Come molti sanno, la rete Internet è nata da un progetto del Dipartimento per la Difesa americano, allo scopo di fornire servizi e informazioni utili ai fini militari. Gradualmente si è diffusa anche per altri usi.
All’inizio la novità della rete apparve assai rivoluzionaria e suscitò molti entusiasmi. Non si trattava soltanto di nuove possibilità d’informazione o di comunicazione. Negli anni Novanta, quando si formarono le prime comunità virtuali, sembrava che la rete potesse stravolgere completamente persino l’assetto socio-politico.
C’era l’idea che Internet dovesse cambiare le regole della politica, rendendo obsoleti concetti come elezioni e rappresentazione territoriale, in quanto le comunità non potevano più essere inserite all’interno di un’arbitraria ubicazione fisica. Attraverso le comunità virtuali sembrava fosse possibile eliminare la politica spettacolo e l’ingiustizia sociale.
Un servizio per bibliofili sembra destinato a diventare per i libri quello che Flickr è per le foto e YouTube per i video
Accostare due concetti come “libro” e “web 2.0” finora poteva far venire in mente una sola soluzione: Amazon. Ovviamente, Amazon esiste da ben prima che gli utenti della rete scoprissero di essere tutti fanatici delle reti sociali, ma è indubbio che nel corso degli ultimi anni l’azienda di Jeff Bezos abbia perfezionato tutta una serie di strumenti (come le WishList o Listmania) che permettono agli acquirenti di dire la loro sui prodotti in vendita. Ma nessuno permetteva di mostrare orgogliosamente la propria collezione di libri sul sito, anche perché una libreria online nasce più che altro per vendere.
Questa storia è stata raccontata innumerevoli volte.
Due giovani universitari si conoscono nella primavera del 1995 a Stanford, in una delle più prestigiose Università degli Stati Uniti. Sergey Brin, brillante matematico di origine russa e Larry Page, anch’egli apprezzato per il suo talento in ambito accademico, cominciano a lavorare insieme. Preparano come argomento di tesi la classificazione dei risultati ottenuti consultando un motore di ricerca su internet. La loro indagine li conduce a creare un programma di classificazione a cui danno prima il nome di BackRub e poi quello di PageRank.
Questo motore di ricerca viene messo a disposizione di studenti e insegnanti di Stanford nel 1997, con un ottimo riscontro. La stanza di Page a Stanford comincia a riempirsi di computer, così che i due affittano l’appartamento di un’amica della ragazza di Brin. Cercano, senza successo, di vendere la loro tecnologia ad Altavista, il motore di ricerca più popolare del tempo. Non trovando soci escono a cercare fondi arrivando alla somma di 25 milioni di dollari. Soldi che vengono usati per ingrandirsi e comprare computer: nel 1999 ne avevano 300 e oggi non rivelano quanti, ma sappiamo che ne posseggono centinaia di migliaia. Il grande salto avviene nel 2000, quando America On Line (AOL), uno dei primi server di servizio di Internet, sceglie Google come suo motore di ricerca. La corsa da allora è stata inarrestabile, fino alla quotazione in borsa, a New York.
Nel libro di Bernard Girard “Il modello Google”. Una rivoluzione amministrativa è quello che emerge dalla spiegazione di Page e Brin riguardo alla missione che si sono proposti: “Organizzare l’informazione su scala mondiale con lo scopo di renderla accessibile e utile per tutti”. Quanto vale un’azienda con questo obbiettivo? Il ranking Brandz, che classifica le 100 aziende più importanti del mondo, ha calcolato che Google ha raggiunto nel 2006 l’intangibile valore di 66.343 milioni di dollari, diventando il marchio più caro al mondo, superando compagnie come General Electric, Ford e Coca Cola.
L’offerta di 44.600 milioni di dollari fatta da Microsoft per comprare Yahoo!, che è stata respinta perché giudicata insufficiente, visto che i proprietari di questo super motore di ricerca richiedono la somma straordinaria di 57.000 milioni, risulta incomprensibile stando alla convenzione abituale del mercato. Fino ad oggi, una compagnia veniva valutata secondo il suo patrimonio netto. Il valore si calcolava principalmente sulla base degli attivi e del suo livello di vendita. L’economista inglese Robert Grant pubblicò però una ricerca che evidenziava che le imprese in realtà avevano più attivi di quelli che si registravano nei loro stati contabili e finanziari, cosa che permise di giungere a classificare gli attivi in tangibili ed intangibili. Negli ultimi venti anni è cambiata l’importanza che il mercato assegna all’attivo fisico di un azienda, ovvero ai macchinari, alle merci, ai fondi e ciò che viene stimato come patrimonio e si sono iniziati a valutare maggiormente gli attivi intangibili come il marchio, la tecnologia, le catene di distribuzione e il management.
Anche se sembra incredibile o forse solo parte della complessità del momento attuale di sviluppo del capitalismo, alcune indagini hanno rilevato che nel 1978 il 70% del valore di un’azienda era determinato dai suoi attivi tangibili e solo il 30% da quelli intangibili. Oggi questo rapporto si è invertito. Questo è stato messo in rilievo da Carlos Olivieri, uno degli amministratori argentini (Repsol [NdR: Refinería Española de Petróleo] e professore universitario) con più esperienza in questo campo, nel suo libro Quanto vale un’impresa, dove dice che “nello studio di una compagnia, il bilancio ha perso la preponderanza che aveva un tempo”. Per la stessa ragione, quando si valuta il valore delle aziende e si compara con i loro attivi fisici in generale, il primo è molto superiore a quello dei libri contabili.
Questo processo può essere parte di una bolla speculativa, un’alterazione della teoria del valore che ancora non ha una spiegazione convincente o una nuova tappa dello sviluppo del capitalismo. Dopo la Prima Guerra Mondiale, Ford creò la grande industria moderna, con i controlli finanziari, la produzione di massa e la standardizzazione, organizzazione che è infatti poi stata chiamata fordismo [1]. Negli anni sessanta, il settore della distribuzione ingrandì rapidamente la società del consumo. Negli anni ottanta, la Toyota rivoluzionò il modello di azienda industriale con il suo schema di produzione poi denominato toyotismo [2]. In questi momenti, in un processo di transizioni che per molti può essere molto chiaro e per altrettanti rimane ancora un mistero, la modernizzazione dei servizi finanziari, le telecomunicazioni e la crescita esplosiva di internet stanno modificando gli schemi di organizzazione aziendale, così come anche il valore delle compagnie. Alcuni la chiamano Economia dell’Intelligenza, altri Economia della Conoscenza o Economia della Società dell’Informazione, o semplicemente Nuova Economia. Ciò che è sicuro è che Google o Yahoo!, come tante altre compagnie che crescono grazie ad internet, stanno configurando un nuovo stadio dello sviluppo dell’economia globale.
La ricercatrice Susana Finquelievich, dell’Istituto di Ricerca Gino Germani, della Facoltà di Scienze Sociali-UBA [NdR: Università di Buenos Aires], evidenzia come la veloce transizione verso l’ “economia digitale” sia stata resa possibile da un insieme di innovazioni tecnologiche convergenti: informatica, semiconduttori, circuiti integrati, personal computer, sistemi operativi e interfacce grafiche. La ricercatrice specifica anche che la fibra ottica e le nuove tecnologie wireless hanno permesso lo sviluppo della struttura fisica delle telecomunicazioni. Nella sua ricerca “La società civile nell’economia della conoscenza”, la Finquelievich afferma che “questo movimento (d’innovazione nella scienza e nella tecnologia), caratterizzato da una rivoluzione di idee, è perlomeno tanto importante quanto i cambi storici anteriori nella produzione di beni e servizi”. Joseph Stiglitz ha fornito una definizione di Economia della Conoscenza: “lo slittamento dalla produzione di beni alla produzione di idee, e quindi il trattamento non di personale o di materiale, ma di informazioni”. Una delle sfide che viene posta e che ancora non è stata risolta consiste nel fatto che questa tecnologia sia capitalizzata per raggiungere un beneficio generalizzato sociale ed economico.
