Prima di addentrarsi di più nel “grande quadro”, dobbiamo fare una piccola deviazione per rendere le cose un po’ più chiare.
Debbo ringraziare l’ex agente del MI6, il dott John Coleman, che ha condotto una ricerca straordinaria, per le seguenti informazioni. Lui è l’unico che abbia mai scritto qualcosa in inglese sulla “Nobiltà Nera”, e nel continente americano è un pioniere in questa ricerca. Ho incontrato il dott. Coleman personalmente, e posso dire che è sincero nella sua intenzione. Ma, sicuramente non sta rivelando tutto, come faccio io, per il semplice motivo che non vogliamo perdere le nostre teste.
Il dott. Coleman ci racconta la storia di un termine che non troverete in nessun libro o dizionario corrente: “La Nobiltà Nera”. Sono le famiglie delle oligarchie di Venezia e di Genova, che avevano dei diritti di commercio privilegiati nel dodicesimo secolo.
Questa recensione al libro (*) dell’ex agente del Mossad Victor Ostrovsky, risalente ormai a diversi anni orsono, è stata redatta dal “giornalista” Dimitri Buffa, che nel frattempo è diventato una delle firme di punta del variegato panorama sionista del nostro paese. Egli ha scritto e scrive regolarmente su testate come “Libero”, “Il Giornale”, “Il Foglio” e “L’Opinione”, sempre e incodizionatamente a favore dell’entità sionista, qualsiasi cosa essa faccia. Leggerla dunque è estremamente utile perché, a prescindere dal “ruolo” svolto attualmente da questo scribacchino di mezza tacca, viene evidenziato con chiarezza che cos’è il Mossad e come funziona la sua tanto famigerata “organizzazione” segreta. Organizzazione che, da quando è stato scritto il libro recensito, ha ulteriormente ampliato il suo raggio d’azione e raffinato ancor di più le sue modalità operative, che già all’epoca ne facevano probabilmente il più efficiente servizio segreto al mondo.
Ogni decennio si commemora il maggio ’68 fra maree di libri e articoli. Siamo al quarto episodio e i barricadieri del joli mai hanno l’età dei nonni. Quarant’anni dopo si discute ancora su che cosa davvero sia accaduto allora e perfino se qualcosa sia accaduto. Maggio ’68 è stato catalizzatore, causa o conseguenza? Ha inaugurato o solo accelerato un’evoluzione della società che sarebbe comunque avvenuta? Psicodramma o «mutazione»?
La Francia ha il segreto delle rivoluzioni brevi. Maggio ’68 non sfugge alla regola. La prima «notte delle barricate» fu il 10 maggio. Lo sciopero generale fu il 13. Il 30, il generale de Gaulle annunciava lo scioglimento del Parlamento, mentre un milione di suoi fautori sfilava sugli Champs-Elysées. Il 5 giugno, il lavoro riprendeva e poche settimane dopo, nelle elezioni legislative, i partiti di destra ottenevano una vittoria-sollievo.
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Se non vivessimo in un Paese la cui classe dirigente ha fatto della furbizia da quattro soldi e dell’ipocrisia più spudorata il suo abito mentale permanente, potremmo anche guardare ai sempre più frequenti sermoni sulla necessità di addivenire a una «memoria condivisa» del 25 aprile in termini di un volonteroso, anche se patetico, sforzo di riconciliazione. Ma nella Repubblica della menzogna eretta a sistema e del calcolo politico sistematico, ove tutto è in vendita e tutto si riduce al gioco delle fazioni per accaparrarsi quante più poltrone possibile, «a pensare male - come diceva Andreotti - si fa certamente un peccato, ma ci si azzecca quasi sempre» (parola di uno che se ne intendeva, e se ne intende tuttora, parecchio).
Credo fortemente che agli ebrei in tutto il mondo, compresi quelli in Israele, debba essere costantemente ricordato degli orribili crimini commessi in Palestina sotto il loro nome collettivo e che debbano comprendere la stretta somiglianza ideologica tra nazismo e sionismo.
Credo che questo sia uno strumento legittimo per ottenere che gli ebrei, specialmente quelli che hanno a cuore giustizia ed onestà, riconsiderino la loro identificazione e infatuazione per questa entità malvagia e per la sua altrettanto nefasta ideologia e le sue azioni.
Nato a Brest Litovsk, Polonia, nel 1913.
