalato l’appello per la costituzione di un Tribunale Internazionale sulla Palestina, sul terrorismo israeliano, nell’esempio di quello di Bertrand Russell sul Vietnam (sottoscrivete a PalTribunal@gmail.com).
Brulicano le larve tra le carogne del palazzo
Intanto, una classe politica irrimediabilmente e universalmente veltrusconizzata (sono lieto che la mia crasi “Veltrusconi” abbia incontrato tanto favore) e, dunque, in una fase terminale di decomposizione che soltanto il brulicare frenetico di larve fa sembrare viva e attiva, si volta dall’altra parte, per non vedere, ma anche per occultare il proprio compiacimento. E se la talpa non ha affatto ben scavato, ben scavato ha invece la lobby. Quella che non c’è, ma che si manifesta onnipotente e onnipresente. Quella composita e compatta USraeliana che, da un empireo sopra le nuvole, manovra le sue carogne di burattini dai variopinti cappelli in testa: PD, PDL, Sinistra l’Arcobaleno, Lega, UDC, Destra (gli unici che ammettono di esserlo)… Ologrammi dell’antipolitica che ci ammorbano di putrefazione sfilando incessantemente, come carillon impazziti, il Veltroblob (“la cosa più orribile che abbia mai visto”) in testa, nei telegiornali e nei cianciaspettacoli e rovesciandoci addosso borborigmi senza senso e senza verità. Sono riusciti nel colpo maestro esemplificato al meglio dagli Stati Uniti: controllare sia l’amico che il nemico fabbricandoli tutti e due e poi facendoli giocare alla lotta di classe, o alla guerra. Il primato assoluto di una strategia che risale ai primordi della Chiesa cattolica apostolica romana, con la simultanea identificazione con i potenti (gerarchia, Salesiani, Opus Dei) e la manipolazione dei deboli (Francescani, teologie della liberazione), lo ha raggiunto il complessino terroristico Bush-Rumsfeld-Wolfowitz-Cheney-Rice-Clinton & Co. quando, coglionando il mondo intero, hanno messo in campo il pupazzo islamico Al Qaida e gli hanno lanciato contro le “armate del Bene”. Da noi, ripetizione in sedicesimo, con la sceneggiata di quello che Grillo chiama psiconano contro l’omino di burro.
L’omino di burro, il Paese dei balocchi e i ciuchini
E intanto si era fatta notte e notte buia: quando a un tratto videro muoversi in lontananza un lumicino… e sentirono un suon di bubboli e uno squillo di trombetta…Finalmente il carro (targa PD) arrivò: e arrivò senza fare il minimo rumore, perché le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci… Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini… ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutte le altre bestie da tiro o da soma, avevano in piedi degli stivaletti da uomo di vacchetta bianca. E il conduttore del carro?… Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocca che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa. Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di “Paese dei Balocchi”. I ragazzetti erano ammonticchiati gli uni sugli altri, come tante acciughe nella salamoia. Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi respirare: ma nessuno diceva ohi! Nessuno si lamentava. La consolazione di sapere che fra poche ore sarebbero giunti in un paese, dove non c’erano né libri, né scuole, né maestri, li rendeva così contenti e rassegnati, che non sentivano né i disagi, né gli strapazzi, né la fame, né la sete, né il sonno…Ma l’omino non rise. Si accostò pieno di amorevolezza al ciuchino ribelle e, facendo finta di dargli un bacio, gli staccò con un morso la metà dell’orecchio destro. Scusate la lunga citazione, ma che forza profetica quel Collodi! Per me, in Italia, prima di lui non c’è che Dante.