Questa nuova era dello sviluppo dell’economia globale non fa scomparire le regole basilari di funzionamento del capitale, della forza di lavoro e di gestione ma le riformula per stabilire le proprie. Non si inibisce la tendenza alla concentrazione e al monopolio per preservare alti livelli di profitto, come si rende evidente con l’offerta di Microsoft per Yahoo! e l’interferenza di Google in quest’operazione. Non si riduce, ma anzi aumenta, la breccia nella qualità dell’educazione nella forza di lavoro nell’Economia della Conoscenza, cosa che provoca una maggiore disuguaglianza e un mondo lavorativo doppio. Allo stesso tempo, c’è più flessibilità nel lavoro e aumento dell’individualismo. Finquelievich segnala che “stiamo assistendo ad un allontanamento dal concetto di lavoratore tradizionale, che lavora a tempo pieno, tutto l’anno, con un contratto a tempo indeterminato e in un’unica azienda.” Per concludere che “se la Rivoluzione Industriale ha trasformato gli artigiani in una forza lavoro omogenea, la rivoluzione dell’Economia della Conoscenza sta convertendo questo processo”.
Come in molti altri aspetti dell’economia, non è tutto oro quello che luccica per le aziende intangibili di Internet e la fascinazione del nuovo, e non è neppure tutto terribile o preludio dell’Apocalisse. Per i paesi periferici, l’Economia della Conoscenza apre l’opportunità di poterla sfruttare per provare a saltare la tappa in cui sono rimasti pregiudicati. E’ solo questione, come segno di questa nuova epoca, di intelligenza.
DI ALFREDO ZAIAT
Alfredo Zaiat è l’editorialista capo della sezione di economia del diario argentino Página 12.
Fonte: rebelion.org
Leggo di una nuova battaglia tra giganti, e mi viene da sperare che, come accadde ai dinosauri, prima o poi anche questi finiranno per sparire. Per il momento si azzuffano con gran rumore di denti. Nella Rete. Microsoft contro Google. Io e noi siamo parte, inconsapevole, di loro: li usiamo, ci usano. Sto scrivendo su un programma del primo e, se ho bisogno di un’informazione veloce, vado sul secondo. Sono sicuramente nel database del primo e del secondo. E anche di quello della prossima vittima dell’uno o dell’altro. Infatti Microsoft e Google si stanno combattendo sulle spoglie di Yahoo, per conquistarsele.
Penso agli adoratori di Internet, che sono poi quegli stessi che ancora pensano, davvero ingenui, che la Rete sia, o diventerà, il regno della libertà e della democrazia, dove si potrà sapere tutto quello che si vuole, dove ci si potrà emancipare da ogni controllo, dove l’ultimo dei poveri, e dei soli, potrà infischiarsene del primo dei potenti e dei ricchi, dove soprattutto si potrà ignorare le bugie della Grande Fabbrica dei Sogni e delle Menzogne che è il mainstream informativo del villaggio globale.
Illusione, certo, che è racchiusa però in cifre racchiuse nei database . Google ha 588 milioni di accessi unici, Microsoft ne vanta 540 milioni, Yahoo si accontentava dei suoi 485 milioni. E poiché nella tarda era dell’energia fossile, nella quale noi viviamo, la coazione a concentrarsi è dominante, non c’è scampo per i giganti minori.
Ma perché?
La risposta è semplice: perché sono loro, ormai, a decidere il nostro destino. C’è qualche cosa di mostruoso nel vederli muoversi alla conquista di altri mercati mentre tutto sembra dirci – e ci dice in effetti – che lo sviluppo indefinito nel quale siamo cresciuti tutti, sta finendo e ci si dovrà acconciare a uno sconvolgente cambio di vita, a una drammatica modificazione, cioè riduzione, dei nostri consumi. E loro invece, stanno progettando una moltiplicazione sesquipedale dei nostri consumi. Possibile che possano farlo? Possono, perché hanno la conoscenza; sono più potenti di molti Stati, ma non hanno responsabilità, e neppure logica. Non è infatti alla logica che obbediscono ma all’unica funzione che sanno svolgere: produrre denaro e, come sottoprodotto, produrre potere.
Dovremmo risparmiare energia? Abbiamo già compromesso gravemente tutti gli equilibri della biosfera? E loro costruiscono macchine che influenzeranno i nostri pensieri affinché noi consumiamo più energia e risorse naturali.
Possono perché loro hanno inventato “l’industria dell’influenza”. E’ la prima volta nella storia dell’Uomo che un’attività economica rende direttamente denaro, per giunta in quantità mai viste, e, nello stesso tempo costringe i consumatori a produrre altro denaro. In altri termini loro traggono giganteschi profitti dalla manipolazione dei nostri comportamenti. Direttamente producono cose impalpabili, agiscono nel virtuale , come si dice. Vendono “comunicazione” e, apparentemente, anche informazione. Ma non quella vera, di cui loro dispongono, bensì quella che loro stessi selezionano affinché i nostri circuiti conoscitivi rimangano rinchiusi all’interno di determinate sequenze di pensieri. L’era digitale esattamente questo significa: 0-1-0-1, sì, no, sì, no. Uno switch apre, ma anche chiude, il rubinetto della conoscenza.
Ottantamila persone scrivono programmi per Microsoft. Trenta o quarantamila sono addetti alla manutenzione del motore di Google. Loro decidono il nostro tempo, la cosa meno fisica di ciò che ci compone.
Hanno diverse strategie e le migliorano in continuazione. L’assalto a Yahoo è un passaggio d’epoca, forse l’ultimo passaggio della “loro” epoca, appunto quella dell’energia fossile. Questo passaggio significa l’assalto definitivo alla Rete e la sua sottomissione alla pubblicità. Fino ad ora la pubblicità era solo (o quasi) “broadcast”. Cioè immense platee davanti alle televisioni, offerte (le platee) agl’inserzionisti (che vogliono piazzare i loro prodotti) come pacchetti da vendere. Ha funzionato per trasformare circa tre miliardi di persone in consumatori compulsivi. E valeva, fino all’altro ieri, anche per Internet: più un sito è visto (cioè cliccato) più un banner su quel sito è costoso.
Poi , con il crescere dei numero dei computer, e con l’allargamento della banda, hanno pensato ad altri stratagemmi e si sono perfezionati. Agl’inserzionisti sempre più famelici di spazi hanno offerto audiences relativamente più ridotte, ma sempre più numerose, nicchie composte di clienti “specializzati”. Mentre l’epoca precedente era basata su grandi masse passive, questa si presenta come l’epoca delle masse “attive”, cioè che scelgono loro il modo in cui verranno manipolate e condizionate. Il passaggio d’epoca si chiama “interattività”. E, a sua volta, contiene un formidabile accessorio: la possibilità di “contare” tutto, di registrare ogni movimento, di accumulare dati statistici di ogni genere. Questo è il digitale, questa è la Rete.
Mentre le precedenti strategie “broadcast” erano basate su grandi numeri generici, disponibili “in natura” (il pubblico indistinto), queste nuove sono proprietà esclusiva di chi possiede i dati statistici. E questi sono forniti dai motori di ricerca, le macchine immateriali del tempo presente. Sono loro che registrano ogni nostro “passaggio” in Rete. Sia che leggiamo qualche cosa, sia che compriamo una merce, sia che esprimiamo in progetto di vacanza o divertimento, sia che chiediamo un’informazione, sia che parliamo al telefono, sia che guardiamo un programma tv. Sono le nostre abitudini, le nostre occupazioni, le nostre preoccupazioni, le nostre passioni, i nostri segreti, le nostre lettere ad essere monitorate.
