20 Aprile 2008, Il Web @ 12:02

La consulenza filosofica è una disciplina di recente origine ma ormai diffusa in molti paesi del mondo. Nasce in Germania nel 1981, per iniziativa di Gerd Achenbach, il quale, lamentando il distacco della filosofia accademica dalla vita reale, rivendica il ruolo pubblico svolto dalla filosofia nell’antica Grecia, laddove essa si occupava anche della saggezza (in greco: phronesis), ossia del modo in cui ciascun uomo può condurre la propria vita, e veniva pertanto considerata una disciplina “pratica”. Assumendo Socrate e il suo dialogo maieutico come modelli di riferimento e criticando l’atteggiamento medico di gran parte delle psicoterapie ed in particolare della psicoanalisi, Achenbach rivaluta l’approccio umanistico della relazione d’aiuto, e apre il primo studio al mondo di quella che egli chiama Philosophische Praxis (in italiano: consulenza, pratica, prassi filosofica). Lo scopo è offrire un servizio che sia alternativo alle psicoterapie a tutti coloro che, bisognosi di sussidio e collaborazione per affrontare problemi esistenziali, morali, decisionali, siano ciononostante “sani”, cioè non affetti da psicopatologie.

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19 Aprile 2008, Il Web @ 00:39

DI UMBERTO GALIMBERTI
La Repubblica

I Nuovi Vizi - Sette come quelli capitali, ma l’epoca moderna si e arricchita di altre patologie

Perché il consumismo è un vizio? Un vizio nuovo, perché sconosciuto alle generazioni che ci hanno preceduto. Non è forse vero che il consumo sollecita la produzione aiuta la crescita che tutti i paesi assumono come indicatore di benessere e si allarmano quando oscilla intorno allo zero?

Perché il consumismo è un vizio se è vero che mette alla porta di tutti una serie di scelte personali che un tempo erano riservate solo ai ricchi?

E cioè una varietà di alimenti che i nostri vecchi si sognavano, possibilità d’abbigliamento sconosciute alle generazioni precedenti, una serie infinita di elettrodomestici che riducono la fatica in casa regalando a chi ci vive, tempo libero per altre e più proficue attività?

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14 Aprile 2008, Il Web @ 16:14

Oziosi pensieri sul crescere neonati e bambini (e sul bruciare le scuole)

Ultimamente ho passato la maggior parte del mio tempo con una bimba - mia figlia, Leila. Avrà due anni alla fine del prossimo mese. Spesso sono con lei dall’alba fino al tramonto, cinque o sei giorni alla settimana, mentre sua madre frequenta la scuola di medicina. Passando tutto questo tempo con lei, naturalmente ha iniziato a legarsi molto a me, ed è contagioso. Alla sua presenza sono spesso in uno stato di leggera euforia, accompagnato da fragilità emozionale. Come se sapessi di essere molto piccolo e nuovo qui, ma finché non succede nulla di male, il mondo è essenzialmente un luogo eccitante e affascinante, lì per essere costantemente riscoperto.

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11 Aprile 2008, Il Web @ 18:22

Donami, e donandomi mi riceverai
Mahabharata, Anushasana Parva, 116,21

Crediamo che la disgregazione ideale e ideologica, congiunta al degrado pubblico raggiunto nel nostro Paese, non consenta più alcuna indulgenza e coinvolgimento intellettuale. La corruzione indotta nell’esercizio del potere politico, intersecato agli equilibri oligarchici economici e finanziari, decreta un definitivo divorzio tra l’onestà della riflessione e il meretricio della rappresentanza politica e degli interessi organizzati. Viviamo in una “società dello spettacolo”, che non risparmia nemmeno un “colore” del caleidoscopio politico – dall’estrema destra all’estrema sinistra – ed è estenuata da un protagonismo egocentrico, in cui tutti si sentono al centro dell’attenzione, quando in realtà recitano un ruolo di piccole comparse di un cabaret farsesco. (1)

Una gerontocrazia clientelare si perpetua in ogni dove, con una decadenza di costumi legata a una predisposizione nostrana al compromesso, che ha nella commedia dell’arte l’abitudine compiaciuta tanto al servilismo quanto al sopruso impunito e al suo esercizio rancoroso. Ci si consenta una metafora sociale mutuata dalla patologia psicofisica, forse abusata, ma non meno pregnante: il tumore.
(continua…)

8 Aprile 2008, Il Web @ 18:11

Chiamatemi professor Gatto, per favore. Ventisei anni fa, non avendo in quel momento niente di meglio da fare, provai a fare il professore di scuola. La mia licenza certifica che sono un insegnante di lingua e letteratura inglese, ma non è affatto ciò di cui mi occupo. Non insegno l’inglese, insegno la scuola - e facendolo vinco anche dei premi.

La parola “Insegnare” ha significati diversi in luoghi diversi, ma sette lezioni sono universalmente impartite da Harlem [quartiere nero di New York, in passato simbolo di degrado, ndt] ad Hollywood Hills. Queste costituiscono un curriculum nazionale per cui pagate in più modi di quanti possiate immaginare, quindi dovreste ben sapere di cosa si tratta. Siete liberi, ovviamente, di considerare queste lezioni in qualunque modo vogliate, ma credetemi quando dico di non voler fare alcuna ironia in questa presentazione. E’ questo che insegno, mi pagano per insegnare quanto segue. Fate di queste lezioni quel che volete.

1. CONFUSIONE

L’altro giorno una signora di nome Kathy mi ha scritto da Dubois, Indiana:
“Quali grandi idee sono importanti per i bambini piccoli? Beh, la più grande idea di cui penso abbiano bisogno è che quanto stanno imparando non è stravagante - è un qualche sistema di approccio, e non sta semplicemente piovendo loro addosso mentre assorbono impotenti. E’ questo il compito: capire, rendere coerente”.
Kathy si sbagliava. La prima lezione che insegno è quella della confusione. Tutto ciò che insegno è fuori contesto… Insegno la non-correlazione di tutto. Insegno le sconnessioni. Insegno troppo: orbite dei pianeti, legge dei grandi numeri, schiavitù, aggettivi, disegno architettonico, danza, ginnastica, coro, assemblee, ospiti a sorpresa, allarmi antincendio, linguaggi informatici, serate di genitori, giornate per la formazione dello staff, programmi extrascolastici, consigli da estranei che i miei studenti potrebbero non rivedere mai più, test standardizzati, segregazione per età come mai vista nel mondo esterno… Ma cosa hanno a che fare queste cose tra di loro?
Anche nelle scuole migliori un attento esame del programma e della sua sequenza rivela una mancanza di coerenza, piena di contraddizioni interne. Fortunatamente i bambini non hanno le parole per definire il panico e la rabbia che provano per le costanti violazioni dell’ordine naturale e della sequenza che viene rifilata loro come qualità nell’educazione. La logica della mente scolastica è che sia meglio lasciare la scuola con un bagaglio di gergo superficiale derivato dall’economia, dalla sociologia, dalle scienze naturali e così via, piuttosto che lasciare i bambini con il loro genuino entusiasmo. Ma la qualità nell’educazione impone di imparare qualcosa in profondità. La confusione è inculcata ai bambini da troppi adulti strani, ognuno dei quali lavora da solo con la minor relazione possibile con gli altri, solitamente vanagloriandosi di una maestria che non possiede.
L’apprendimento, e non dei fatti disconnessi, è quel che cercano gli esseri umani sani, e l’educazione è un sistema di codici per elaborare fatti grezzi in un significato. Dietro il mosaico delle routine scolastiche e l’ossessione della scuola per fatti e teorie, si trovano le vecchie, ma ben conservate, menzogne della ricerca umana. Questo è più difficile da vedere in una scuola elementare, dove la gerarchia dell’esperienza scolastica sembra aver maggior senso per via della relazione, semplice e d’indole buona, del “facciamo questo” e “facciamo quello”, che viene assunta come se avesse un significato, e la clientela non ha ancora coscientemente distinto quanta poca sostanza ci sia dietro le apparenze, dietro questa recita.
Pensate a tutte le grandi sequenze naturali come imparare a camminare e imparare a parlare; seguendo la progressione della luce dall’alba al tramonto, osservando le antiche tecniche di un agricoltore, di un fabbro, di un calzolaio, guardando vostra madre che prepara il piatto per il Giorno del Ringraziamento - tutte le parti sono in perfetta armonia le une con le altre, ogni azione si giustifica da sé e illumina il passato e il futuro. Le sequenze scolastiche non sono così, non è così in una sola lezione e tantomeno nel complesso delle lezioni quotidiane. Le routine scolastiche sono folli. Non c’è alcuna ragione particolare per nessuna di esse, nulla che meriti un’attenta analisi. Pochi insegnanti oserebbero insegnare gli strumenti se i dogmi di una scuola o di un insegnante potessero essere criticati, in quanto tutto deve essere accettato. Le materie scolastiche vengono imparate se possono essere imparate, così come i bambini imparano il catechismo o imparano a memoria i trentanove articoli della Chiesa Anglicana.