Nel 1939, all’inizio della guerra, diserta dall’esercito polacco e si arruola in quello sovietico.
Alla fine della guerra, ottiene dall’Armata Rossa l’autorizzazione a recarsi in Palestina per compiere una missione speciale.
In Palestina, per meglio iniziare l’azione terroristica alla quale era stato assegnato dai sovietici, si arruola nell’esercito britannico.
Nel 1946 abbandona l’esercito britannico e aderisce alla Irgun Zvai Leumi, di cui diventa ben presto il capo. Organizza e dirige l’attività terroristica della Irgun, sia contro gli arabi che contro gli inglesi.
Il 25 aprile 1946 guida personalmente un commando che attacca un garage inglese uccidendone tutto il personale addetto.
Non molto tempo fa, poiché d’inverno non c’è baseball in questo paese, stavo facendo zapping con il telecomando in cerca di svago e finii per guardare un dibattito dei candidati presidenziali repubblicani. Il senatore John McCain stava attaccando il repubblicano Ron Paul per la sua opposizione alla guerra in Iraq. Egli definì Paul un “isolazionista” e disse che era il genere di atteggiamento che aveva provocato la seconda guerra mondiale. Quanto è vecchio, mi domandai, questo John McCain che sta tenendo viva questa vecchia balla sulla seconda guerra mondiale? C’è la possibilità che venga tramandata alle generazioni future? Tutte le guerre sono state vendute [all'opinione pubblica] ma la seconda guerra mondiale, con ancora viva la memoria dell’insensata carneficina che fu la prima guerra mondiale, fu particolarmente difficile da vendere. Roosevelt e Churchill assolsero bene tale compito, e le loro menzogne ci hanno fatto compagnia sin da allora.
Gli studiosi moderni del giudaismo non soltanto hanno perpetuato l’inganno ma, rispetto ai vecchi metodi rabbinici, ne hanno addirittura raffinato l’impudenza e la menzogna. Ometto le numerose storie messe in circolazione dagli antisemiti perché indegne di essere prese in considerazione e mi limito a tre esempi specifici ed uno più generale degli inganni dei “dotti” più moderni. Nel 1962, una parte del Codice di Maimonide il cosiddetto Libro della conoscenza, in cui sono esposte le regole fondamentali della fede e del rituale ebraici, fu pubblicato a Gerusalemme in edizione bilingue, con la traduzione inglese a fronte del testo ebraico (’).
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Il problema dei libri di storia usati nelle scuole è serio e va anche oltre la denuncia fatta da Marcello Dell’Utri. Non si tratta soltanto di aggiornare la spiegazione della Resistenza, sulla base delle più recenti acquisizioni storiografiche, che ne evidenziano le ombre. Per oltre mezzo secolo, in Italia e soprattutto nelle scuole, non si è potuto neanche parlare di “guerra civile”, mettendo tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra, nel più classico modello della storia scritta dai vincitori. Per i ragazzi di oggi, si tratta di un periodo lontano quanto Carlo Magno, e per formarli e informarli bisognerà pur spiegare loro che crudeltà e efferatezze ci furono da entrambe le parti, e che gran parte dei partigiani, oltre a combattere giustamente contro il fascismo, volevano sostituirlo con un’altra dittatura, di segno opposto.
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Quaranta anni dopo che la stella nascente del partito democratico Robert F. Kennedy fu ucciso in un albergo di Los Angeles durante le sua corsa alle presidenziali, nuove prove suggeriscono che l’uomo che sta scontando un ergastolo per tale omicidio non sparò il colpo che uccise il carismatico senatore.
Medici legali si sono riuniti questa settimana in una conferenza in Connecticut per discutere le loro scoperte indipendenti che gettano seri dubbi sull’assassinio di Kennnedy. Sirhan Sirhan sta scontando un‘ergastolo per l’omicidio Kennedy, ma i partecipanti alla conferenza affermano che non avrebbe potuto sparare il colpo fatale che uccise Kennedy.
Un investigatore, Dr. Robert Joling, ha studiato l’omicidio Kennedy per circa 40 anni. Egli ha stabilito che il colpo fatale provenne dalle spalle di Kennedy mentre Sirhan era distante dai 4 ai 6 piedi ma davanti al senatore e non fu mai abbastanza vicino da potergli sparare alle spalle, riporta un affiliata alla NBC.
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