E non è una banale intrusione nella nostra vita privata. Ai motori di ricerca la nostra vita privata, quella individuale, non interessa nulla. Quelli che registrano sono i “flussi” d’interesse, cioè i dati statistici. Di cui noi siamo parte infinitesimale ma niente affatto decisiva. E’ in base alla conoscenza istantanea di quei flussi che loro sono in grado di suggerire (anzi di imporre) ai compratori-inserzionisti l’audience che è loro necessaria affinché possano vendere i loro prodotti.
E, come ben si capisce, con gli stessi meccanismi statistici con i quali vengono conosciuti, questi flussi possono essere deviati, rafforzati, indeboliti, incanalati, riorganizzati.
E’ così che questi ciclopi accumulano, minuto per minuto, conoscenze che permettono loro di costruire strategie di controllo sociale, oltre che economico. E tutto questo deve restare rigorosamente al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte dell’”uomo della strada”, cioè della molecola minima del gas sociale oggetto dell’indagine.
L’effetto economico è immediato e lampante. Ed è anche quantificabile con precisione matematica. Metti un banner e saprai ad ogni istante quante persone l’hanno visto. E’ su questa base che viene definito il CPM (costo per mille). Ma, a differenza di una normale compra-vendita della merce (io ti dò lo spazio pubblicitario, tu mi paghi in base al suo valore di mercato), qui l’interazione prosegue. L’individuo molecola primaria viene catturato nella Rete. Il ciclope, attraverso il suo database, i suoi motori, non lo perde più di vista, lo insegue lungo tutti i diversi media di cui si serve, e che consulta magari distrattamente, lo tallona e lo registra mentre si muove, lavora, agisce, si diverte, ama e odia, vota o riposa.
Siamo già molto al di là delle strategie quantitative, che impongono un prodotto, un’idea, attraverso la sua ripetitività ossessiva in tutte le piattaforme: dai cartelloni stradali, ai cellulari, alle tv, al computer. Questa funziona, come sappiamo, egregiamente, e consente di usare lo stesso messaggio, modellato a seconda delle piattaforme su cui viene inviato, in modo che possa cogliere di sorpresa la molecola primaria e ficcarsi stabilmente nel suo subconscio.
Ma la svolta più raffinata è un altro uso dell’interattività: quello che permette di modellare il messaggio statisticamente sui gusti del navigatore. Funziona così: il motore di ricerca individua i comportamenti comuni a centinaia di migliaia di individui relativamente a un determinato problema, aspetto, emozione. Lo può fare in tempo reale e può quindi rispondere in tempo reale, cioè istantaneamente a tutta quella popolazione di individui su quel tema specifico che essi, tutti insieme, sollecitano. A tutti i navigatori è dunque possibile fare arrivare non un banner generico, ma un messaggio specificamente studiato per rispondere al loro interrogativo del momento.
Qui l’”industria dell’influenza” sta producendo risultati assolutamente inediti ed epocali. Google, Yahoo, Microsoft fanno ormai uso delle consulenze creative di imprese specializzate in “selezione di pubblici”. Compagnie come Double Click, Blue Lithium, Right Media sono all’origine di complessi sistemi di definizione di grandi nicchie comportamentali e di elaborazione di metodi per convogliare messaggi di alta specializzazione. Terreno di coltura, oltre che di studio, è l’immenso mondo dei videogiochi. I messaggi pubblicitari, la gran parte dei quali subliminale, vengono immessi nei videogiochi. Una specie di product placement generalizzato che è identico nel suo funzionamento allo spaccio della droga ai minori. I risultati della immissione nei cervelli (specie degli adolescenti) di “moduli di pensiero”, di desideri, di scale di valori, di reazioni istintive, potranno poi essere raccolti, ripresi, riutilizzati in altri contesti. Il cervello è stato marchiato, gli è stato introdotto un sistema di risposta automatica, e reagirà di conseguenza quando vedrà o ascolterà il richiamo. Da quel momento l’internauta viene condotto all’interno di uno sconfinato mall, outlet , grande magazzino, centro commerciale, dove è possibile acquistare ed essere acquistati da merci e idee di ogni genere. L’individuo crede di esservi entrato di propria, spontanea volontà (gli si fa presente, ogni volta, che è lui che sta scegliendo, e che sta quindi esercitando la propria libertà) mentre viene condotto nei reparti di vendita che sono stati allestiti esattamente per lui. Cioè per il lui, o la lei, statistici che sono stati composti dai motori di ricerca.
L’inserzionista corrisponde a una di quelle vetrine di quel particolare reparto. Da solo non potrebbe neppure sognare di avere tanti clienti potenziali. Solo il motore di ricerca può organizzargli una tale orgia di clienti. Per questo dovrà pagare il servizio: non più un CPM (costo per mille), ma adesso un CPC (costo per click).
Ed è proprio così che funziona, perché per ogni click in quel reparto, la probabilità che vi sia un acquisto è molto più alta. L’internauta è infatti già stato portato nel negozio “giusto”, quello dove ci sono le merci che desidera comprare. E’ in questo modo che l’era del fossile, l’era del consumo disperatamente crescente, l’era dell’accumulazione fantasmagorica del denaro e della disuguaglianza, l’era della fine della democrazia liberale, si stanno attrezzando per affrontare il tremendo cambio d’epoca dall’esaurirsi delle risorse naturali e dal venire in luce della mostruosa constatazione che siamo entrati in “overshooting”, cioè che stiamo distruggendo la biosfera, cioè noi stessi. Pensano (ma forse non pensano per niente) che la crescita possa restare illimitata ed eterna, come si sono illusi che fosse, e non è mai stata. Ci costringeranno a fare di più e di peggio, mentre, al posto della crescita infinita, sta comparendo all’orizzonte la “crescita di tutti i limiti”.
Poi verrà la guerra, e avrà gli occhi di vetro di un computer
di Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachip.info
A cura di P2P Forum Italia
Le registrazioni di interpretazioni di un qualunque brano musicale sono opere protette su cui attualmente l’interprete conserva copyright (royalty di esecuzione, registrazione) per 50 anni dalla data di registrazione. Dopo questo periodo la registrazione diviene di
Pubblico Dominio. Attenzione: non parliamo dei diritti d’autore sull’opera originaria, da parte di chi l’ha composta. Ma dei diritti di chi interpreta quell’opera, la esegue registrando la sua interpretazione.
Il Parlamento Europeo sta studiando una proposta per estendere questa protezione fino a 95 anni. La spiegazione ufficiale è che gli interpreti non sono sufficientemente tutelati dagli attuati 50 anni.
Occorre opporsi a questa proposta perché estendere tale diritti significa privare l’umanità (un numero grandissimo di persone) della possibilità di accedere liberamente e legalmente ad opere registrate molti decenni fa e che spesso rischiano di cadere completamente nell’oblio o di andare perse.
Occorre opporsi perché ancora una volta si discute di estendere privilegi a beneficio di pochi a danno di molti minimizzando il bene complessivo.
P2P Forum Italia aderisce, insieme ad EFF ed Openrightsgroup.org, all’iniziativa di sensibilizzazione http://www.soundcopyright.eu/ e vi invita a firmare la petizione per impedire l’innalzamento a 95 anni dei diritti di registrazione.
Il caso
I diritti d’autore per Compositori e
Parolieri durano per 70 anni dopo la morte dell’artista.
Ma c’è una protezione anche per l’artista che esegue un brano davanti a un registratore, senza essere né il compositore della musica né l’autore dei testi. Sono le famose royalties, il “diritto di performance”. E durano 50 anni.
Quando si “pagano i diritti” su un brano musicale, la cifra và divisa fra autore, paroliere e performer (esecutore). Ma il “diritto di registrazione” incide anche su brani musicali “liberi”: non importa se il compositore è defunto da oltre 70 anni, l’esecutore continua ad avere un diritto sulla propria performance registrata, e quindi “mette il lucchetto” del Copyright per altri 50 anni anche su musica che altrimenti sarebbe libera e fruibile.