Io insegno la non-correlazione di tutto, una frammentazione infinita che è l’opposto della coesione; quel che faccio è più vicino ad una programmazione televisiva che alla composizione di uno schema ordinato. In un mondo dove la casa è solo un fantasma perché entrambi i genitori lavorano, o perché troppi trasferimenti o cambi di lavoro o troppa ambizione o altro hanno lasciato tutti troppo confusi per conservare una relazione familiare, io vi insegno ad accettare la confusione come vostro destino. Questa è la mia prima lezione.

2. POSIZIONE DELLA CLASSE
La seconda lezione che insegno è la posizione della vostra classe. Insegno che gli studenti devono rimanere nella classe a cui appartengono. Non so chi decida che i miei bambini le appartengano ma non è affar mio. I bambini sono numerati di modo che se qualcuno si allontana possa essere fatto tornare nella classe giusta. Nel corso degli anni la varietà di modi in cui i bambini vengono numerati dalle scuole è drammaticamente aumentata, al punto che è diventato difficile distinguere gli esseri umani sotto il peso dei numeri che portano. Numerare i bambini è un’impresa grande e molto proficua, anche se sfugge il senso di ciò che questa strategia mira a realizzare. Non so neanche perché i genitori dovrebbero consentire, senza protestare, che venga fatto questo ai loro figli.

Ad ogni modo, ancora una volta, questi non sono affari miei. Il mio compito è far piacere loro il fatto di essere rinchiusi insieme ad altri bambini che hanno addosso dei numeri come loro. O almeno di tollerarlo come se si trattasse di una buona pratica sportiva. Se faccio bene il mio lavoro, i ragazzi non possono neanche immaginarsi in un altro posto, perché ho mostrato loro come invidiare e rispettare le classi migliori e come provare disprezzo per le classi insulse. Con questa efficiente disciplina la classe si controlla per lo più da sé rispettando un buon ordine di marcia. E’ questa la lezione autentica di qualsiasi competizione truccata come la scuola. Si arriva a sapere qual è il proprio posto.

Nonostante il programma globale di classe dia per scontato che il novantanove percento dei ragazzi si trovi nella propria classe per restarvi, faccio tuttavia uno sforzo pubblico per spingere i bambini verso livelli più alti di buona riuscita negli esami, ventilando un eventuale trasferimento dalla classe inferiore come fosse una ricompensa. Spesso lascio intendere che arriverà il giorno in cui un datore di lavoro li assumerà in base a dei punteggi e dei voti, anche se la mia esperienza dice che i datori di lavoro sono, giustamente, indifferenti a queste cose. Non mento mai spudoratamente, ma sono giunto al punto di vedere che verità e insegnamento sono, in fondo, incompatibili proprio come diceva Socrate lo fossero migliaia di anni fa. La lezione delle classi numerate è che ognuno ha un proprio posto nella piramide e che non c’è alcuna via d’uscita dalla propria classe se non con la magia dei numeri. In mancanza di questa, si è costretti a rimanere dove si viene messi.

3. INDIFFERENZA

La terza lezione che insegno ai ragazzi è quella dell’indifferenza. Insegno ai bambini a non preoccuparsi troppo per qualcosa, anche se vogliono far vedere che è così. Il modo in cui lo faccio è molto sottile. Io pretendo che si coinvolgano totalmente nelle mie lezioni, balzando in piedi e risedendosi di scatto sulle loro sedie come se non vedessero l’ora di farlo, facendo a gara vivacemente l’uno con l’altro per ottenere la mia approvazione. Mi sento gratificato quando si comportano così; fa impressione a tutti, me compreso. Quando sono al meglio delle mie possibilità pianifico con molta attenzione le mie lezioni, per produrre questo spettacolo di entusiasmo. Ma quando suona la campanella io insisto affinché si fermino, a qualsiasi cosa stessero lavorando, e che procedano senza indugio alla sessione di lavoro successiva. Devono accendersi e spegnersi come un interruttore. Nulla d’importante viene mai finito nella mia classe, né in altre classi che conosco. Gli studenti non hanno mai un’esperienza completa se non del piano delle rate.

La lezione della campanella infatti insegna che nessun lavoro vale la pena di essere finito, quindi perché preoccuparsi troppo per qualcosa? Anni ed anni di campanelle abitueranno tutti, tranne i più forti, ad un mondo che non può più offrire un’occupazione importante da fare. Le campanelle rappresentano la logica segreta dell’orario scolastico; la loro logica è inesorabile. Le campanelle distruggono il passato ed il futuro, rendendo identico ogni intervallo, come l’astrazione di una mappa fa risultare identici ogni fiume ed ogni montagna esistenti, anche se non lo sono. Le campanelle infondono d’indifferenza ogni iniziativa.

4. DIPENDENZA EMOTIVA

La quarta lezione che insegno è quella della dipendenza emotiva. Con stelle e segni rossi, sorrisi e occhiatacce, premi, onori e disonori, io insegno ai ragazzi a rinunciare alla loro volontà in favore della catena di comando prestabilita. I diritti possono essere concessi o negati senza appello da qualsiasi autorità, perché i diritti non esistono all’interno di una scuola – nemmeno il diritto alla libertà di parola, come stabilito dalla Corte Suprema – a meno che le autorità scolastiche non dicano diversamente. Come insegnante, io intervengo in molte decisioni personali, fornendo un permesso a coloro che ritengo giustificati, o dando inizio ad un confronto disciplinare per comportamenti che minacciano il mio controllo. L’individualità tenta costantemente di affermarsi tra i bambini e gli adolescenti, per cui le mie sentenze arrivano velocemente e in abbondanza. L’individualità rappresenta una contraddizione della teoria di classe, una maledizione per tutti i sistemi di classificazione.