Il buonismo da rettile di Fabio Fazio
Fabio Fazio, il buonista ontologico dalla testa di uovo sodo spellato, definito dall’acuto Celentano il peggiore di tutti, si sdilinqua, pur ponendosi protervo su una cattedra più alta di mezzo metro dei suoi ospiti, in smancerosi e incongrui panegirici per Abraham Jehoshua, della triade letteraria israeliana – lui, più Grossman e Oz - sguinzagliata dalla giunta di Tel Aviv ogni qual volta alle sue zanne intrise di sangue occorre un veloce risciacquo. E quando questo puntellatore di muri di contenzione, esaurita il suo fiele contro “l’intifada terrorista”, conclude scagliandosi contro la soluzione dell’unico Stato binazionale, anatema per chi da anni lavora alla reclusione dei palestinesi in inoffensivi e non contagiosi bantustan, il marchettaro del fine settimana si precipita a farlo santo subito: Questa è onestà intellettuale. E’ appena meno farisaico di quell’ Abu Mazen che, presidente golpista di un popolo pugnalato alle spalle, per spianare il necropercorso di F16 e carri Merkava sui sopravvissuti di Gaza, rinnova la già giudiziariamente smantellata bufala israeliana di un Al Qaida a Gaza. A Jehoshua e ai suoi compari di dissimulazione, andrebbe messo davanti il concittadino Jeff Halper, la cui vera “onestà intellettuale” viene chiusa dal “manifesto” tra nefandezze giornalistiche che, pure, non rappresentano che i tentacoli della piovra USraeliana. Quel Jeff Halper che, rifiutando l’infame simmetria tra vittime che si difendono da assassini e assassini in serie che si fanno passare per aggrediti, nel progetto “Due Stati per due popoli” individua e denuncia il complotto colonialista di Israele e della comunità internazionale, con la collaborazione di Abu Mazen. Il progetto di apartheidizzare i palestinesi in uno pseudo stato bantustan composto da Gaza e tre, quattro cantoni in Cisgiordania, senza continuità territoriale. E senza tutto il resto. E già, come farebbero i razzisti sionisti a infliggere l’apartheid a quei “cani”, “scimmie”, “ragni” di palestinesi (così li potete udire e leggere descritti nell’”Unico Stato Democratico del Medioriente”) quando ci fosse uno Stato democratico per entrambi i popoli? Oltretutto a rischio di sorpasso demografico palestinese (e semita)?
L’astuto imbonitore del consumismo pseudoculturale di Rai Tre, fosse un giornalista vero, avrebbe potuto far balenare all’interlocutore ebreo ciò che Veltroni in periodico viaggio di lavoro ad Auschwitz sicuramente percepisce e accuratamente tace: il parallelo agghiacciante tra quel campo di concentramento nazista e il consimile lager di Gaza. I tedeschi rastrellarono gli ebrei polacchi e li rinchiusero dietro a una barriera perimetrale in una minuscola zona di Varsavia.
I tedeschi privarono i reclusi del ghetto di cibo e beni essenziali. I tedeschi ridussero a 241 calorie al giorno la media alimentare degli ebrei. La media per i reclusi di Gaza è al 61% del necessario. I tedeschi tagliarono servizi indispensabili come acqua ed elettricità, sabotarono l’assistenza sanitaria, infine distrussero il ghetto radendo al suolo case ed infrastrutture. I reclusi del ghetto si ribellarono e furono dai nazisti schiacciati a suon di stragi. Segnalare le differenze tra Varsavia e Gaza. Ce n’è una: il mondo onorò e onora le vittime e i sopravvissuti di quella resistenza e di quel massacro; il mondo volta le spalle all’altra parte, quando non regge il cappio del boia avallandone la diffamazioni.
Quando TDF molla la contropulizia etnica di Milosevic e s’avventura a Gaza
E qui ci mette del suo anche il “buon Tommaso Di Francesco”, di formazione (e a volte deformazione) balcanica e di depistaggi mediorientali Ho già scritto della sussunzione da parte sua dell’inversione sionista-imperialista della vicenda Fatah-Hamas a Gaza, quando TDF stigmatizza “il golpe perpetrato da Hamas”. Da anni si sapeva che era vero il contrario, già la stampa egiziana aveva pubblicato i documenti scoperti da Hamas nell’arcoriana villa dello spione USraeliano Mohammed Dahlan, capo della sicurezza del quisling Abu Mazen, che provavano il progetto Usa della liquidazione fisica della dirigenza di Hamas, quella regolarmente eletta alla guida del governo palestinese e già decimata dai rapimenti israeliani. Già l’emittente “Al Jazira” aveva condotto un’inchiesta coronata dallo stesso esito. Ma TDF, con l’orecchio ai megafoni sionisti, tirava dritto. Poi è venuta la rivista “Vanity Fair”, frivola, mondana, ma non nuova a exploit giornalistici seri e in controtendenza, a pubblicare quei documenti che dimostravano come Hamas abbia solo prevenuto il golpe dei rinnegati. A questo punto anche Di Francesco deve cedere. Lo fa in prima pagina (6/3/08), divincolandosi un po’, ma compensando la ritirata con un profluvio di derisioni e dileggi a carico della pubblicazione statunitense. Capisco l’imbarazzo.