E’ da notare che negli Stati Uniti gli anni di durata della protezione da royalties sono 95, e non 50 come praticamente in tutto il resto del mondo.
LA POSTA IN GIOCO
Dato che le tecniche di registrazione “moderne” e molti brani ben conservati sono degli anni 50-60, ne consegue che praticamente ad oggi non ci siano ancora registrazioni in Pubblico Dominio.
Ma siamo prossimi alla scadenza!
Proprio così. A breve scadranno i diritti su moltissime registrazioni che cominceranno sistematicamente a “cadere nelle mani” dell’umanità, diventeranno liberamente disponibili per biblioteche, scuole, Internet, voi ed i vostri figli.
E’ alla luce di questi fatti che occorre leggere l’offensiva delle Majors che chiedono all’Unione Europea il raddoppio del periodo di “sequestrabilità”. Puntualissimi, come sempre.
E’ doveroso ricordare che stiamo parlando di incisioni che non solo devono aver superato i 50 anni dalla data di incisione, ma che devono anche avere un compositore (e paroliere) morto da più di 70 anni.
Quante potranno essere queste incisioni?
Tante!!
Musica classica a pacchi, tutte le incisioni di “traditional”, musica folk e popolare, autori/parolieri anonimi, Jazz, Rock ‘n’ Roll (sempre europei, ricordiamocelo, ma anche esecutori americani che hanno inciso per etichette europee).
Sono tutte opere disponibili a essere liberamente ascoltate, trasmesse, remixate, conservate, restaurate, copiate, “digitally remastered” e ripubblicate ad opera di appassionati, Fondazioni, Istituzioni pubbliche e private, Onlus ed associazioni varie quando saranno divenute di pubblico dominio.
LE MOTIVAZIONI DEL COMMISSARIO UE
E così, applaudito da IFPI e compagnia cantante (pubblicante?), ecco che il solerte
Charlie McCreevy, membro della Commissione EU per il Mercato Interno, lancia la sua bomba: raddoppiare la durata del “diritto di incisione” (50 -> 95 anni).
Lui è preoccupato per le migliaia di artisti poveri e squattrinati che per sopravvivere fanno affidamento solo sulle royalties. Musicisti “di sala”, turnisti. I “peones” della musica, che si vedrebbero scadere la magra pensione proprio sulla soglia dei 70, 80 anni (calcolando che la prima incisione da professionisti la avranno fatta tra i 20 e i 30 anni + 50 di royalties)
La proposta è piena di altre buone e pie intenzioni:
- un fondo del 20% di questi introiti riservato ad artisti meno noti (un maligno ed attento osservaore potrebbe pensare che già quest’affermazione rivela che il Commissario sa benissimo chi farebbe la parte del leone nell’intascare queste royalties, altro che i poveri session-men! ma qui nessuno è maligno quindi non lo pensiamo).
- La clausola “use-it or lose-it”: se la casa discografica non pubblica il lavoro nel periodo oltre i 50 anni, il performer ha diritto a cercarsi un’altra etichetta (mah, e perché solo nel periodo oltre i 50 anni? Facciamola fissa questa clausola, no? Per tutti i 90anni, per le opere già oggi sotto © e fuori catalogo, esaurite, ecc…)
- La proposta di revisionare l’odiata “tassa sui supporti” (No: quella ha detto che, pensandoci bene, non è che và modificata… “richiede una riflessione per verificare quanto sia sensata”)
- Il tutto non avrà riflessi sul prezzo della musica. A confermarglielo sarebbero “studi empirici” che - ehmm - “dimostrano” come “non è detto che musica libera da © costi meno di quella ©” (traduzione: “non è detto che un manganello di plastica da carnevale sia più innocuo di una mazza chiodata”… è solo moooolto probabile ma, effettivamente, non è detto )
LE NOSTRE CONTRO-ARGOMENTAZIONI
La prima e fondamentale obiezione è molto semplice.
Il copyright è un contratto.
Un contratto fra l’artista e uno Stato dove, nel caso delle royalties da performance, c’è scritto:
per 50 anni hai diritto a far soldi con questa registrazione, io Stato proteggerò questo diritto. Trascorsi i 50 anni tu restituirai questa registrazione alla collettività (collettività che, se io Stato non ti garantissi questo monopolio 50ennale, si approprierebbe e godrebbe di questa registrazione fin da oggi stesso)
Bene: i 50 anni sono trascorsi, tu artista hai usufruito della TUA parte del contratto, hai fatto soldi, hai avuto protezione legale (e anche giudiziaria), io Stato ho onorato il contratto.
Ora tocca a te, artista, onorarlo: restituisci al mondo quella registrazione.
La risposta: “No. Voglio ridiscutere il contratto.”
Un po troppo comodo, no? Casomai dovevi discuterlo meglio 50 anni fa prima di firmarlo..
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Al di là dell’aspetto contrattuale la seconda obiezione è che la questione dell’estensione dei copyright di registrazione era già stata sollevata e confutata autorevolmente.[list][*]in Inghilterra nel 2006 ci fu una massiccia campagna di “lobbying” per l’estensione a 95 anni del diritto di registrazione, portata avanti da IFPI e PBI (la IFPI inglese) con la parteciazione di “poveri” artisti come Roger Daltrey (the Who), Ian Anderson (Jethro Tull), Cliff Richards e (toh, chi si vede) Bono.
Il Cancelliere dello Scacchiere commissionò uno studio a un “panel” di esperti (presieduto da A.Gowers, un giornalista del Financial Times).[*]La Gowers Review che ne risultò, fu un documento imponente sulla Proprietà Intellettuale.
In particolare rispondeva alla specifica questione dell’estensione del diritto bollandola come controproducente per lo sviluppo del mercato musicale
Il Governo inglese, inizialmente favorevole all’estensione a 95 anni, riceve questi documenti e nel 2007 la boccia.
Il Commissario Europeo, così attento a “sentire le parti interessate” avrebbe come minimo dovuto spiegare come mai la decisione così ponderata di uno dei paesi membri dell’EU sulla materia che lui sta trattando, meritava di essere ignorata.[/url]
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LA CAMPAGNA “SOUND COPYRIGHT”
Sound, in inglese, vuol dire sia suono che in salute, sano di mente.
Quindi “Sound Copyrights” è un gioco di parole che significa sia “Copyrights sonori” che “Copyright sensati“.
E’ una campagna lanciata dalla ORG (Open Rights Group), un’organizzazione inglese dedita alla difesa dei diritti dei “cittadini digitali”.
Campagna sulla quale è in “venture” con la EFF (Electronic Frontieer Foundation - sez. europea), che lotta per i diritti nella “frontiera elettronica” dal 1990.
Dall’articolo dell’articolo della EFF:
Le dichiarazioni di McCreevy possono aver dato l’impressione che [la proposta di estensione a 95 anni] sia cosa fatta, e di aver predisposto la direttiva dopo aver sentito tutte le parti interessate.
Svariate inesattezze.
Primo: deve ancora convincere i suoi Colleghi nella Commissione, e poi il Parlamento Europeo.
Secondo: i fatti gli danno torto: studi indipendenti, opinioni di esperti di Copyright, economisti, dicono che da questa proposta ne verrebbero pochi vantaggi aggiuntivi per gli artisti, ma invece un grande danno in termini di spoliazione del patrimonio creativo disponibile (nel Pubblico Dominio).
Terzo: non solo ha “scartato” le opinioni scomode, ma tra le “figure chiave” ascoltate non eravate compresi VOI, i fruitori.
E’ partita dunque la campagna d’opinione contro il “Piano McGreevy“. Per sensibilizzare i parlamentari EU su quanto sia sbagliata l’estensione della durata del copyright in termini di innovazione e di futuro della musica.
Sound Copyright.eu è il sito della Campagna
Articolo realizzato in collaborazione con Makko per www.p2pforum.it
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Se ne andrà se non lo sappiamo?