Ecco alcuni dei modi più comuni in cui si manifesta: i bambini sgusciano fuori per godersi un momento in privato in bagno col pretesto di un bisogno urgente, oppure rubano un istante tutto per loro in corridoio perché devono bere. Lo so che in realtà non ne hanno bisogno, ma permetto loro di imbrogliarmi perché questo li condiziona a dipendere dalla mia approvazione. A volte la libera volontà appare proprio di fronte a me in bambini arrabbiati, depressi o felici per delle cose che sono al di là della mia comprensione; i diritti relativi a queste materie non possono essere riconosciuti dagli insegnanti, solo i privilegi che possono essere revocati, garanzie di una buona condotta.

5. DIPENDENZA INTELLETTUALE

La quinta lezione che insegno è quella della dipendenza intellettuale. Le persone in gamba aspettano che un insegnante dica loro cosa fare. E’ la lezione più importante: dobbiamo attendere che altre persone, più esperte di noi, creino i significati delle nostre vite. L’esperto fa tutte le scelte importanti; solo io, l’insegnante, sono in grado di stabilire cosa voi dobbiate studiare, o piuttosto, solo le persone che mi pagano possono prendere quelle decisioni che io poi metto in atto. Se mi viene detto che l’evoluzione è un dato di fatto e non una teoria, io trasmetto questo come mi è stato ordinato, punendo i devianti che si oppongono a ciò che mi è stato detto di dire loro di pensare. Questo potere di controllare ciò che i bambini penseranno mi permette di separare con successo gli studenti dai fallimenti molto facilmente.

I bambini di successo pensano che io li nomini con un minimo di resistenza e un’onesta parvenza di entusiasmo. Tra milioni di cose che meriterebbero di essere studiate, stabilisco io qual è quel poco per cui abbiamo tempo, o meglio, sono i miei anonimi datori di lavoro che lo decidono. Le scelte spettano a loro, perché dovrei discutere? La curiosità non ha un ruolo importante nel mio lavoro, solo la conformità ce l’ha.

Naturalmente i ragazzi cattivi sfidano tutto ciò, anche se mancano loro i concetti per sapere contro cosa combattono, e lottano per prendere decisioni per se stessi su cosa impareranno e quando lo impareranno. Come possiamo permettere questo e nello stesso tempo sopravvivere come insegnanti? Per fortuna ci sono dei metodi per forzare la volontà di coloro che oppongono resistenza; certo, è più difficile se il ragazzo ha dei buoni genitori che vengono in suo aiuto, ma questo accade sempre meno, malgrado la cattiva reputazione che hanno le scuole. A dire il vero, io non ho mai incontrato nessun genitore appartenente al ceto medio che pensasse che la scuola di suo figlio rientrasse tra quelle scadenti. Non un solo genitore in ventisei anni d’insegnamento. Questo è sorprendente ed è probabilmente la miglior testimonianza di ciò che accade alle famiglie quando madre e padre sono stati essi stessi ben istruiti, attraverso l’insegnamento delle sette lezioni.

Le persone in gamba aspettano che sia un esperto a dir loro cosa fare. Non è certo un’esagerazione affermare che la nostra intera economia dipende da quanto viene appresa questa lezione. Pensate che rovina se i ragazzi non venissero educati ad essere dipendenti: le imprese che si occupano di servizi sociali non potrebbero certo sopravvivere; sparirebbero, penso, in quel limbo della storia recente dal quale sono sorte. Consulenti e terapeuti guarderebbero con orrore sparire le loro scorte di invalidi psichici. L’intrattenimento commerciale di ogni sorta, compresa la televisione, appassirebbe nel momento in cui la gente imparasse di nuovo a divertirsi da sé. Ristoranti, rosticcerie e un gran mucchio di altri servizi assortiti legati alla ristorazione verrebbero drasticamente ridimensionati se le persone tornassero a prepararsi il cibo da sole, invece di dipendere da estranei che piantano, raccolgono, tritano, e cucinano per loro. Anche una buona parte del diritto moderno, della medicina, e dell’ingegneria verrebbe meno, così come l’industria dell’abbigliamento e l’insegnamento scolastico, a meno che ogni anno una scorta assicurata di persone incapaci non continuasse ad uscire a frotte dalle nostre scuole.

Non siate troppo pronti a votare a favore della riforma radicale della scuola, se volete continuare a ricevere la busta paga. Abbiamo costruito un modo di vivere che dipende da persone che fanno ciò che viene loro detto, perché non sanno come dire a loro stesse cosa fare. Questa è una delle più grandi lezioni che insegno.

6. AUTOSTIMA PROVVISORIA

La sesta lezione che insegno è quella dell’autostima provvisoria. Se avete mai provato a lottare con un ragazzo giunto al livello in cui i genitori lo hanno convinto a credere che lo ameranno malgrado tutto, sapete già quanto impossibile sia riuscire a conformare gli spiriti che sono sicuri di sé. Il nostro mondo non sopravvivrebbe a lungo ad un’alluvione di persone sicure di sé, quindi io insegno che il rispetto di sé dovrebbe essere subordinato all’opinione di un esperto. I miei ragazzi sono costantemente valutati e giudicati.

Una relazione mensile, la cui preparazione è impressionante, viene inviata a casa degli studenti per segnalare l’approvazione o per indicare esattamente, fino ad un particolare punto percentuale, quanto dovrebbero essere scontenti i genitori dei loro figli. L’ecologia della “buona” istruzione dipende dal fatto di perpetuare l’insoddisfazione, proprio quanto l’economia commerciale dipende dallo stesso fertilizzante. Benché alcune persone possano essere sorprese di quanto poco tempo o riflessione ci voglia per raggiungere questi record matematici, il peso complessivo di documenti apparentemente oggettivi stabilisce un profilo che obbliga i bambini a giungere a certe decisioni su loro stessi ed il loro futuro basate sul giudizio accidentale di un estraneo. L’auto-valutazione, argomento principale di ogni grande sistema filosofico che sia mai apparso sul pianeta, non è mai considerata un fattore. La lezione delle pagelle, dei voti, e degli esami è che i bambini non dovrebbero aver fiducia in se stessi o nei loro genitori, ma dovrebbero invece fare affidamento sulla valutazione di funzionari certificati. La gente ha bisogno di sentirsi dire quanto vale.

7. NON CI SI PUÒ NASCONDERE

La settima lezione che insegno è che non ci si può nascondere. Io insegno ai bambini che sono sempre tenuti d’occhio, che ognuno è sorvegliato costantemente da me e dai miei colleghi. Non esistono spazi privati per i bambini, non esiste del tempo privato. Il cambio di classe dura trecento secondi per mantenere a livelli bassi la socializzazione indiscriminata. Gli studenti vengono incoraggiati a spettegolare su loro stessi o anche sui propri genitori. Naturalmente io incoraggio i genitori anche a prendere nota della cocciutaggine del proprio figlio. Una famiglia addestrata a fare la spia su se stessa è improbabile che nasconda eventuali segreti pericolosi.

Io assegno un tipo di istruzione allargata chiamata “compiti a casa”, di modo che l’effetto della sorveglianza, se non quella stessa sorveglianza, si rechi nella sfera privata delle famiglie, dove gli studenti altrimenti potrebbero usare il tempo libero per imparare qualcosa di non autorizzato da un padre o da una madre, esplorando, o facendo pratica da qualche persona saggia del vicinato. La slealtà nei confronti dell’idea di istruzione è un diavolo sempre pronto a trovare un lavoro per mani oziose.