Pasolini e la stampa di sinistra che “aballa”
E’ una vera tragedia questa “sinistra”, questa “stampa di sinistra”, che avalla (aballa!) le peggio cose confermando l’omologazione del profeta Pasolini. Omologazione veltrusconiana tra vampiri e succhiati: tutti vampiri alla fine, di prima, seconda e terza classe. Morti viventi di morte. E così “il manifesto”, ove più grave è il torto, perché più alta la responsabilità. Nel pieno dello tsunami omicida israeliano a Gaza, l’opinionista di lusso Zvi Schuldiner, con credibilità attestata dalle sue compassionevoli frequentazioni dei bersagliati dai fuochi d’artificio di Hamas a Sderot, ci spara dalle pagine nobili del “manifesto” carichi di cerchiobottismo che, come è intrinseco all’atteggiamento, comportano un colpo al cerchio e dieci, risolutivi, alla botte. Cerchiobottismo che, senza più tema di correttive intemerate del compianto Stefano Chiarini, avvolge nella vasellina la mazza ferrata del crociato sionista. Le bombe-carta “Kassam” diventano “pioggia di missili”; la politica di Hamas, ricorrendo al diritto dell’occupato di difendersi con tutti i mezzi, sancito dall’ONU, oltreché dall’etica, è criminale e sbagliata; palestinesi e israeliani pagano prezzi durissimi, e non si precisa, a parte l’abissale squilibrio nei prezzi pagati, che i secondi se li meritano in quanto occupanti e oppressori, mentre ai primi sono indebitamente imposti. Alla pari, secondo Schuldiner, Hamas, con il suo popolo decimato e i suoi rappresentanti eletti rapiti e sotto chiave senza processo, e la leadership israeliana, impegnata da sessant’anni nel genocidio, ci stanno portando su una strada senza uscita, colma di sangue e dolore. Chè, vogliamo forse avere il cattivo gusto di misurare col bilancino morti e distruzioni, ma anche responsabilità, dell’una e dell’altra parte?
Cerchiobottismo: i primatisti del “manifesto”
Schuldiner ha anche la fortuna di poter ricorrere a una spalla. Con entusiasmo cita l’europarlamentare PRC Luisa Morgantini che, recandosi con lui nella martoriata Sderot, ha ben potuto ascoltare le voci di chi subisce l’attacco dei “missili” di Hamas, accreditata tra gli israeliani “buoni” per il fatto che non critica lo Stato di Israele (criticare uno Stato teocratico fondato sul dominio della razza eletta? Non sia mai!), ma la politica sbagliata dei suoi governi. “Sbagliata”? Una politica che ha per obiettivo precipuo di sbranare i popoli di questa terra, di annichilirne i resti e di porsi come modello di Stato alla Destra avanzante del Terzo Millennio, è solo un refuso? Non per nulla, Hugo Chavez, che insieme a Fidel la sa più lunga di tutti, e come tanti in America Latina ha potuto sperimentare il ruolo di sostegno e guida che Israele ha avuto e ha per i servizi di sicurezza e di repressione delle dittature e oligarchie del Continente, ha definito la Colombia del dittatore fantoccio degli Usa, Uribe, “l’Israele dell’America Latina”. Immancabile la dilagante presenza della Morgantini e affini nel “manifesto” dall’iniqua equivicinanza sulla carneficina colonialista di Gaza. Non solo nelle citazioni dell’occhiuto Schuldiner. C’è anche nella firma che la sua “Associazione per la pace”, insieme ad altri (Arci, Cgil, Donne in Nero, Fiom, Pax Christi, Ong varie, Un ponte per…) pone sotto una lettera aperta ai candidati delle elezioni politiche. Qui, alterando ancora una volta i fattori, si parla della penalizzazione di un milione e mezzo di persone, per le azioni e decisioni di una piccola minoranza. Se credete che come “piccola minoranza” questi promotori di fiori nei cannoni degli assediati intendano la ciurmaglia di tagliagole che governa la politica e l’esercito di Israele, avete sbagliato. Riprovate. Saremmo fuori bersaglio se interpretassimo quella “piccola minoranza” come un milione mezzo di disperati, incazzati, insanguinati, mutilati che, nella stragrande maggioranza, appoggiano chi ha il coraggio e la