Il popolo americano viene e continuerà ad essere divorato vivo dai grandi squali bianchi finanziari di dimensioni gargantuali, e le distrazioni Michael Jackson/Britney Spears dei media principali, che si concentrano sugli inetti candidati politici, non sono altro che distrazioni di strabiliante irrilevanza al cospetto della carneficina che si sta verificando. Questo è l’equivalente del 21 secolo del “panem et circenses” per ammansire le masse mentre l’impero crolla nella pattumiera della storia. – CAROLYN BAKER
Ormai lo sapete. Hillary Clinton è diventata la nuova rosa gialla del Texas, con un doppio passo nella strada verso le elezioni, dando una sferzata al suo avversario. Ha preso anche l’Ohio e Rhode Island. Barack Obama si è acchiappato il Vermont, dice di essere in testa per delegati. McCain ha vinto tutto, è il candidato del GOP [partito repubblicano]. Ron Paul si tiene stretto il suo posto nel Congresso.
Più notizie dopo lo spazio pubblicitario!
Le guerre partigiane si intensificheranno con le reti televisive che pregano perché si protraggano per tutta l’estate e oltre, per continuare a far salire gli indici di gradimento e gli incassi.
Ma cos’è che non sappiamo?
La storia che mette in ombra tutto questo, la storia che sta avendo un impatto su ciascun votante e ciascun cittadino viene tuttora relegata per lo più alle ultime pagine della sezione economica, come se la nostra vita e il nostro futuro riguardasse solo il commercio.
Termini come “recessione” - di cui pochi conoscono il significato tecnico - vengono sbattuti a destra e a manca mentre l’economia continua a scivolare con pochi candidati o media rispettabili che si adoperino molto per far luce sul dove tutto questo ci sta portando. Doveva essere un miliardario come Warren Buffet a dire che naturalmente, siamo in recessione. Lo chiama “senso comune”. Certo che lo è.
I telegiornali prediligono fare la cronaca delle campagne elettorali. Lo fanno da anni e sanno contare. Ci giocano come con una corsa di cavalli, con notizie spesso nascoste. Adorano montare qualsiasi scandalo o fatto negativo per rinfacciarlo ai candidati. Obama è andato dalle stelle alle stalle dopo che i comici di Saturday Night Live hanno ironizzato sulla presentazione delle notizie principali. Gli esperti praticamente telefonano con le domande: Chi ha parlato male? Chi nasconde cosa? Più è intenso il dibattito, meglio è per gli indici di gradimento. Il calore attrae sempre più della luce. Vale ancora una volta la legge dell’“elecotainment” [ndt. “elezione-intrattenimento”].
Sul fronte economico, l’approccio sembra essere al contrario. Lì si va alla ricerca di qualsiasi buona notizia, dando letteralmente il via libero alle affermazioni del governo e molto spazio durante le trasmissioni agli esperti che rinforzano la fiducia, anche quando le loro predizioni fanno fiasco.
Non c’è da meravigliarsi che, secondo quanto detto dall’Economic Trends Institute, c’è una grossa spaccatura tra quello che viene riportato e quello che succede realmente.
“L’economia degli Stati Uniti è in fase di dissolvimento. Il panico del 2008, l’inizio della peggior crisi finanziaria che abbia mai colpito l’america moderna è in corso.
Ma nonostante le dosi giornaliere di terribili dati economici che indicano il disastro, i media non riportano quanto sia realmente grave (se anche lo riportano), mentre Wall Street e Washington negano che si avvicini una recessione… o proclamano che, se ne dovesse arrivare una, l’impatto economico sarebbe lieve”.
Leggete i blog finanziari e proverete solo disprezzo per le affermazioni del governo e la sua indoratura della verità. Questo è tratto da The Ledge del Wall Street Examiner:
‘Oggi il termine propagandistico “contenuto” è stato archiviato nel profondo delle viscere della macchina parlascrivi del Ministero della Verità. L’infezione di CF [ndt. Capitale Fittizio] si è propagata quasi dappertutto fatta eccezione per i mercati del dipartimento del tesoro del governo, che accanto all’ente governativo per l’edilizia, massicciamente distorto dalle banche centrali straniere, sta, secondo me, per scoppiare come popcorn nel microonde’.
Popcorn nel microonde?
Passate come faccio io, a siti web credibili come MI-implode.com che monitora le ipoteche e i pignoramenti, e dove c’è a mala pena uno spiraglio di luce.
Questi erano i titoli principali all’inizio di serata.
●Indagine trova che i pignoramenti sono ancora l’esito più comune per i mutuatari – [2008-03-04]
●Aumentano i rischi delle obbligazioni delle società mentre peggiorano le perdite delle banche speculatrici – [2008-03-04]
●Carte di credito e un altro debito sono la nuova preoccupazione per le banche – [2008-03-04]
●La Citygroup potrebbe aver bisogno di liquidità mentre aumentano le perdite, dice Dubai – [2008-03-04]
●Bernanke: più ipoteche, nuovi guai in arrivo per le case –[2008]
●Gli esuberi della Citygroup potrebbero superare i 30,000 –[2008-03-04]
●Interviene la polizia per metter fine a lite in una casa pignorata – [2008-03-04]
Se vedete tutto questo in un’unica ottica, congiungete i puntini e indagate più a fondo, apprenderete che 76 banche potrebbero fallire, il 52% in più rispetto all’anno scorso, e capirete che il Titanic, o magari si tratta della “good ship lollipop” [bella nave leccalecca ], potrebbe affondare ancora.
Mentre leggete queste storie potreste pensare di non esserne coinvolti, ma certo il declino economico vuol dire maggiore disoccupazione e inflazione. Questa piaga sta dilagando, il sistema è “infetto”. Lo chiamano “contagio”. Nessuno è immune tranne i super ricchi.
Prendete queste storie e raffrontatele con quello che viene fatto, o che viene persino proposto di fare e diventa ancora più temibile. Potrebbe essere perché tutti sono distratti dall’euforia delle elezioni, ma i nostri politici assomigliano sempre più a dei daini sotto i fari, paralizzati dalla paura e dall’incertezza.
Riferisce Reuters: questo è un fallimento bipartisan.
“WASHINGTON (Reuters) – Poco viene fatto nel Congresso, o nell’amministrazione Bush, per riparare al crollo di fiducia nei mercati di titoli di credito privati che sta minacciando altri settori oltre la propria origine nella crisi dei mutui subprime.
I prestiti per gli studenti sono colpiti duramente, come pure i mercati delle obbligazioni valutate all’asta che vengono largamente usati dai governi comunali per aiutare a finanziare progetti quotidiani di vitale importanza quali le strade, le scuole e i parchi.
Secondo alcuni economisti e legislatori il congelamento del capitale in questi mercati, e possibilmente in altri, potrebbe causare danni nel lungo termine al sistema finanziario e all’economia.
Mentre il Congresso e la Casa Bianca si concentrano sui passi nel breve termine per proteggere gli Americani dall’aumento dei pignoramenti e sono più rigorosi con gli intermediari per mutui ipotecari, non viene proposta alcuna legislazione sostanziale per gestire in modo esplicito la disfunzione dilagante nei mercati di capitale”.
Bisogna scuotere il capo quando ci si rende conto che non si tratta più solo della bolla immobiliare, ma di una bolla più grande di ottusa negazione. E quel che è peggio è che gli sforzi dei media indipendenti di puntare l’attenzione su tali questioni vengono bocciati.
Ho cercato di far trasmettere il mio film “In Debt We Trust” sulle reti televisive principali. (è stato trasmesso in tutto il mondo) Una rete mi ha detto che è “troppo pesante”. Un altro canale che voleva trasmetterlo e il cui responsabile mi aveva detto che avevo anticipato la svolta, e che la questione è molto importante, ora non ne è più così sicuro. Temono quello che la trasmissione potrebbe fare alla loro immagine e alla loro identità. Forse le reti hanno paura di far scappare via chi pubblicizza i mutui e le carte di credito.