Il significato della sorveglianza costante e della negazione della privacy è che non si può aver fiducia di nessuno, che la privacy non è lecita. La sorveglianza è un antico imperativo, sposato da certi pensatori influenti, una prescrizione fondamentale messa per iscritto nella Repubblica, nella Città di Dio, nell’Istituzione della religione cristiana, nella Nuova Atlantide, nel Leviatano, e in un mucchio di altre opere. Tutti questi uomini senza figli che scrissero questi libri scoprirono la stessa cosa: i bambini devono essere controllati da vicino, se si vuole mantenere una società sotto uno stretto controllo centrale. I bambini seguiranno un percussionista solitario se non si riesce ad inserirli in una banda uniformata.

II

Il grande trionfo della scolarizzazione di massa obbligatoria del governo monopolista è che anche tra i migliori dei miei colleghi insegnanti, e tra i migliori genitori dei miei studenti, solo una minima parte riesce ad immaginare un modo diverso di fare le cose. “I ragazzi devono sapere leggere e scrivere, no?” “Devono sapere fare le addizioni e le sottrazioni, no?” “Devono imparare ad eseguire degli ordini se si aspettano di mantenere un posto di lavoro”.

Solo poche generazioni fa le cose erano molto diverse negli Stati Uniti. L’originalità e la varietà erano moneta corrente; la nostra libertà da ogni inquadramento ci ha resi il miracolo del mondo; i confini tra le classi sociali erano abbastanza semplici da attraversare; i nostri cittadini erano meravigliosamente sicuri di sé, creativi, e capaci di fare molto per se stessi in modo indipendente, e di pensare per se stessi. Eravamo qualcosa di speciale, noi Statunitensi, tutti autonomi, senza che il governo ficcasse il naso nelle nostre vite, senza che le istituzioni e gli enti sociali ci dicessero come pensare e sentire. Eravamo qualcosa di speciale, come individui, come Statunitensi.

Ma negli Stati Uniti abbiamo avuto essenzialmente una società con un potere centrale da poco prima della Guerra Civile, e una società di questo tipo richiede una scolarizzazione obbligatoria, una scolarizzazione monopolistica del governo, per mantenersi efficiente. Prima di questo sviluppo l’istruzione non era molto importante in nessun luogo. Ce l’avevamo, ma non troppa, e solo nella misura in cui un individuo la desiderasse. Si imparava comunque a leggere, a scrivere, e a far di conto molto bene; esistono alcuni studi che rivelano che il grado di istruzione all’epoca della Rivoluzione Americana, per lo meno per coloro che non erano schiavi sulla costa orientale, era quasi universale. Il Buon Senso di Thomas Paine vendette 600.000 copie in una popolazione di 3.000.000 di abitanti, il 20% dei quali erano schiavi, ed il 50% servitori a contratto.

I coloni erano dei geni? No, la verità è che leggere, scrivere e l’aritmetica richiedono solamente circa cento ore per essere trasmessi, a condizione che l’uditorio sia diligente e desideroso di imparare. Il trucco è quello di attendere finché qualcuno non fa una domanda, e poi procedere velocemente mentre l’atteggiamento è ricettivo. Milioni di persone insegnano l’una all’altra queste cose, in realtà non è tanto difficile. Prendiamo una quinta classe di matematica o un manuale di retorica del 1850 e si vedrà che allora i testi erano impostati su quello che oggi sarebbe considerato un livello universitario. Il richiamo continuo alla pratica delle “competenze di base” è una cortina fumogena attraverso la quale le scuole si appropriano del tempo dei ragazzi per dodici anni, insegnando loro le sette lezioni che vi ho appena descritto.

La società che, da poco prima della Guerra Civile, è sempre più controllata dal potere centrale si mostra nelle vite che conduciamo, nei vestiti che indossiamo, nel cibo che mangiamo, e nei cartelli autostradali verdi accanto ai quali passiamo viaggiando da una costa all’altra, che sono tutti prodotti di questo controllo. Questo vale anche, a mio avviso, per le epidemie di droghe, di suicidi, di divorzi, di violenza, di maltrattamenti, per il fatto che la classe diventi casta, quale prodotto della disumanizzazione delle nostre vite negli Stati Uniti, per la riduzione dell’importanza dell’individuo, della famiglia e della comunità, una diminuzione che procede dal potere centrale. Non ci si può sottrarre al carattere delle grandi istituzioni coercitive; esse vogliono sempre di più finché non rimane più nulla da dare. La scuola porta via ai nostri figli ogni possibilità di esercitare un ruolo attivo in una vita di comunità – di fatto distrugge le comunità relegando la formazione dei bambini nelle mani di esperti certificati – e facendo ciò garantisce che in nostri figli non potranno crescere pienamente umani. Aristotele insegnava che senza un ruolo pienamente attivo nella vita comunitaria non era possibile sperare di diventare un essere umano sano. Sicuramente aveva ragione. Guardatevi intorno la prossima volta che passate vicino ad una scuola o ad un’oasi per anziani, se ne volete una prova.

La scuola, così com’è stata creata, è un sistema di sostegno essenziale ad una visione di ingegneria sociale che condanna la maggior parte della gente ad essere pietre di ordine inferiore in una piramide che si restringe innalzandosi ad un terminale di controllo. La scuola è un artificio che fa sembrare inevitabile un ordine sociale piramidale di questo tipo, sebbene una tale premessa costituisca un tradimento fondamentale della Rivoluzione Americana. Dall’epoca del colonialismo fino al periodo della Repubblica non avevamo scuole di cui parlare – basta leggere l’Autobiografia di Benjamin Franklin per avere l’esempio di un uomo che non aveva tempo da perdere a scuola - eppure iniziava ad essere realizzata la promessa della democrazia. Volgevamo le spalle a questa promessa resuscitando l’antico sogno faraonico dell’Egitto: sottomissione forzata per tutti. Era questo il segreto di cui Platone parlò con riluttanza nella Repubblica, quando Glaucone e Adimanto sollecitavano da Socrate il progetto per il controllo totale della vita umana da parte dello stato, un progetto necessario per mantenere una società in cui alcune persone prendono più della loro parte. “Vi mostrerò”, dice Socrate, “come determinare una tale città affetta da infiammazione, ma non vi piacerà ciò che sto per dire”. E così è stato delineato per la prima volta il programma della scuola delle sette lezioni.

L’attuale dibattito su se si debba avere un programma a livello nazionale è fasullo. Abbiamo già un programma nazionale racchiuso nelle sette lezioni che ho appena delineato. Un tale programma genera una paralisi fisica, morale ed intellettuale, e nessun programma di contenuto sarà sufficiente a capovolgere i suoi esecrabili effetti. Ciò che in questo momento è in discussione nel nostro isterismo scolastico nazionale a proposito dello scarso rendimento accademico non afferra il punto. Le scuole insegnano proprio quello che intendono insegnare e lo fanno bene: come si può essere un buon Egiziano e rimanere al proprio posto nella piramide.