dignità di far valere il diritto alla vita, almeno morendo in piedi, reagendo all’aggressione. I bravi firmatari insistono: Condanniamo i lanci di razzi “Qassam” in Israele da parte di gruppi armati di Hamas ed altre forze estremiste. I razzi fanno vivere la popolazione di Sderot nella paura e creano un clima sempre più ostile ai palestinesi. Davvero alle generazioni di bambini frantumati dalle bombe e granate mirate di Tsahal, incarcerati, torturati, e ai loro genitori esperti di analogo trattamento, dovrebbero rompere il cuore le afflizioni degli abitanti di Sderot, di quelle brave persone che, rubata la loro terra, distrutto il loro villaggio, sradicato le loro coltivazioni, cacciato nei campi profughi i titolari, hanno fatto fiorire quella terra? E non sono correttamente estremisti di entrambe le parti sia coloro che arrivano con le bombe, la fame e la peste, avendo dietro le salmerie di tutto il mondo, sia quelli che, soli come tonni nella mattanza, non si rassegnano a subire tutto questo, limitandosi a invocare morgantinianamente il solito dialogo tra lupo e agnello tra i battimani dei bravi signori in tribuna? Peccato che Luisa e co., mentre invocano un cessate il fuoco, non si ricordino – come si ostina a non ricordarlo nessuno – che gli “estremisti” di Hamas quel cessate il fuoco l’hanno proposto invano già mezza dozzina di volte. Ora ci aspettiamo che la simpatica combriccola di pseudo-equivicini formuli un appello anche per l’Iraq, chiedendo agli “estremisti” della Resistenza di smetterla di far vivere nella paura i portatori guantanamisti di democrazia, come anche le loro marionette nella “Zona verde” e associate milizie tagliagole a mezzo servizio con l’Iran.
Ah, quegli estremisti di Hamas!
Potrei insistere con quel gioiello di giornalismo equilibrato che questo Schuldiner da prima pagina, pagina cui non accede l’unica voce decente e competente, dopo Chiarini, che il “manifesto” abbia in Medioriente, Michele Giorgio. Quello di Hamas, “fazione dura” (?), sarebbe avventurismo militare. Hamas ha aggravato la situazione”, Hamas forza militarmente la crisi, “sono i duri di Hamas che erano disposti a una nuova invasione israeliana… Palestinesi e israeliani sono oggi vittime del gioco di scacchi tra gli Stati Uniti, sempre più attivi con la loro politica del terrore (mica quella di Israele!), Israele e la fazione militare di Hamas… il gioco sporco di due leadership criminali… il lancio criminale dei razzi…Sangue e vendetta, vendetta e sangue. Sangue e vendetta? E già, mica occupazione e liberazione, mica genocidio e resistenza, cosa vi credevate? Con la “modernità” di Veltroni e “l’innovazione” di Bertinotti, con l’equidistanza-vicinanza di pacifisti a 360 utilissimi gradi e degli avvoltoi Ong, vogliamo ancora trascinarci dietro le bubbole del diritto internazionale, delle risoluzioni Onu, della sacrosanta legalità della lotta di liberazione, di quella algerina, africana, araba, irlandese, cubana, vietnamita…? Stiamo dalla parte giusta, stiamo con i “moderati” di entrambe le parti, dividiamo a metà torti e ragioni (un po’ più della metà versus molto meno della metà). Estremisti di entrambe le parti (ma soprattutto quei terroristi di resistenti), raus!
Quei martiri di Sderot
Per raddrizzare una bilancia pericolosamente pencolante sotto il peso abnorme del sangue palestinese, questo campionissimo della mistificazione manifestaiola si precipita a Sderot al momento in cui la macelleria israeliana a Gaza raggiunge il – momentaneo – culmine. Bella mossa. Come spararti una torcia in faccia mentre stai guardando bruciare Gaza. Permette al “manifesto” del Valentino Parlato, che marchia di “antisemiti” coloro che non vogliono onorare alla Fiera del Libro di Torino lo Stato serial killer di semiti, di porre sullo stesso piano e in analoga evidenza il massacro nazistoide a Gaza, raccontato dalla vox clamantis in deserto Michele Giorgio, e le ambasce