Negli ultimi dieci anni ho scritto, ho pubblicato 8 libri su svariati argomenti. Come giornalista di indagine, ho scritto su questa crisi affermando che questa implosione ha potuto aver luogo grazie all’ingordigia finanziaria criminale, ad un grande insuccesso di regolamentazione e all’indifferenza dei media. Di recente, ho aggiornato e riscritto la precedente versione del mio e-book, avendolo ora ribattezzato “SIAMO FREGATI: Come i capitalisti stanno facendo cadere il capitalismo”.
Ho un’agente fantastico che cerca di promuoverlo, ma fino ad ora abbiamo collezionato solo dei “no”. Perché? È presumibilmente poco “incisivo”. Traduzione: non si concentra solo su un aspetto del problema, ma offre un’analisi più ampia. È qualcosa di male?
Un esempio: critico la carenza di informazione decente da parte dei media. Forse il fatto che la gran parte delle società editoriali sono di proprietà dei conglomerati mediatici ha a che fare in qualche modo con tutti quegli editori che “passano la mano”? Un editore “progressista”mi ha persino detto, proprio mentre l’inflazione cresce e si perdono più posti di lavoro, che non è “pertinente” o necessario. Eh?
Forse sono in discussione le mie credenziali? Ho prodotto una delle prime storie sullo scandalo della S&L [Savings and Loan] per la ABC News. Molti siti web pubblicano i miei articoli su questa crisi e che hanno aiutato, a un certo livello forse, a evidenziare la questione. Molte università, organizzazioni e chiese mi hanno invitato a parlare. Ho persino una laurea della London School of Economics. Non importa niente.
Se non sei regolarmente sul CNBC o Bloomberg o la facoltà a Harvard, non sei ammesso al dibattito. Sono certo che questa non è solo un’opinione personale. Non si rendono conto che se i fatti sono importanti, altrettanto lo sono le diverse interpretazioni? Non puoi spiegare come siamo arrivati a questo caos con le congetture o gli slogan. È un problema di istituzioni, non solo di individui.
Gli “esperti” che hanno guardato dall’altra parte per anni non dovrebbero essere gli stessi su cui facciamo affidamento per apprendere la questione reale. Pensano che tutto questo se ne andrà se non lo sappiamo?
Danny Schechter è l’editore di Mediachannel.org Per saperne più sul suo film, In Debt We Trust, vedere indebtwetrust.com. I commenti a Dissector@mediachannel.org
Danny Schechter gestisce il blogspot NEWS DISSECTOR
Titolo originale: “POLITICAL NEWS TRUMPS DEEPER CRISIS”
Fonte: http://carolynbaker.net/
Il deputato del Kentucky Tim Couch ha presentato questa settimana una proposta di legge per rendere illegali i messaggi anonimi online.
Il decreto richiederebbe che chiunque contribuisca a un sito Web registri in tale sito il proprio vero nome, indirizzo e indirizzo e-mail.
Il nome completo verrebbe usato ogni volta che viene inserito un commento.
Se la proposta diventa legge l’operatore di un sito Web dovrebbe pagare se a qualcuno fosse consentito di postare anonimamente sul suo sito. La multa sarebbe di $ 500 per la prima violazione e di $ 1000 per ogni successiva violazione.
Il deputato Couch afferma di aver firmato la proposta nella speranza di far diminuire le intimidazioni on-line. Egli afferma che questo è stato particolarmente un problema nel suo distretto del Kentucky orientale.
Action News 36 ha chiesto alla gente cosa pensa della proposta di legge.
Alcuni hanno affermato di sentirla come una violazione dei diritti sanciti dal primo emendamento. Altri dicono che è un buon strumento per eliminare le molestie via rete.
Il deputato Couch afferma che sarebbe complicato far rispettare questo decreto se diventasse legge.
Titolo originale: ” Kentucky Lawmaker Wants to Make Anonymous Internet Posting Illegal”
Fonte: http://www.wtvq.com/
Link
05.03.2008
LA LIBERTA’ DI PAROLA SU INTERNET E’ MINACCIATA
A CURA DI PRNEWS
I diritti sanciti dal primo emendamento e la libertà di parola su Internet sono sotto minaccia visto quanto ha annunciato oggi la fondatrice del sito informativo Internet Signs of the Times (SOTT.net), Laura Knight-Jadczyk, residente in Francia, che è stata citata in giudizio in un tribunale dell’Oregon dallo ‘Higher Balance Institute’ (HBI), di proprietà di Eric Pepin e situato in Oregon.
Lo HBI commercia prodotti metafisici ed afferma di vendere il programma “ di meditazione del sesto senso più avanzato al mondo” ed un supplemento dietetico, il “Magneurol6-S,” che garantisce di rendere il consumatore “telepatico all’istante”. Pepin afferma che gli utilizzatori della sua “pillola psichica” trovano che “il forte uso del telefono senza fili può causare fastidi”. Di conseguenza suggerisce di “limitare l’uso di telefoni cellulari”.
SOTT.net è un sito di informazione alternativa internazionale, guidato dagli utenti, con uno staff editoriale volontario in tutto il mondo. Il Quantum Future Group, Inc.(QFG), un’organizzazione non-profit Californiana creata dal matematico e fisico Arkadiusz Jadczyk e da Laura Knight-Jadczyk per finanziare ricercatori indipendenti impegnati a raccogliere dati sociali e storici per sistemi matematici di analisi, vieni anche citato nella denuncia sebbene il QFG non possieda SOTT.net, né abbia alcun interesse di controllo sul sito.
HBI ipotizza, nella denuncia compilata da Bullivant Houser Bailey, PC, Portland, che gli operatori di SOTT.net “hanno pubblicato affermazioni false e diffamatorie” riguardanti lo HBI ed Eric Pepin sul forum del sito Web del SOTT. Pepin chiede approssimativamente $ 4,5 milioni di danni.
La denuncia nasce da informazioni pubblicate sui forum di SOTT.net dove partecipanti da tutto il mondo hanno esposto e ripubblicato informazioni di pubblico dominio e articoli di giornale che mostrano che Pepin aveva recentemente affrontato, in un tribunale dell’Oregon, numerose accuse di abusi sessuali riguardanti un bambino e un ex impiegato dello HBI. Un gran giurì ha trovato sufficienti le prove per mettere sotto processo Pepin che ha ammesso in tribunale di aver avuto relazioni sessuali con i suoi impiegati. Secondo il quotidiano The Oregonian, il giudice Steven L. Price, che ha presieduto il caso, ha affermato che “la condotta illegale ipotizzata nelle accuse era probabilmente avvenuta”, ma che l’assenza di una data su un video che provava che il fatto era accaduto mentre il denunciante era ancora minorenne, significava che le accuse non potevano essere provate ‘oltre ogni ragionevole dubbio’. Il giudice Price è stato perciò obbligato ad una assoluzione.
In risposta alla denuncia dello HBI, Laura Knight-Jadczyk, fondatrice di SOTT.net e indicata a difendersi dalle accuse, ha detto che “questo è un vero e proprio attacco alla libertà di parola. Le questioni di cui si occupa SOTT.net–la patologia del potere e le congiure tra coloro che lo detengono—sono esplicitamente prese di mira nella denuncia. Una vittoria per Pepin, considerando la natura internazionale di questa denuncia, istituirebbe un pericoloso precedente in un tribunale Usa e porterebbe serie conseguenze per la libertà di parola su Internet e, in fin dei conti, per le libertà civili in ogni luogo”.
SOTT.net chiede che tutti coloro interessati a salvaguardare la libertà di parola su Internet facciano uno sforzo per assicurarsi che questa informazione raggiunga il più vasto pubblico possibile.