III

Niente di tutto ciò è inevitabile. Niente di tutto ciò è impossibile da rovesciare. Abbiamo delle alternative su come educare i giovani; non esiste un modo giusto o sbagliato. Se ci aprissimo un varco nel potere dell’illusione piramidale lo vedremmo. Non c’è nessuna competizione internazionale all’ultimo sangue che minacci la nostra esistenza nazionale, difficile come quell’idea sia persino da pensare, e tanto meno da credere, in presenza di un continuo fuoco di fila mediatico di miti al contrario. Sotto ogni importante aspetto materiale la nostra nazione è autosufficiente, energia compresa. Mi rendo conto che quell’idea è in contrasto con il pensiero più alla moda degli esperti di economia politica, ma la “profonda trasformazione” della nostra economia di cui parlano queste persone non è né inevitabile, né irreversibile. L’economia globale non parla al bisogno collettivo di un lavoro che abbia un senso, di una casa che sia accessibile, di un’istruzione soddisfacente, di cure mediche adeguate, di un ambiente pulito, di un governo onesto e responsabile, di un rinnovamento sociale e culturale, o semplicemente di giustizia. Tutte le aspirazioni universali sono basate su una definizione di produttività ed io sono convinto che la bella vita così alienata dalla realtà umana comune sia sbagliata, e che la maggior parte della gente sarebbe d’accordo con me se potesse percepire l’esistenza di un’alternativa. Potremmo essere in grado di vedere che se riacquistassimo il sostegno di una filosofia che individui il significato dove il significato è davvero da trovare – nelle famiglie, negli amici, nell’alternarsi delle stagioni, nella natura, nelle cerimonie e nei riti semplici, nella curiosità, nella generosità, nella compassione, e nel servizio agli altri, in una dignitosa indipendenza e nella riservatezza, in tutte le cose libere ed economiche di cui sono costituite le vere famiglie, i veri amici e le vere comunità - allora saremmo così autosufficienti che non avremmo bisogno neanche di quella “sufficienza” materiale che, secondo le insistenze dei nostri “esperti” globali, ci preoccupa tanto.

Come si sono creati questi luoghi terribili, queste “scuole”? Beh, un’istruzione occasionale è sempre stata presente in una varietà di forme, un accessorio moderatamente utile alla crescita. Ma l’”istruzione moderna” così come la conosciamo è un sottoprodotto delle due “Paure Rosse” del 1848 e del 1919, quando potenti interessi temevano una rivoluzione tra i nostri poveri dell’industria. L’istruzione generalizzata si è creata in parte anche perché le famiglie statunitensi da lunga data erano spaventate dalle culture native degli immigrati di origine celtica, slava, e latina degli anni ’40 del XIX secolo, e provavano avversione nei confronti della religione cattolica che questi portavano con sé. Un terzo fattore che ha contribuito alla creazione di una prigione per bambini chiamata scuola dev’essere stato senza dubbio la costernazione con cui questi stessi “statunitensi” guardavano il movimento degli afroamericani nella società sulla scia della Guerra Civile.

Diamo un’altra occhiata alle sette lezioni dell’insegnamento scolastico: confusione, posizione della classe, indifferenza, dipendenza emotiva e intellettuale, autostima provvisoria, sorveglianza – tutte queste cose rappresentano un addestramento fondamentale per classi inferiori fisse, per persone private per sempre della possibilità di trovare il centro del proprio genio speciale. E col passare del tempo questo addestramento si è scrollato di dosso la sua logica originaria: disciplinare i poveri. Perché fin dagli anni ‘20 la crescita della burocrazia scolastica, e lo sviluppo meno evidente di uno sciame di industrie che traggono profitto dall’istruzione esattamente così com’è, ha ampliato la portata originaria dell’istituzione, al punto che ora si impadronisce anche dei figli e delle figlie delle classi medie.

C’è forse da stupirsi se Socrate era indignato per l’accusa di aver preso dei soldi per insegnare? Anche allora, i filosofi vedevano chiaramente la direzione inevitabile che avrebbe preso la professionalizzazione dell’istruzione, accaparrandosi la funzione dell’insegnamento che, in una comunità sana, appartiene a chiunque.

Con delle lezioni come quelle che io insegno un giorno dopo l’altro, non dovremmo meravigliarci di essere in presenza di una vera e propria crisi a livello nazionale, la cui natura è molto diversa da quella indicata dai mezzi d’informazione nazionali. I giovani sono indifferenti nei confronti del mondo degli adulti e del futuro, indifferenti quasi a tutto tranne che al diversivo rappresentato dai giochi e dalla violenza. Ricchi o poveri, gli scolari che affrontano il XXI secolo non riescono a concentrarsi a lungo su qualcosa; hanno uno scarso senso del tempo passato e di quello a venire. Sono diffidenti verso l’intimità, come i figli del divorzio che effettivamente sono (perché noi li abbiamo separati dall’importante attenzione parentale); odiano la solitudine, sono crudeli, materialisti, dipendenti, passivi, violenti, timidi in presenza di qualcosa di inaspettato, drogati di distrazioni.

Tutte le tendenze marginali dell’infanzia sono alimentate ed esaltate fino a rasentare il grottesco dall’istruzione che, attraverso il suo programma occulto, impedisce uno sviluppo efficace della personalità. Infatti senza sfruttare l’apprensione, l’egoismo e l’inesperienza dei bambini, le nostre scuole non potrebbero assolutamente sopravvivere, né lo potrei fare io in quanto insegnante qualificato. Nessuna scuola pubblica che osasse effettivamente insegnare l’uso degli strumenti del pensiero critico – come la dialettica, l’euristica, o altri mezzi di cui dovrebbero servirsi le menti libere – resisterebbe molto a lungo prima di essere fatta a pezzi. La scuola è diventata il sostituto della chiesa nella nostra società laica, e proprio come la chiesa esige che ai suoi insegnamenti si creda per fede.

E’ giunto il momento in cui affrontare direttamente il fatto che l’insegnamento scolastico istituzionale è distruttivo per i bambini. Nessuno sopravvive completamente incolume al programma delle sette lezioni, nemmeno gli educatori. Il metodo è profondamente e completamente antieducativo. Non si può tentare di rabberciarlo. Per una delle grandi ironie delle faccende umane, il pieno ripensamento di cui hanno bisogno le scuole costerebbe molto meno di quello che stiamo sborsando, ora che potenti interessi non possono permettere che accada. Dovete capire che prima di tutto l’affare in cui sono coinvolto è un progetto di posti di lavoro e un’agenzia per la stipula di contratti. Non possiamo permetterci di risparmiare soldi riducendo la portata della nostra operazione o diversificando il prodotto che offriamo, neppure per aiutare i bambini a crescere nel modo giusto. E’ questa la legge di ferro dell’istruzione istituzionale – è un affare che non è soggetto né alle normali procedure contabili, né al bisturi razionale della concorrenza.

Una qualche forma di sistema del libero mercato nell’istruzione pubblica è il luogo più probabile per cercare delle risposte, un libero mercato in cui le scuole a gestione familiare, le piccole scuole imprenditoriali, le scuole gestite da religiosi, le scuole artigiane e le scuole-fattorie esistano in abbondanza e competano con l’educazione in mano al governo. Io sto cercando di descrivere un libero mercato nell’istruzione proprio come quello che il paese possedeva fino alla Guerra Civile, quello in cui gli studenti si imbarcano nel tipo di educazione che è adatta a loro, anche se questo significa educarsi da sé; non ha fatto male a Benjamin Franklin, da quel che vedo. Queste possibilità attualmente esistono in meravigliosi resti in miniatura di un passato forte e vigoroso, ma sono accessibili solo agli intraprendenti, ai coraggiosi, ai fortunati, o ai ricchi. La quasi impossibilità che una di queste strade migliori si apra alle famiglie in frantumi dei poveri, o alla schiera di perplessi accampata ai margini della borghesia urbana suggerisce che il disastro delle scuole delle sette lezioni sta diventando sempre più grande, a meno che non facciamo qualcosa di coraggioso e decisivo con quel pasticcio dell’istruzione monopolista del governo.