Titolo originale: ” Free Speech On Internet Under Threat “
Fonte: http://www.prnewschannel.com
Il volto della bella ragazza che commenta graficamente la “luce oscura” n° 5 non è più. Lei si chiamava Natasha Randall (nella foto) ed è stata fra le ultime vittime del patto suicida di Bridgend.
Per i molti studiosi che seguono l’avvicinarsi del Punto Zero Apocalittico, sono già presenti da anni in tutto il mondo i “segni” che profetizzano la fine. A livello di percezione quotidiana, non c’è che da scegliere: virus, nuove malattie, pandemie, catastrofi naturali in aumento esponenziale, fenomeni cosmici e inteplanetari, prodigi, falsi profeti, complotti, manipolazioni subliminali e immigrazioni di massa. Che ci crediate o meno, tutto è già stato scritto e tutto fa parte, ogni giorno, della cronaca giornalistica.
Ma, sul piano dei mondi sottili, esistono altri segni. Tra i tanti: i sogni e gli incubi condivisi, le “chiamate”, le interconnessioni telepatiche e i suicidi di gruppo. Forse, a ben pensarci, con il cervello più sgombro possibile da qualsiasi pregiudizio, si tratta sempre di un unico elemento, quello che in fisica quantistica chiamasi “reame immaginale”. Partiamo, come spesso ci capita, da un fatto di cronaca. Di quelli “forti” che fanno discutere e scatenano “crociate”. In questo paese del Galles, che si chiama Bridgend, dall’inizio del 2007 siamo arrivati a quota 17 suicidi: tutti ragazzi, giovani, mediamente belli, accomunati dalla stessa, mortale tecnica autolesiva (impiccagione) e dall’assidua frequentazione della rete. Dove tutti infatti hanno lasciato un messaggio prima di darsi la morte. Nello specifico, nel sito del social network Bebo. Peraltro si conoscevano tutti e alcuni erano persino reciproci parenti.
Giornali e TV, com’è giusto che sia, hanno detto le loro. La gioventù che in Galles come ovunque non trova più stimoli né valori; il meccanismo virale e contagioso dell’emulazione suicida, soprattutto se amplificata dalla rete; il progetto delirante di costruire online una sorta di muro della memoria, in cui potere essere “famosi per sempre”.
Argomenti interessanti, niente da dire, con un unico limite: esprimono il punto di vista di chi resta e di chi ha ancora l’uso della parola. E siamo già transitati nel regno dell’ossimoro, a meno che non fossimo magicamente dotati del potere di far parlare i morti.
Ma un tentativo, bislacco, bisognerebbe compierlo. A Bassavilla storie del genere le timbravamo come “maledizioni” (ad esempio, quella inspiegabile e raggelante di Borore, Sardegna), ma con questo nuovo corso non possiamo cavarcela così a buon mercato. Dovremmo, in qualche modo, sforzarci per far nostro il “loro” punto di vista.
Perché la realtà cambia a seconda del modo in cui uno sceglie di osservarla, principio base della fisica quantistica. E a questo punto faccio mie le parole di Fred Alan Wolf, scrittore di fama internazionale pubblicato in Italia da Macroedizioni e autore di Taking the Quantum Leap:
“Quando la fisica quantistica fu pienamente formulata, divenne chiaro che la ragione, per la quale la natura aveva creato tutte le cose discontinue, riguardava più l’osservazione della natura stessa che non una sua oggettiva qualità intrinseca. Quindi, la coscienza iniziò ad assumere un ruolo, tuttavia, quale sia questo ruolo e come lo svolga è ancora fonte di dibattito scientifico. Ciò che apparve chiaro era che doveva esserci una realtà soggiacente a quella oggettiva di ogni giorno e che questa rimaneva nascosta alla vista. Tale tipo di realtà era accessibile ai fisici tramite i rapporti matematici ma continuava ad essere non osservabile, sebbene avesse conseguenze osservabili. L’espressione campo quantico significa il campo invisibile di questa realtà. E con universo quantico s’intende la comprensione corrente della realtà, incluso questo campo invisibile, e le fluttuazioni quantistiche significano l’effetto di tale campo sulle cose che osserviamo. La fisica dei quanti ci dice continuamente che esiste qualcosa prima dello spazio, del tempo e della materia. Io lo chiamo Sub-Spaziotempo. Altri lo hanno chiamato reame immaginale, un luogo che nella moderna scienza quantistica é descritto come uno spazio a infinite dimensioni. I processi quantistici sono vitali in questo reame, e quella che noi chiamiamo consapevolezza gioca un ruolo fondamentale persino nella materia prima che consiste in atomi e particelle subatomiche.”

(Kelly Stephenson e suo cugino Nathaniel Pritchard entrambi di Bridgend, Si sono impiccati il mese scorso a distanza di un giorno l’uno dall’altro )
Non è qui sede per approfondire, o per richiamare altre considerazioni di Wolf. Piuttosto di integrarle con le “crepe della percezione” di Deepak Chopra (Flaws of Perceptions, www.resurgence.org):
“Per gli ultimi 300 anni si è creduto che la consapevolezza fosse un epifenomeno della materia fisica. Secondo questa visione ‘riduzionista’, una volta che le molecole raggiungono un certo livello di complessità di comportamento, in qualche modo emerge la consapevolezza. Questa visione può essere spiegata in maniera biologica: il pancreas produce succo pancreatico, la cistifellea bile, lo stomaco secerne acido cloridrico, la mente consapevolezza. Quindi la mente produce consapevolezza allo stesso modo in cui lo stomaco produce acido cloridrico o il pancreas succo pancreatico. Questo modello riduzionista, usato in medicina, è incompleto. È una mappa imperfetta della realtà.
Ci sono tre metodi per comprendere la realtà. Il primo è tramite i sensi: udito, tatto, gusto, vista e olfatto. In questo caso si fa esperienza della realtà attraverso gli strumenti dell’osservazione: gli ‘occhi della carne’.
Il secondo strumento è quello che chiamiamo la mente: gli ‘occhi della mente’, parlando metaforicamente. Se si prendono in esame le ultime rivoluzioni dell’ultimo secolo, la fisica e la meccanica quantistica, e si studia la storia dell’affermazione di questa scienza, si scopre che questa rivoluzione è avvenuta prima nella mente delle persone. Le osservazioni sono venute molto dopo.
Questa rivoluzione ha dato luogo a una nuova tecnologia. Io possiedo un gadget sorprendente: un telefono con e-mail e accesso Internet. Posso registrare una conferenza, fare fotografie o video e inviare queste informazioni in qualunque parte del mondo. L’informazione passerà muri, alberi, rimbalzerà su un satellite nello spazio, supererà auto bloccate in qualche ingorgo, corpi umani e infine raggiungerà qualcuno in qualche parte del mondo, in Cina o in India.
Questa tecnologia è basata su un’importante premessa scientifica: la natura essenziale del mondo non è materiale. Se non fosse così, tutta questa tecnologia non esisterebbe. Siamo in grado di navigare in Internet perché quello che chiamiamo mondo materiale non è veramente materiale. Questa tecnologia è il risultato di quello che chiamiamo rivoluzione quantica. Questo è il secondo modo di esaminare la realtà.
C’è poi un terzo modo di analizzare la realtà che va ancora più in profondità. Gli organi di senso offrono un approccio molto superficiale: questa è una sedia, quello è un fiore, quello è un essere umano; il livello quantico ci fa connettere in maniera più profonda con la ‘mente della natura’, rendendo il mondo molto più straordinario. Il terzo modo di comprendere la realtà è attraverso gli occhi dell’anima che ci porta molto, molto più in profondità nella natura dell’esistenza. Nel corso degli ultimi 300 anni la stessa scienza si è basata sulla percezione dei sensi; ma i nostri sensi sono la prova meno attendibile di quella che chiamiamo realtà. I sensi mi suggeriscono che la terra su cui poggio i piedi è ferma, eppure sappiamo che sta girando su se stessa a una velocità vertiginosa, lanciata nello spazio a migliaia di chilometri all’ora. I miei sensi mi dicono che la terra è piatta. Una cosa cui nessuno crede più.”
Energie vibrazionali, griglie, snodi e condotti che attraversano il pianeta, tanto quello fisico che quello immateriale. Se c’è una Cosa che dimostra che il mondo non è solido, ma che appare semplicemente come tale, è proprio Internet. Esiste, ma non è visibile. È quantificabile in una o in miliardi di vibrazioni. Energia vibrante e interconnessa al suo interno da vasi e condotti che trasportano informazioni. E le conseguenze di tutto ciò sono pesanti: io e l’universo siamo multidimensionali. L’illusione/realtà che ci circonda è una prigione vibrazionale.
Cosa ci dimostrano (forse) Wolf e Chopra? Che la Rete è uno spazio quantico. Forse il vero “reame immaginale”. Dove ci si può interconnettere in gruppo, fondersi, dopo avere abbandonato i corpi fisici: questo potrebbe essere il punto di vista, non necessariamente consapevole, dei giovani suicidi di Bridgend, che tra l’altro ricorderebbe non poco le motivazioni dei suicidi rituali dell’Heaven’s Gate. Se poi consideriamo anche che uno degli esperimenti su cui si basa la dimostrazione della multidimensionalità del reale è il cosiddetto “suicidio quantico”, le cui paradossali implicazioni filosofiche implicano che ci si può suicidare senza provare l’esperienza della morte e ritrovarsi “viventi” in uno dei tanti mondi dimensionali, forse - ma sottolineiamo sempre la parola - ci troviamo di fronte a una spiegazione alternativa di cui non siamo oggettivamente in grado di cogliere l’interezza. Perché, ripetendoci, questo sarebbe il punto di vista di chi ha raggiunto lo spazio quantico. Forse non proprio quello che ci si proponeva di raggiungere.
Le implicazioni, che sono addirittura troppe, le lascio a chi legge. Ma occorre ricordare che i suicidi di gruppo via web non sono affatto una novità. Dal Giappone agli Stati Uniti d’America (Boston, 1997), negli ultimi anni le “catene mortali” fra giovani frequentatori dei networkings risultano essere molte di più di quelle assurte a notorietà planetaria. E tutti coloro che hanno commentato le rare, “ultime parole” dei morituri, hanno constatato che nessuno di loro citava mai la parola “suicidio”: significativo, a dir poco. Intanto il virtuale muro dell’immortalità online è stato chiuso. Collegandoci, abbiamo letto delle motivazioni che val la pena di riportare:
Gone Too Soon - A memorial website that celebrate the life of a loved one who has passed away.
We are sorry but all pages dedicated to the apparent Bridgend suicide victims have been temporarily suspended. As you may be aware it has been suggested that memorials to the Bridgend youngsters may be encouraging other young people to consider taking their own lives. Gonetoosoon believes if there is the slightest possibility that this is the case we have no choice and must act responsibility. For that reason we have stopped taking dedications and have taken down their details of the 17 for the foreseeable future. We have also decided not to include details of any future apparent suicides within the Bridgend area for the time being. We apologize for the inconvenience but hope you will understand our position. Thank you. The team from www.gonetoosoon.co.uk.
Una semplificata descrizione dell’esperimento di “suicidio quantico” è reperibile sul sito di Arianna Editrice, all’interno dell’articolo di James Higgo La teoria dei molti mondi della fisica quantistica implica l’immortalità?. Leggetelo alla luce (oscura) di quanto sta accadendo a Bridgend.
di Danilo Arona
Fonte: www.carmillaonline.com
Addio alle centinaia di bollette gonfiate da chiamate a numerazioni satellitari. Telecom si è definitivamente impegnata a inserire il blocco permanente mediante un pin che sarà conferito su richiesta dell’utente.
Si tratta di una misura completamente gratuita a tutela dei consumatori, vessati dalle continue truffe sui numeri a pagamento.
Un business illegale dalle proporzioni difficilmente stimabili. Uno dei più celebri raggiri telefonici è l’899, che agiva tramite Sms inviati sul cellulare invitando l’utente a chiamare una fantomatica segreteria contenente messaggi per lui, a un numero che inizia per 899 ad un costo di 15 euro per pochi istanti. In realtà, si veniva rinviati senza saperlo a servizi non richiesti, spesso a sfondo erotico, e costosissimi. Dopo che Telecom ha introdotto la possibilità di disabilitare permanentemente questi numeri pericolosi, i truffatori si sono spostati nell’ampio territorio delle numerazioni satellitari, dove, come segnalano le associazioni dei consumatori, si registra una nuova ondata di fenomeni fraudolenti.
Ci sono due navi al lavoro, una nel Golfo Persico e un’altra nel Mediterraneo, per tentare di riparare due cavi sottomarini per le telecomunicazioni saltati la scorsa settimana. Una moria iniziata alla fine di gennaio, quando il FALCON nelle acque antistanti l’Iran aveva cessato di funzionare. Di oggi la notizia che sarebbero saliti a cinque i festoni, così si chiamano a volte in gergo, danneggiatisi inspiegabilmente in meno di due settimane, compromettendo seriamente il traffico Internet mondiale.
Godzilla secondo Bobby RubioSi tratta di due tratti del SeaMeWe-4 (South East Asia-Middle East-Western Europe-4): il primo collegava Malaysia e India e il secondo nelle acque antistanti Alessandria d’Egitto. Coinvolti anche il FALCON, appunto, colpito nelle vicinanze di Bandar Abbas e il FLAG presente di fronte alle coste di Dubai. È stato reciso anche un altro ramo del FLAG, anche questa volta nei pressi di Alessandria. Tutti sono di proprietà di azienda private.
Se in un primo momento si era parlato di avvenimento casuale, cinque accadimenti del genere a distanza di pochi giorni sono un fatto davvero singolare. Le rotture, per altro, sono avvenute su infrastrutture di età differente, fatto quest’ultimo che farebbe escludere l’ipotesi che in tutti e cinque i casi si tratti di incidenti legati all’usura dei materiali.
In un primo momento, la tesi più accreditata riguardava un possibile incidente dovuto ad un’ancora trascinata sul fondo da una nave in balia del maltempo. Ipotesi tuttavia rapidamente accantonata, dopo che il governo egiziano ha smentito la presenza di qualsiasi imbarcazione nelle zone dove si è verificata la rottura; zone, peraltro, dichiarate off-limits per qualsiasi natante proprio a causa della presenza dei cavi.
Secondo il New York Times, quanto capitato dovrebbe dirottare l’attenzione sulla fragilità della rete telematica attorno al globo: il 90 per cento delle comunicazioni mondiali transita sott’acqua, ed eventi di questo tipo potrebbero avere conseguenze catastrofiche, non solo su Internet ma su ogni tipo di attività commerciale.
Una prospettiva non condivisa da Nicholas Carr, che sul suo blog pone invece l’accento sulla rapidità con cui il traffico web sia stato reindirizzato, riportando online larghe fette di popolazione per alcune ore tagliata fuori dalla rete, anche se il Governo egiziano ha comunque chiesto ai suoi cittadini di cercare di ridurre per qualche giorno le attività online maggiormente avide di banda.
Né Carr, né il NYTimes si sbilanciano sulle possibili cause di questa insolita coincidenza, mentre altrove le ipotesi più disparate prendono piede. Una delle più suggestive si basa sul blocco totale vissuto dall’Internet iraniana durante questi incidenti: le prove generali, sostengono alcuni, di quanto potrebbe accadere in caso di attacco USA. Senza rete, le informazioni su quanto starebbe accadendo impiegherebbero giorni per circolare.
Teorie della cospirazione a parte, altrove si scherza su quanto accaduto: nessuno si azzarda a fare il nome di Godzilla, ma Cloverfield, il nuovo film-reality di JJ Abrams, viene citato spesso e volentieri.