Dopo una vita adulta spesa nell’insegnamento, credo che il metodo della scolarizzazione di massa sia il suo solo vero contenuto. Non fatevi ingannare pensando che un buon curriculum o una buona preparazione o dei buoni insegnanti siano i fattori determinanti cruciali dell’educazione dei vostri figli. Tutte le patologie che abbiamo esaminato si verificano in larga misura perché le lezioni scolastiche impediscono ai bambini di mantenere appuntamenti importanti con se stessi e con le loro famiglie, apprendendo le lezioni dell’automotivazione, della perseveranza, dell’autonomia, del coraggio, della dignità e dell’amore – e anche le lezioni del servizio agli altri, che sono fondamentali per la vita domestica e comunitaria.

Trent’anni fa [nei primi anni ‘60] queste cose potevano essere ancora imparate nelle ore che rimanevano dopo la scuola. Ma la televisione ha fagocitato la maggior parte di questo tempo, e una combinazione di televisione e tensioni proprie delle famiglie con due redditi o monoparentali hanno inghiottito anche molta parte di ciò che era solito essere il tempo dedicato alla famiglia. I nostri figli non hanno del tempo a disposizione per crescere pienamente umani, solo deserti dal terreno magro da mandare in rovina.

Sulla nostra cultura sta precipitando un futuro che insisterà nel far imparare a noi tutti la saggezza dell’esperienza immateriale; un futuro che pretenderà come prezzo della sopravvivenza che noi seguiamo un percorso di vita naturale economico nel costo materiale. Queste lezioni non possono essere insegnate nelle scuole così come sono. La scuola è una sentenza da dodici anni di carcere, in cui le cattive abitudini rappresentano il solo programma davvero insegnato. Io insegno la scuola e facendolo vinco dei premi. Ne so qualcosa.

DI JOHN TAYLOR GATTO

John Taylor Gatto, insegnante dell’anno 1991 nello stato di New York, è l’autore di questo e di molti altri saggi che si trovano nel libro Dumbing Us Down.

Link: http://hometown.aol.com/tma68/7lesson.htm

7 Aprile 2008, Il Web @ 12:18

Si resta sorpresi di come tuttora si discuta in modo semplicistico del superamento della dicotomia destra-sinistra . Ci spieghiamo meglio.
Capita spesso di leggere che si tratta di due categorie che vanno superate. Oppure in via di superamento. E qui bisogna fare attenzione, perché queste due risposte indicano sul piano conoscitivo visioni completamente diverse.
In primo luogo, asserire che le categorie di destra e sinistra vanno superate significa esprimere una posizione normativa: come una certa realtà dovrebbe essere.
In secondo luogo, dichiarare che questa dicotomia è in via di superamento significa dare una riposta descrittiva, nel senso che la realtà politica confermerebbe, nei fatti, il superamento: come una certa realtà è .
Di più: spesso questi due atteggiamenti conoscitivi (descrittivo e normativo: come dovrebbe e com’è la realtà) vengono mescolati insieme, anche da studiosi accreditati, generando così ulteriore confusione.

Ma allora come stanno le cose?

Storicamente, la tesi del superamento della dicotomia destra-sinistra, sotto l’aspetto normativo, resta un cavallo di battaglia delle correnti anti-democratiche ma anche di quelle democratiche, soprattutto critiche della democrazia rappresentativa, e favorevoli alla democrazia diretta. Tuttavia, sul piano storico, nel Novecento, tra i “descrittivi” hanno avuto la meglio i cosiddetti fascismi, che sulla base della soppressione di ogni distinzione tra destra e sinistra, hanno imposto, di fatto, un ordine totalitario. Si può perciò dire, che sul piano descrittivo, la tesi del superamento destra-sinistra finora è storicamente sfociata nell’anti-democrazia. Questi sono i fatti. Ovviamente, oggi, tale deriva storica, viene utilizzata, dai sostenitori della democrazia rappresentativa, come argomento difensivo contro ogni tesi descrittiva e/o normativa sul superamento della dicotomia destra-sinistra. In particolare contro i movimenti neo-populisti contemporanei. Ma come stanno le cose sotto l’aspetto descrittivo? I fatti sociali confermano il superamento della dicotomia destra-sinistra?

E’ molto difficile rispondere. In genere la tesi descrittiva del “superamento in atto” viene comprovata, asserendo l’avvenuto passaggio degli elettori di estrazione operaia da sinistra a destra. Il che poteva essere valido - sempre se storicamente dimostrato - fino agli anni Ottanta del Novecento ( si pensi ai famosi, e stracitati, operai comunisti francesi che votarono nel 1984-1988 per Le Pen…). Ma oggi? Dopo la caduta del Muro? Si può parlare ancora di passaggio dalla sinistra comunista alla destra neo-fascista? Dove sono gli schieramenti contrapposti e ideologizzati? Neo-comunisti e neo-fascisti, in Europa, ad esempio, hanno una rappresentanza elettorale così ridotta da rendere improbabile una prospettiva sociologica del genere… Anche solo in termini analitici…

Si può invece asserire che il superamento destra-sinistra, sul piano descrittivo, ha preso un’altra direzione. Quale? Quella della conferma dell’ordine esistente. Infatti, oggi, i programmi politici, dei partiti conservatori e progressisti sono praticamente identici. Tuttavia si tratta di un “superamento in atto” che va in direzione infrasistemica e non verso la costruzione di una Terza Via” anti-sistemica: l’elettore di ceto medio e “medio” chiede non voli pindarici, ma sicurezza e congrue possibilità di consumo E i partiti tradizionali, pur di rimanere al potere, si adeguano.
Certo, restano, sul piano descrittivo, le questioni del crescente astensionismo e del neo-populismo. Ma possono essere designate, come rappresentative, in termini di “superamento in atto” ( e dunque descrittive), di una reale e diffusa volontà sociale di andare oltre la destra e la sinistra?

L’astensionismo indica un fenomeno a metà strada tra l’indifferenza e la protesta, e dunque si tratta di un atteggiamento difficilmente valutabile, a meno che in futuro non riesca a trasformarsi in comportamento attivo di “esternazione” politica, e di massa, della propria volontà di non voto.

Quanto al neo-populismo, che in effetti, in alcune sue frange rivela una volontà di andare oltre gli schieramenti esistenti, va detto che resta un fenomeno principalmente partitico-elettorale, e dunque infrasistemico, ancora piuttosto ridotto in termini quantitativi. Va infine ricordato, che il termine neo-populismo, se ci si passa la semplificazione, è stato coniato ad arte dagli avversari di sinistra, per screditare questi movimenti. I quali, di riflesso (in termini di labelling theory), tendono a indentificarsi e allearsi con i partiti di destra e spesso di centro. Rifluendo così nell’alveo della normale dialettica politica destra-sinistra.

Pertanto sul piano descrittivo, del “superamento in atto” della dicotomia destra-sinistra, i segnali non sono confortanti. Perché in realtà quello che viene spesso erroneamente indicato come superamento, non è altro che una rincorsa, anche dei neo-populisti, almeno per ora, a guadagnare posizioni di centro politico infrasistemico. Perciò come fenomeno politico di massa il superamento destra-sinistra non si è ancora materializzato. E qui basta ricordare che cosa furono veramente a livello di massa, due movimenti, al tempo stesso, anti-destra (teoricamente) e anti-sinistra (di fatto) come il fascismo e il nazionalsocialismo.
Altra cosa è discutere, sul piano normativo, dell’ “auspicabile” superamento destra-sinistra. Si tratta di un atteggiamento perfettamente lecito e costruttivo. Ma che implica il confronto, per ora teorico, sul alcuni problemi. Che qui ci limitiamo ad indicare.
Come organizzare democraticamente la rappresentanza delle opinioni e scelte politiche in un quadro istituzionale privo dei partiti tradizionali? E l’economia? Come gestirla, visto lo stretto nesso, esistente, tra libero mercato e democrazia rappresentativa? E la libertà di pensiero e parola? Che fare, su questo piano, di quelle posizioni esistenziali, morali e filosofiche, abbastanza diffuse, e probabilmente di tipo antropologico-culturale, che rinviano al tradizionalismo e al modernismo?

Non sono problemi da poco. E ripetiamo: da affrontare, per ora, sul piano della costruzione normativa. Quel che invece va assolutamente evitato, come invece spesso capita di leggere, è la commistione tra piano descrittivo e normativo. Per farla breve: quel proiettare i nostri desideri (di andare oltre la destra e la sinistra) su una realtà sociale che invece non è ancora pronta. O che addirittura è su posizioni quietiste, o se si preferisce centriste: vuole il cambiamento ma senza perdere i vantaggi e le opportunità offerte dal sistema.
Un bel problema. In poche parole, probabilmente, pari a quello della quadratura del cerchio.

di Carlo Gambescia
Fonte:http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com

6 Aprile 2008, Il Web @ 03:17

DI CLAUDIO UGHETTO
Arianna editrice

«Hai appena compiuto ottantadue anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Recentemente mi sono innamorato di te un’altra volta e porto di nuovo in me un vuoto divorante che solo il tuo corpo stretto contro il mio riempie. La notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla tua cremazione; non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri [...]. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme».
“Lettera a D.” Andrè Gorz

È stato attraverso Diorama Letterario e i libri di Alain De Benoist che sono venuto a conoscenza del pensiero di André Gorz, il filosofo francese suicidatosi con la moglie all’età di 84 anni lo scorso settembre. Il numero di Diorama in questione è di 10 anni fa (Lavoro e questione sociale) (1), mentre libro è Comunità e Decrescita (2), nel quale De Benoist cita Gorz a proposito dell’”ideologia del lavoro”, considerata da entrambi “un’invenzione della modernità (che) appare in effetti solo con il capitalismo manifatturiero”.

Al momento ho pensato che qualcuno avrebbe potuto trovare curiosa l’assonanza di vedute tra quello che stupidamente in troppi continuano a considerare un intellettuale di destra e colui che, subito dopo il suicidio, è stato definito dal presidente Sarkozy “grande figura intellettuale della sinistra francese europea”. (3)

Di là delle facili classificazioni, degli schematismi che tanto piacciono ai poliziotti del pensiero e ai pigri di mente che preferiscono basarsi sui pettegolezzi, su voci e sentiti riguardanti presunte frequentazioni e amicizie anziché aprire i libri e leggerli, è chiaro che le persone intelligenti sanno bene che le idee non appartengono a nessuno. Le idee si evolvono in base all’analisi della realtà e talvolta riescono persino a modificare i comportamenti di persone e gruppi che possono essere indifferentemente di destra o di sinistra, o addirittura permettere di infischiarsene di tale barbara dicotomia.

André Gorz e Alain De Benoist (nella foto a destra), di là dei loro differenti percorsi esistenziali e della differenza anagrafica, sono arrivati alla medesima conclusione non solo riguardo all’”ideologia del lavoro”, ma anche sul ruolo del “cittadino consumatore” nella società contemporanea, sulla subordinazione della politica all’economia, sui pericoli derivati dall’inseguimento della crescita economica, sull’uomo asservito alla “megamacchina”. Non è un caso che proprio in Comunità e Decrescita Alain De Benoist dedichi ben due saggi all’automobile, perverso mezzo di locomozione individuale che Gorz fu tra i primi ad attaccare.

Non è il caso di stare ad enumerare le analogie tra due pensatori sicuramente differenti per tanti altri aspetti. Mi preme invece rilevare come il pensiero e l’analisi della realtà, quando sono liberi e indipendenti, ci aiutano a spendere meglio il nostro tempo che non un sondaggio o l’ascolto delle proposte elettorali di Berlusconi e Veltroni (queste sì davvero insensate, sia che le consideriamo dentro o fuori l’annosa dicotomia). Per dirla con Filippo La Porta, i pensatori dello scorso secolo che davvero hanno saputo dirci qualcosa d’interessante sono quelli che ci hanno preservato dall’”inganno del futuro” (4): non per “rafforzare l’ideologia dominante, il pensiero unico delle nostre società” che ci condanna a non avere futuro, ma perché rinunciare a tale inganno significa riconoscere che “il presente ha molte dimensioni (quasi sempre inesplorate) … contiene molti colori e narrazioni possibili” (5). Questi pensatori, di solito, hanno vissuto il loro percorso intellettuale in modo libero e non conformista, compiendo talvolta scelte scomode che li hanno messi “dalla parte del torto”, secondo una nota espressione di Piergiorgio Bellocchio.

Non mi riferisco a scelte discutibili come quella collaborazionista di Céline, che non ne inficia il genio letterario ma sicuramente non agevola il suo magistero. Intellettuali come Orwell (letterariamente molto meno dotato di Céline), Hannah Arendt o Pasolini hanno avuto il semplice torto di pensare con la propria testa per tutta la vita, in base all’osservazione diretta della realtà e ad una capacità d’astrazione altrettanto vivida, soffrendo per le inevitabili emarginazioni cui andarono incontro, perdendo degli amici coi quali delle volte si sono riconciliati anni dopo6 (oppure mai), perseverando non tanto nella convinzione d’avere ragione, ma piuttosto che fa parte del percorso d’ognuno lottare con i propri fantasmi e affrontare i cambiamenti che la vita ci sottopone. C’è da chiedersi cosa rimane di loro adesso che sono stati “rivalutati”, presi a modello dai fautori delle più disparate ideologie, soprattutto di quelle alla moda – su tutte quella liberale -, come se anch’essi debbano infine trovare una collocazione e non più propriamente accendere delle intuizioni.

Tornando ad André Gorz, è da poco uscito in Italia il suo ultimo libro Lettera a D. Storia di un amore (Sellerio, pp. 68), che pur non riguardandone direttamente le idee, ben sintetizza com’egli è vissuto e il perché l’anno seguente deciderà con la moglie di lasciare la vita. Si tratta, infatti, di una lunga lettera d’amore. Ed è un amore appassionato, che però non ha niente a che vedere con l’infatuazione. L’uomo che scrive ha quasi 84 anni, la moglie sta per compierne 82, e già all’incipit lui la definisce “sempre bella, elegante e desiderabile”. Dorine è stata davvero splendida, al punto che uno degli amici di Sartre, negli anni 50 disse al giovane André: “… fa’ attenzione. Tua moglie è più bella che mai. Se decido di farle la corte, sarò ir-re-si-sti-bi-le”. È sufficiente guardarla nella foto che la ritrae con lui in quegli anni e che è comparsa sui giornali il giorno dopo il suicidio dei due: il profilo è perfetto, l’espressione vivace sembra compensare quella più melanconica del marito. “… sovrana, intraducibilmente witty, bella come in un sogno”, così è quando Gorz la incontra per la prima volta, e da allora è come se non fosse mai cambiata. Non si tratta soltanto della naturale attrazione che un uomo prova verso una bella donna, bensì di un sentimento su cui il filosofo s’interroga a lungo e che rimarrebbe irrisolvibile limitandosi agli strumenti della filosofia. “È impossibile spiegare filosoficamente perché si ama e si vuole essere amati da una tale persona precisa con l’esclusione di tutte le altre”, scrive Gorz, e dichiarando questo limite dichiara anche quanto è stata importante Dorine nella sua formazione umana e intellettuale: di come l’ha aiutato a coniugare le costruzioni teoriche e la tendenza all’eccessiva strutturazione con l’intuizione e gli affetti, senza i quali “non c’è né intelligenza né significato”.

“Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai”. Questa lettera non nasce da un’infatuazione, ma per confermare un amore duraturo. Di fronte alla riluttanza di André verso il matrimonio, lei risponde: “Se ti unisci con qualcuno per la vita, mettete insieme le vostre vite in comune e tralasciate di fare ciò che divide o contrasta la vostra unione. La costruzione della vostra coppia è il vostro progetto comune, non avrete mai finito di rafforzarla, di adattarla, di riorientarla in funzione delle situazioni mutevoli. Noi saremo ciò che faremo insieme”. Il privato sembra venire prima del pubblico, senza per questo escludere la coppia dalla vita sociale. Entrambi militano per Citoyens du monde, André non ha ancora alcun contatto con l’ambiente intellettuale, ma negli anni 50 diventerà redattore principale del servizio di rassegna stampa straniera di Paris-Presse, e con lo pseudonimo di Michel Bosquet inizierà la sua carriera giornalistica. Scrive anche dei libri, adottando un approccio esistenzialista inusuale che lo porterà alle sue formulazioni più originali.

La crisi intellettuale di quegli anni si rifletterà anche sulla coppia, ma Gorz trova il coraggio di parlarne a Dorine solo in questa lettera, lamentando di non averle dato il giusto in uno dei suoi libri più importanti, Il Traditore, di averla svilita senza volerlo e di aver fornito di sé un ritratto “feroce e carico di derisione”. Tra il vivere secondo i suoi principi astratti e scegliere Dorine, alla fine Gorz sceglie Dorine, e nonostante un susseguirsi di contraddizioni che lui non nasconde, il suo modo di pensare e di scrivere non ne subirà, evolvendo anzi nella comprensione dell’uomo e del presente.

“Gide nota da qualche parte nel suo Diario di sentire sempre il bisogno di sostenere nell’opera successiva il contrario di quello che ha appena scritto. Era anche il mio caso”, scrive André Gorz alla moglie. Può sembrare un insulto alla coerenza, eppure è spesso su queste basi che si basa un modo di pensare onesto che guarda alla realtà con la dovuta coerenza. Si pensa liberamente per non lasciarsi imprigionare dai detentori di false coerenze, senza mai servire partiti o chiese. Molti anni prima, nel 1936, André Gide aveva visitato l’URSS dov’era stato ricevuto con i massimi onori, e appena tornato non aveva esitato a scrivere che quello che aveva visto non gli era piaciuto7. Nel suo La complicazione8, Claude Lefort ha ben chiarito l’ostilità dei militanti comunisti francesi verso chiunque esprimesse dei dubbi verso l’ideologia. Che sapessero o no, o che non volessero sapere, per chi allora si riconosceva nella sinistra senza per questo adeguarsi alla menzogna pensare diventò una sorta di travaglio pubblico e personale. “Ho finalmente capito che non avrei potuto impegnarmi dalla parte dei comunisti che per delle cattive ragioni; che degli intellettuali non avrebbero potuto, ancora per molto tempo, dare l’impulso ad una trasformazione del PCF”. Pur accogliendo “con gioia il Maggio ’68 e ciò che n’é seguito”, coerentemente con le convinzioni libertarie di Gorz, la coppia si manterrà coerente all’intento di “cambiare la vita senza aspettarsi niente dal potere politico, tentando di vivere insieme in un altro modo, di mettere in pratica (degli) scopi alternativi”. Dopo il soggiorno negli Stati Uniti, detestati da entrambi, Gorz comprende che “le forme e gli obiettivi classici della lotta di classe non possono cambiare la società, che la lotta sindacale doveva spostarsi su nuovi terreni”.

In anticipo sui tempi Gorz parlerà della società come di una “megamacchina”, scrivendo inoltre che “l’inseguimento della crescita economica (provocherà) delle catastrofi multiple”. In quegli anni conosce Ivan Illich, che diventerà un riferimento per un nuovo modo di concepire l’ecologia. Gorz stesso è spesso associato al pensiero ecologista, in una critica che già allora associava sia il sistema capitalista che quello comunista, in quanto entrambi detentori di un modello di crescita economica generata che ha nel produttivismo i suoi fondamenti. “Non mi aspettavo niente di veramente innovatore nella vittoria della sinistra nel 1981”, scrive. Coerente nell’incoerenza, nel 1983 critica il movimento pacifista che si oppone alle installazioni missilistiche americane in Germania Ovest. Per lui la libertà era al di sopra della vita.

Inutile chiedersi cosa pensasse Gorz di ciò che è successo dopo l’11 settembre 2001. Quando la moglie si ammala di una malattia degenerativa, in parte conseguente ad una cura sbagliata, egli si ritira con lei nella casa in campagna nella quale rimarranno per 23 anni. Fino alla decisione finale. Questa splendida lettera non è stata scritta pensando al suicidio: fu pubblicata un anno prima, e le commoventi parole con cui si conclude hanno acquisito senso dopo ritrovamento dei loro corpi. “La notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla tua cremazione; non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri. (…) Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. Ciascuno di noi vorrebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme”.

Questo mi sembra uno splendido inno alla vita, uno dei più belli che mai siano stati scritti.

Claudio Ughetto
Fonte: www.ariannaeditrice.it
Link: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=18223
3.04.08

NOTE:

1. Diorama Letterario, n. 217, settembre 1998.
2. Alain De Benoist, Comunità e Decrescita, Arianna Editrice, Bologna 2006.
3. LA STAMPA, 25/9/2007.
4. Filippo La Porta, Maestri Irregolari, Bollati Boringhieri, Torino 2007
5. Filippo La Porta, cit.
6. Hans Jonas disse della sua amica Annah Harendt: “… ci legava un’autentica amicizia, la quale una volta fu gravemente scossa quando uscì il suo libro su Eichmann, per il quale me la presi molto con lei, tanto che interrompemmo il rapporto per un certo periodo, ma poi lo riprendemmo. È stata la donna più importante che abbia mai conosciuto. Sull’orlo dell’abisso, Einaudi, Torino 2000.
7. Per una cronaca del viaggio in URSS di Gide rimando a Libertad, di Dan Franck (Garzanti 2005).
8. Claude Lefort, La complicazione. Al fondo della questione comunista. Eléuthera, Milano 2000. Mi permetto, a proposito, di rinviare alla mia recensione su Diorama Letterario n. 246, luglio/agosto 2001.